Oggi sulle pagine di Calligrafe parliamo di… filosofia!
Mi fa molto piacere dare il benvenuto a Fausto Lamoglia, autore di due opere che combinano l’approfondimento di argomenti di cultura pop alla materia filosofica. Fausto è, infatti, l’autore di Filosofia di Neon Genesis Evangelion e Filosofia di L’attacco dei giganti.
Invitandovi a seguirlo sulla sua pagina e a restare aggiornati sul suo lavoro, oggi abbiamo il piacere di rivolgergli alcune domande, in particolar modo in relazione al saggio dedicato all’opera di Hajime Isayama, ossia Filosofia di L’attacco dei giganti.
- Per prima cosa, Fausto, ti chiedo: da dove nasce la voglia di combinare filosofia e mondo anime e manga? Come sono nati i tuoi progetti? E quando e come si è sviluppata la tua passione per Neon Genesis Evangelion e L’attacco dei giganti?
Prima di tutto, grazie per questa intervista. È sempre bello vedere riconosciuta una passione che, in qualche modo, è diventata anche lavoro.
La domanda sulla genesi di questi testi è bella perché mi permette di chiarire meglio cosa c’è dietro. Tutto nasce dal canale YouTube, che a sua volta nasce dalla mia esperienza di precariato. Come ogni docente precario sa bene, la parola d’ordine è trasferimento: ogni anno una scuola nuova, ogni anno la necessità di ricominciare, spesso interrompendo quei legami già fragili che si costruiscono con studenti e studentesse nel corso di un solo anno.
Un giorno, uno studente con cui ho ancora oggi il piacere di sentirmi mi disse: “Prof., ma perché non apre un canale social in cui pubblica le sue riflessioni, così possiamo rimanere in contatto? Ci ha spesso affascinato!”. Lusingato e intimorito, ho provato.
Il canale YouTube ha attraversato varie trasformazioni prima di trovare la sua voce attuale, cioè Marx and the City: filosofia pratica e quotidianità. Per un periodo, però, mi sono concentrato quasi esclusivamente su manga e filosofia. Infatti, se si va a spulciare tra i contenuti, molti video appartengono proprio a quel filone.
In quel periodo mi scrisse Simone Regazzoni, responsabile editoriale de Il Nuovo Melangolo, dicendomi più o meno: “Secondo me questa è una cosa interessante: perché non provi a scriverci un libro?”. A quel punto si apriva un bivio: scrivere un libro sui manga in generale oppure concentrarsi su un’opera specifica? Ho ritenuto che la prima strada fosse quasi impraticabile, così ho scelto un prodotto che mi aveva affascinato soprattutto per la sua completezza: crescita, politica, comunità. Da lì è nata la proposta di un testo su L’attacco dei giganti.
L’editore ne fu entusiasta e il libro ebbe un ottimo riscontro di pubblico e di vendite, considerando che parliamo comunque di un saggio di filosofia. A quel punto Simone mi disse: “Io ho amato Evangelion. Mi scrivi un libro anche su quello?”.
Lì è arrivato il dramma: è davvero possibile scrivere un testo su Neon Genesis Evangelion? Probabilmente no, almeno non in modo definitivo. Sarebbe stato inevitabilmente un libro parziale. E allora la soluzione era dirlo chiaramente e provarci lo stesso, sapendo però che si trattava di qualcosa di particolare, piccolo, fragile. Ma proprio per questo da abbracciare e coccolare.

- Nella Filosofia di L’attacco dei giganti tu scrivi:
«Di fronte a un mondo che non piace non basta ragionare sul migliore dei mondi possibili: è necessario agire in prima persona».
Perché questo assunto è particolarmente vero per la storia di Isayama e in che modo è valido anche per la realtà che viviamo? Quanto la storia che hai analizzato fa riflettere sul bisogno che tutti interveniamo per migliorare le cose?
Qui credo sia importante fare un distinguo netto. A mio avviso, Isayama è molto combattuto rispetto a questo assunto: da un lato sembra sostenere la necessità dell’azione, dall’altro conserva un forte pessimismo sulla ciclicità dell’agire umano. Questo emerge chiaramente nelle scene finali e nel capitolo extra del manga, poi ripreso anche nel finale del film.
In particolare, la vicenda di Eren e dei suoi compagni sembra suggerire una visione quasi tragica, nel senso greco del termine: per quanto l’essere umano possa sforzarsi, non riesce mai davvero a sottrarsi al corso di un destino oscuro, non del tutto definito. C’è, insomma, l’idea che la storia tenda a ripetersi, che la violenza ritorni, e che ogni tentativo di liberazione rischi sempre di generare nuove catene.
Dal canto mio, invece, ritengo che l’azione pratica sia fondamentale. Se posso permettermi una breve incursione nella filosofia più schietta, direi che affronto la vita politica come si affronta il dubbio scettico, nella sua formulazione classica: “E se fosse tutto finto? Se vivessimo in una simulazione, in Matrix, o fossimo cervelli in una vasca?”. A questo dubbio non esiste una risposta definitiva. La mia posizione, però, è questa: anche se fosse tutto finto, sarebbe probabilmente l’unica esistenza a nostra disposizione, e quindi avremmo comunque il dovere di viverla. In questo senso penso a Camus e al Mito di Sisifo: anche di fronte all’assurdo, non si smette di vivere, di scegliere, di agire.
Lo stesso vale per la comunità umana. Anche quando sembra che nulla cambi davvero, questo non è un buon motivo per smettere di provarci. Anzi, la mia esperienza di vita, almeno fino a oggi, mi suggerisce che l’impegno è contagioso. Non è vero che, se lavori e ti spendi per qualcosa, ci sarà sempre e soltanto qualcuno pronto ad approfittarsene. Se ti impegni perché ci credi davvero, puoi contagiare chi ti sta vicino e, poco alla volta, contribuire alla costruzione di una comunità.
E una comunità, a quel punto, può cambiare davvero le cose.
- Nel saggio si riflette anche molto sul concetto di morte e sull’utilità che essa può avere. Il sacrificio è parte di un percorso: l’uno si sacrifica per il collettivo, nell’ottica di una sempre più ampia conoscenza del mondo e delle sue regole d’ingaggio. Qual è la tua visione sui personaggi di AoT: sono eroi? Sono modelli a cui dovremmo guardare? Esiste una morte che possa essere definita utile?
Questa è davvero la domanda più spinosa. La risposta più semplice sarebbe quella teorica: sì, esistono sicuramente situazioni in cui può essere doveroso sacrificare la propria vita per migliorare l’esistenza del genere umano. Io, però, credo che la morale sia sempre incarnata e situata. Per questo non penso sia possibile giudicare in astratto. Anche perché io stesso non posso sapere come agirei concretamente davanti a una situazione del genere. I personaggi de L’attacco dei giganti agiscono in una condizione estremamente liminale. Se vogliamo, potremmo dire che si trovano proprio ai margini estremi della morale. La vita è qualcosa di fragile, e alcuni di loro decidono di mettere a rischio, o addirittura abbandonare, questa fragilità nel tentativo di offrire ad altri una maggiore sicurezza. Per me l’esempio classico, in questo senso, è Erwin: un personaggio che incarna fino in fondo il peso del sacrificio, della responsabilità e della conoscenza.
Sulla questione dell’eroismo, invece, faccio fatica a dare una risposta generale. Non so se i personaggi di Attack on Titan siano eroi, né se possano essere considerati modelli in senso pieno. Sono personaggi estremi, spesso tragici, costretti ad agire dentro un mondo in cui ogni scelta comporta una perdita.
Se però devo indicare un personaggio che, per me, rappresenta una forma particolare di eroismo, scelgo Reiner. Non per le sue azioni, molte delle quali sono assolutamente disdicevoli, ma per il lavoro profondo di analisi che compie su se stesso. Credo sia il personaggio che più di tutti attraversa una vera evoluzione nel corso del manga.
In qualche modo, Armin e Levi restano coerenti con se stessi; Mikasa è costretta a stravolgere tutto, ma solo alla fine; Eren si radicalizza, ma ciò che diventa era già presente in lui fin dall’inizio. Reiner, invece, no. Reiner si critica, cambia, sbaglia, crolla, riprova. E forse è proprio in questo continuo tentativo di guardarsi davvero allo specchio che si trova la sua forma più autentica di eroismo.
- Ymir dice: «in questo mondo non vi è nessuna verità assoluta». Filosoficamente, come potrebbe essere definita la verità e qual è il suo valore in una realtà come quella attuale, in cui le narrazioni possono del tutto oscurare la verità? L’attacco dei giganti ci fa riflettere sulla manipolazione dei governi e su quanto poco potremmo essere liberi di autodeterminarci semplicemente per un limite di conoscenza voluto dall’alto. Trovo sia un tema molto attuale. Ce ne puoi parlare più diffusamente?
Questa domanda è bellissima, anche perché tocca un tema su cui lavoro molto.
Personalmente mi ritengo un prospettivista, in senso nietzschiano: non esistono fatti oggettivi separati da ogni interpretazione, ma esistono sempre fatti interpretati. Questo non significa negare l’esistenza della realtà. Significa, piuttosto, riconoscere che gli oggetti della realtà possono anche non variare, ma tutto ciò che entra a far parte della nostra esperienza diventa un fenomeno che passa inevitabilmente attraverso un’interpretazione. E ogni interpretazione è sempre situata, parziale, legata a un punto di vista.
A partire da questo assunto, è facile capire quanto sia possibile manipolare le interpretazioni. Se hai davanti un buon narratore, qualcuno capace di costruire un racconto efficace, quel racconto può orientare il tuo modo di vedere il mondo. Può indirizzare la tua lettura dei fatti, può decidere quali elementi mostrarti e quali nasconderti, può stabilire che cosa debba apparire vero, giusto, inevitabile.
Ed è proprio qui che L’attacco dei giganti diventa estremamente attuale. Il manga mostra in modo chiarissimo che l’interpretazione è tanto più manipolabile quanto più siamo tenuti nell’ignoranza. Se non conosciamo la storia, se non abbiamo accesso alle informazioni, se qualcuno decide per noi i confini del mondo e del pensiero, allora la nostra libertà di autodeterminarci è profondamente limitata.
Per questo educare, insegnare, difendere la cultura e l’accesso al sapere sono sempre azioni politiche. Non nel senso più banale del termine, ma nel senso più profondo: riguardano la possibilità stessa di essere liberi. Perché una comunità che non conosce, o che conosce soltanto ciò che il potere le permette di conoscere, è una comunità molto più facile da governare, da indirizzare, da manipolare.
In questo senso, L’attacco dei giganti ci ricorda che la verità non è mai soltanto un problema teorico. È anche, e forse soprattutto, un problema politico.
- Nel corso dell’opera emerge anche un altro tema forte: il confine tra verità e narrazione, e il modo in cui la conoscenza può essere costruita o distorta da chi detiene il potere. Quanto questo elemento rende L’attacco dei giganti un’opera ancora oggi così attuale?
Credo di aver risposto in parte già nella domanda precedente. Per approfondire il tema dell’attualità, direi che L’attacco dei giganti è ancora oggi molto significativo proprio per il rapporto che costruisce tra potere, verità e informazione.
In AoT, infatti, il potere detiene l’informazione. E oggi, come ieri, chi controlla gli strumenti dell’informazione ha anche la possibilità di orientare il modo in cui una popolazione comprende la realtà. Il punto non è soltanto nascondere la verità, ma costruire una narrazione capace di sostituirsi alla verità stessa.
Questo aspetto mi sembra estremamente attuale. Oggi il potere continua certamente ad avere un forte predominio sui media tradizionali, ma il quadro si è fatto ancora più complesso. Seguendo molti autori che parlano di tecnofeudalesimo, possiamo dire che il potere sta mutando forma: non passa più soltanto attraverso il controllo politico o economico dei mezzi di comunicazione classici, ma anche attraverso il controllo privato dei motori di ricerca, delle piattaforme digitali e, soprattutto, dell’intelligenza artificiale.
Il problema è che spesso si immagina l’intelligenza artificiale come qualcosa di oggettivo, neutrale, quasi perfetto. Ma non è così. L’IA dipende da chi la progetta, da chi la addestra, dai dati su cui viene costruita, dagli interessi economici e politici che la orientano, e naturalmente dai bias che porta con sé. Se poi vogliamo aggiungere anche una dose di malizia, il quadro diventa ancora più inquietante.
Insomma, OpenAI e le altre grandi aziende del settore stanno contribuendo a forgiare il nostro modo di vedere il mondo. E se non siamo preparati, se non abbiamo strumenti culturali, critici e filosofici per comprendere ciò che accade, rischiamo di diventare ancora più manipolabili.
In questo senso L’attacco dei giganti resta un’opera attualissima: perché ci ricorda che la libertà non dipende soltanto dalla possibilità di scegliere, ma anche dalla possibilità di sapere davvero dentro quale mondo stiamo scegliendo.
- Ti lascio uno spazio per dirci qualcosa che magari ritieni sia stata omessa nelle domande precedenti e per invogliarci a leggere le tue opere.
Io credo, e soprattutto spero, che le mie opere parlino per me. Se però c’è una cosa che mi sta davvero a cuore, è ribadire un’idea semplice: la filosofia è per tutti.
Non intendo dire che tutti debbano necessariamente studiare filosofia in senso accademico, conoscere a memoria i sistemi dei grandi autori o muoversi tra concetti complicati. Intendo dire qualcosa di diverso: la filosofia può essere applicata alla vita. Può aiutarci a leggere meglio ciò che ci accade, a dare un nome alle nostre inquietudini, a comprendere i nostri desideri, le nostre paure, le nostre contraddizioni. Può aiutarci a vivere in modo più pieno, più consapevole e, proprio per questo, forse anche più felice.
Per me la pop culture è uno dei luoghi in cui oggi la filosofia si manifesta con maggiore forza. Manga, anime, serie tv, canzoni, film, videogiochi: tutto ciò che spesso viene liquidato come semplice intrattenimento può invece diventare uno strumento potentissimo di pensiero. Non perché dobbiamo per forza “nobilitare” la cultura pop attraverso la filosofia, ma perché quelle opere parlano già di noi. Parlano delle nostre crisi, dei nostri sogni, del nostro rapporto con la morte, con l’amore, con la libertà, con il potere, con la comunità.
Quello che provo a fare, nei miei libri e nei miei contenuti, è aiutare le persone a sfruttare al massimo gli stimoli che ricevono. Un manga non è soltanto un manga, una canzone non è soltanto una canzone, una serie non è soltanto una serie. Possono essere porte d’accesso a domande più grandi. Possono diventare occasioni per capirci meglio e per comprendere meglio il mondo che abitiamo.
Ho provato a farlo con Black Mirror, poi con L’attacco dei giganti e Neon Genesis Evangelion, ora con gli 883. E continuo a farlo anche sul mio canale YouTube, Marx and the City, utilizzando strumenti, linguaggi e riferimenti diversi, ma sempre con lo stesso obiettivo: mostrare che la filosofia non è qualcosa di distante, freddo o riservato a pochi. È una pratica quotidiana. È un modo di stare al mondo.
Mi auguro che questo tentativo funzioni. E mi auguro soprattutto che intorno a questi libri, ai video e ai progetti futuri possa crescere una comunità sempre più ampia di persone curiose, disposte a discutere, a mettere in dubbio, a condividere pensieri. Perché la filosofia, in fondo, non è mai davvero un monologo: è sempre un dialogo.
E se le mie opere riuscissero anche solo un po’ ad aprire questo dialogo, allora avrebbero già raggiunto il loro scopo.
Intervista a cura di Giovanni Di Rosa.



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