In questi giorni, è stato un piacere leggere “Cose che non esistono”, una raccolta di genere weird-horror di Andrea Berneschi, edita Spaghetti Weird Edizioni.
Ringraziando la casa editrice per la fiducia riposta in Calligrafe, oggi scambiamo qualche chiacchiera con l’autore per conoscere meglio lui e la sua opera.
Prima, però, qualche informazione sull’opera di cui stiamo per parlare.

Presentazione del libro
Cose che non esistono di Andrea Berneschi è una raccolta di racconti weird e horror che mescola realismo e incubo, ironia e visione. In queste storie il quotidiano si deforma lentamente, rivelando crepe da cui filtrano l’inquietudine, il grottesco e l’assurdo.
Con uno stile elegante e cristallino, Berneschi costruisce mondi dove il confine tra realtà e allucinazione si dissolve. Ogni racconto è un piccolo universo autonomo: un viaggio dentro paure antiche e ansie moderne, fra satira sociale, horror cosmico e lampi di feroce umorismo.
Considerato una delle voci più originali del weird italiano contemporaneo, Andrea Berneschi firma con Cose che non esistono la sua opera più matura: un libro per chi ama Lovecraft e Barker ma cerca una scrittura autentica, capace di sorprendere, disturbare e affascinare fino all’ultima pagina.
- Cose che non esistono sembra nascere dall’incontro tra nostalgia per gli anni Novanta, immaginario fantastico e una forte componente di critica sociale. Quanto ritieni sia appropriata questa lettura della tua opera? E cosa, in generale, anima la tua scrittura? Perché hai scelto proprio questo genere?
Parto dalla fine. Non credo si possa davvero scegliere un genere. Scrivere racconti è qualcosa che sta a metà tra il volontario e l’involontario. Non funzionano (almeno nella mia esperienza) i piani studiati a tavolino, meno che mai quelli elaborati per conquistare una fetta di mercato. Di notte il nostro cervello macina incubi e sogni a profusione, senza che noi glielo abbiamo mai chiesto. Allo stesso modo a certe richieste, da sveglio, può trovare risposte interessanti e originali. Spesso i racconti che colpiscono più i lettori sono quelli nati quasi per caso, e vengono da una zona molto vicina all’inconscio. Dentro di me, poi, c’è sicuramente un ricordo vivido e vissuto (ma non la chiamerei nostalgia) degli anni ’90, un grande amore per il fantastico, una forte attenzione a certi temi e fenomeni reali. Scriverei racconti molto brutti se avessi l’obbiettivo di comunicare la mia visione della società o di catechizzare i lettori su un tema. Una cosa che funziona sempre, invece, è scrivere di qualcosa che ti fa arrabbiare. Sono due approcci completamente differenti, anche se a prima vista non sembrerebbe.
- In molte storie l’elemento davvero disturbante non è il mostro in sé, ma il contesto che lo rende possibile: non il “lupo mannaro”, ma il motivo per cui tutti diventano lupi mannari. Possiamo dire che il vero orrore della raccolta sia più sociale e strutturale che soprannaturale? Leggendo Cose che non esistono, si ha la sensazione che alienazione e disorientamento siano legati alla modernità e al mondo contemporaneo. Era uno dei tuoi obiettivi raccontare la mostruosità del presente?
Il mio scopo era costruire dei racconti che emozionassero il lettore, ed emozionare vuol dire anche creare degli shock. Il soprannaturale mi interessa poco se non riesce a svilupparsi in un modo (almeno per me) originale. Questa originalità a volte si può trovare immaginando le conseguenze sociali o a lungo termine di un fenomeno. Per quanto riguarda il presente, direi che è abbastanza brutto ma mai quanto il passato e – molto probabilmente – quanto il futuro che ci aspetta. Negli anni ’90 di cui parlavamo prima, per esempio, sessismo, omofobia e violenza erano molti più diffusi di ora; nelle scuole il bullismo era considerato normale e anche le statistiche sulla criminalità erano molto peggiori di quelle odierne. Vogliamo parlare di come andavano le cose quattrocento anni fa? Il presente poi ha di sicuro alcune mostruosità specifiche, che bisognerebbe trovare il modo di combattere.
- Mi ha colpito in particolare l’uso del tema dell’“ascolto” nel racconto Trecentomila Sadhu. Ascoltare una persona viene descritto come un’azione rara, al punto da poter diventare uno strumento di potere e controllo. Siamo davvero disposti a fare qualsiasi cosa per qualcuno che ci ascolti? Pensi che oggi le persone non siano più in grado di ascoltarsi davvero?
Mi pare che l’essere umano medio sia molto più propenso a raccontarsi che a sentire cosa hanno da dire gli altri. Moltissimi hanno la smania di dire o fare qualcosa per apparire interessanti. Ma le persone più divertenti da frequentare non sono quelle che in una tavolata di amici vogliono mettersi in mostra a tutti i costi, dire la cosa giusta, fare colpo. Aggiungerei poi che è pieno di medici, insegnanti, impiegati, professionisti di tutti i tipi che non fanno bene il loro lavoro solo perché non sanno veramente ascoltare chi si trovano davanti. Più in generale mi azzardo a dire una banalità: è ormai diffusa in ogni fascia generazionale l’idea che la felicità si trovi macinando cash e raggiungendo un fantomatico “successo”; per quello che ne so io la felicità consiste nel circondarsi di persone che ti fanno divertire e ti fanno stare bene.
- In tutti i racconti, sotto traccia, emerge il tema della dissociazione tra come vorremmo essere e come siamo realmente (o come pensiamo di essere). È forse questo il vero orrore dei nostri tempi? Il desiderio costante di essere diversi, migliori, più aderenti alle aspettative, che si trasforma in un’aspirazione logorante?
Può darsi, ma non voglio essere io a spiegare i miei racconti. Anzi: se due lettori vedessero nella stessa storia dei messaggi molto diversi tra loro vorrebbe dire che quel racconto ha funzionato, ha svolto la sua funzione di stimolo mentale.
- Infine, ti lasciamo uno spazio per parlare di qualcosa che ritieni sia stato omesso nelle domande precedenti e per invogliare i lettori a scoprire la tua raccolta.
Questa antologia è piaciuta a molti lettori e a lettori molto diversi tra loro; dato che amazon ci ha dato dei problemi al momento dell’uscita la cosa migliore da fare per leggere tutte le recensioni è andare sul mio blog https://andreaberneschi.wordpress.com/ alla voce “Quello che dicono i lettori”.
Come seconda cosa vorrei sottolineare ancora una volta l’apporto della copertinista Chiara Leidi, dell’editor Andrea Gibertoni e dell’editore, Michele Borgogni.
Chiuderei infine con la lista degli ingredienti dei singoli racconti, riportata nell’aletta della copertina: “Continenti immaginari. Serial killer nostalgici. Rivolte religiose. Lupi mannari. Ragazzini molto paranoici. Vampiri degradati. Creature che vivono negli specchi e nei sogni. Resurrezioni, metamorfosi. Le sorti magnifiche e progressive. La vita facile. La giustizia sociale. Il lieto fine assicurato. Cose che non esistono”.
Ringraziamo ancora Andrea Berneschi e la casa editrice per averci concesso di leggere quest’opera e di conoscere meglio l’autore e il suo mondo narrativo.
Intervista a cura di Giovanni Di Rosa



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