IL RITMO DEL SILENZIO: una lezione di scrittura dall’Eremita

Non perdere l’attenzione del lettore!

È con questo mantra (o con questa ansia) che ogni giorno milioni di scrittori si mettono davanti al computer per raccontare la storia che hanno nel cuore.

Del resto, viviamo nell’era di Amazon Prime, della gratificazione istantanea e dei contenuti veloci; la nostra soglia dell’attenzione si sta riducendo sempre di più e l’editoria si sta adeguando senza minimamente porsi il problema.

Beh, il problema me lo pongo io e oggi lo porto anche a voi.

Si pensa che per tenere incollato il lettore alle pagine si debba mantenere un ritmo serrato: ogni scena e ogni capitolo devono essere densi di azione e colpi di scena. Guai a rallentare la narrazione, il lettore potrebbe chiudere il vostro libro e accendere Netflix… o almeno questo è quello che dicono i corsi di scrittura.

Peccato che la psicologia la pensi diversamente. Senza voler fare un trattato e semplificando al massimo, una storia che corre a cento all’ora può avere due effetti: il lettore si anestetizza, perché troppo rumore cancella l’impatto drammatico degli eventi, oppure si sente sovraccarico per la costante stimolazione.

Non credo che il nostro scopo in quanto autori sia anestetizzare o sfinire chi ci legge.

Inoltre, c’è un altro fattore da considerare: che ne è dell’evoluzione dei personaggi? L’arco dei nostri eroi ha bisogno di una pausa riflessiva, di spazio psicologico, per potersi compiere.

Da buona musicista, ho sempre pensato che scrivere un romanzo fosse come comporre una canzone: è tutta questione di ritmo. Le pause in uno spartito non sono interruzioni della musica, sono ciò che dà senso e potenza alle note successive. In narrativa è lo stesso.

L’EREMITA: UNO SPAZIO PER MATURARE

L’arcano dell’Eremita è uno dei più fraintesi, secondo solo a Diavolo e Torre. Spesso si pensa alla figura con il bastone e la lanterna come a un vecchio misantropo scorbutico che si isola perché non sopporta nessuno.

In realtà, l’arcano numero nove è sinonimo di ricerca interiore, di un cammino fatto un passo alla volta e illuminato gradualmente dalla luce di una fiammella.

L’Eremita si prende il suo tempo per metabolizzare, conoscere, maturare.

E perché non dovrebbe valere lo stesso per i protagonisti dei romanzi?

Uno dei messaggi di questa carta, forse il meno noto, è la transizione. Attraverso il ritiro, la meditazione e l’autoanalisi, nella vita reale le persone consentono alle parti più nascoste della psiche di parlare e si danno il tempo per ascoltarle. L’ideale sarebbe applicare questo meccanismo anche ai personaggi che creiamo, per renderli più verosimili possibile.

Molti autori, invece, confondono lo spazio introspettivo con i “tempi morti” e tendono a tagliarlo, presi dall’ansia di un lettore che, annoiato, chiuda il libro e apra TikTok.

Il risultato? I personaggi subiscono traumi su traumi (perdite, tradimenti, scoperte devastanti) e nel capitolo dopo agiscono come se nulla fosse. Questo priva la storia di credibilità. Il lettore non riesce più a immedesimarsi in loro, perché nella vita reale nessuno si comporterebbe così.

I capitoli o le scene “Eremita” devono essere posizionati strategicamente, di subito dopo un picco d’azione o dopo un grande colpo di scena.

La loro funzione narrativa è quella di dare respiro emotivo ai personaggi, in modo che possano metabolizzare l’accaduto, riorganizzare i propri valori e le priorità e ristabilire un nuovo equilibrio da cui ripartire.

Senza questo rallentamento, senza il momento di raccoglimento suggerito dall’Eremita, l’azione successiva risulterà finta, priva di peso e di senso.

Il nostro cervello è abituato a ricercare schemi di causa-effetto: nel momento in cui leggiamo una storia in cui questa relazione viene a mancare, perché abbiamo solo una serie di cause esterne senza effetti sulla psiche di chi le vive, ecco che lì perdiamo davvero il lettore.

Non è possibile mostrare l’arco del personaggio solo nel suo risultato finale, dobbiamo farlo vedere mentre avviene. Ricordiamoci che ci innamoriamo delle storie non per le trame complesse, ma perché ci affezioniamo ai protagonisti e al viaggio che intraprendono.

Quel viaggio, però, si deve vedere. Lo dobbiamo vivere.

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI DELLO SCRITTORE: IL CHECK-UP DELL’INTROSPEZIONE

Ma come facciamo a capire se una scena calma è un tempo morto da eliminare oppure una quiete indispensabile da valorizzare? Possiamo sottoporla a un piccolo test di self-editing.

Se dovessimo eliminarla, il personaggio compierebbe l’azione della scena successiva con la stessa identica mentalità?

Se la risposta è , allora significa che le riflessioni sono ripetitive o non portano a una nuova consapevolezza. Quella scena è quindi un tempo morto che deve essere tagliato o accorciato perché non aggiunge nulla alla narrazione.

Se la risposta è no, invece, significa che senza quel momento di pausa il personaggio non avrebbe mai preso la decisione successiva. Questo è un silenzio che va tenuto e curato nei dettagli.

UNA RIFLESSIONE FINALE

Forse, invece di adattarsi alla velocità, il mondo dell’editoria dovrebbe andare in controtendenza. È un’utopia, lo so, però varrebbe la pena di rifletterci.

L’arte non è performance e non è velocità.

L’arte richiede lentezza, contemplazione, dovrebbe stimolare il pensiero e darci uno spazio per rallentare, per respirare un po’ di aria sana in questa vita frenetica.

Ma visto che pretendere questo da un mondo di aziende e fatturati è impossibile, allora almeno facciamo la nostra parte in quanto autori.

L’estate è il momento perfetto per rallentare il ritmo e dare ai personaggi il tempo di respirare prima delle grandi svolte di trama. Prendiamoci questo tempo, concediamolo alla nostra storia.

Rallentiamo dove serve e tutto il resto avrà il peso che merita.

Articolo a cura di Marzia

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