Il 29 luglio 1954 usciva nelle librerie britanniche La Compagnia dell’Anello, il primo capitolo del capolavoro di J.R.R. Tolkien. Oggi, a settant’anni da quel debutto storico, proviamo a fare un gioco e a guardare la storia con un pizzico di ironia, vi proponiamo una versione del viaggio come la vacanza di gruppo peggio organizzata di sempre.
Una gestione logistica da dimenticare
Il tour operator e guida spirituale del gruppo, un grigio barbuto di nome Gandalf, fa presagire il peggio, non si presenta al primo appuntamento nella locanda di Brea e si dimentica pure di spedire in tempo una lettera fondamentale per la sicurezza dei clienti (gli Hobbit).
Il gruppo, poi, è un disastro di assortimento. Dentro c’è di tutto: un Elfo e un Nano che si odiano per antichi rancori familiari, un guerriero umano (Boromir) tormentato da conflitti di interesse politici, e quattro pacifici Hobbit che fino al giorno prima pensavano solo a mangiare, fumare l’erba pipa e bere birra. Lo stesso Frodo, autoproclamatosi leader della spedizione, ammette candidamente: “Prenderò io l’Anello, ma non conosco la strada.” Un ottimo inizio!
Un itinerario fatto per soffrire
Le tappe del viaggio sembrano scelte apposta per massimizzare il disagio. Nessun tipo di relax, solo trekking infiniti.
– Si parte con una foresta ostile dove gli alberi provano a inghiottirti.
– Si passa per i Tumulilande, dove degli spettri provano a seppellirti vivo.
– Si tenta di scalare una montagna sotto una bufera di neve glaciale.
– Come “piano B”, si sceglie di attraversare le miniere sotterranee di Moria, un labirinto buio infestato da goblin, orchi e un’antica creatura di fuoco (il Balrog).
E la destinazione finale? Mordor. Un posto incantevole fatto di cenere vulcanica, rovi pungenti e un gigantesco Occhio infuocato che ti spia h24. Inoltre precisiamo che è un viaggio al contrario, di solito si parte per trovare un tesoro, loro partono per buttarlo via, in una missione senza biglietto di ritorno.
Dal disastro logistico al capolavoro letterario
Ma perché Tolkien ha inventato un viaggio così infernale? Dietro questa vacanza da incubo si nasconde la genialità del Professore di Oxford. Per Tolkien il viaggio non è una passeggiata, ma un’avventura dello spirito, un cammino di crescita interiore. Frodo si trasforma da piccolo Hobbit spensierato a eroe che si sacrifica, schiacciato dal peso del male del mondo, pur di salvare gli altri. Sam, il suo giardiniere, parte solo per il desiderio ingenuo di vedere gli Elfi e finisce per diventare il vero motore salvifico dell’impresa, dimostrando quanta forza c’è dietro la lealtà.
A chi accusava i suoi libri di essere solo “evasione dalla realtà” (escapismo), Tolkien rispondeva con una frase bellissima: “l’evasione nelle fiabe non è la fuga di un disertore, ma la speranza di un prigioniero.” Il viaggio serve a trovare la luce oltre la prigione del mondo ordinario e si conclude con quella che lui chiamava eucatastrofe, ovvero il lieto fine improvviso che regala una gioia profonda che commuove fino alle lacrime.
Una nascita difficile (sia in Inghilterra che in Italia)
Anche la pubblicazione del libro fu un percorso a ostacoli lungo 12 anni, interrotto persino dalla Seconda Guerra Mondiale. Gli editori, spaventati dai costi e dal rischio di un flop, decisero di dividere il romanzo (pensato come volume unico) in tre parti.
All’inizio i critici non furono teneri, qualcuno lo liquidò come “spazzatura per ragazzini”. Fortunatamente, giganti della letteratura come C.S. Lewis (l’autore delle Cronache di Narnia) lo difesero subito, definendolo come la luce che arriva da un cielo limpido.(beh, era anche un grande amico di Tolkien). Negli anni ’60, grazie alle edizioni tascabili, il libro divenne un fenomeno di culto assoluto nei campus universitari americani.
In Italia le cose non andarono meglio, la prima pubblicazione del 1967 (casa editrice Astrolabio) fu un flop commerciale. Abbiamo dovuto aspettare l’edizione Rusconi del 1970 per avere la prima vera traduzione di successo (grazie anche all’ottima traduzione di Vittoria Alliata).
Buon anniversario, Compagnia dell’Anello!
A settant’anni di distanza, non possiamo che ringraziare quel bizzarro gruppo di nove viandanti impreparati. Avranno anche pianificato il viaggio nel peggiore dei modi, ma camminando tra mille fatiche hanno plasmato il fantasy moderno, insegnando a generazioni di lettori che anche il viaggio più difficile può trasformarsi nel capolavoro della vita.
Articolo a cura di Alice Corleto



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