Il veleno in corpo: in un mondo che ovatta, servono storie scomode – Intervista ad Alessia Incampo

Oggi sulle pagine di Calligrafe abbiamo il piacere di ospitare Alessia Incampo, autrice de “Il veleno in corpo”, edito da Aculei edizioni.

Sono particolarmente contento che Alessia si sia resa disponibile a rispondere ad alcune domande, perché il suo romanzo mi ha colpito in modo sorprendente. È l’ennesima prova che Aculei edizioni vanta una forte identità intellettuale nel panorama editoriale e, al pari dell’autrice, si pone l’obiettivo di rappresentare le verità più scomode, a prescindere dai trend e dalle logiche di mercato.

Peraltro, la prefazione di Andrea Tomaselli illustra e sintetizza perfettamente la missione letteraria di chi non ha paura di raccontare una storia brutale, senza provare a romanticizzarla, ma con il profondo desiderio che lasci il segno nel lettore.

Prima di passare alle domande, vi lascio la trama:

Emanuele, critico cinematografico cinico e metodico, ha reso la sua esistenza una regia ossessiva dove nulla è lasciato al caso: né il rapporto con la moglie Rita, né l’educazione manipolatoria del figlio Marco, né le sue fugaci e crudeli avventure.
Per lui, le persone sono solo inquadrature da aggiustare e la realtà è una pellicola che va purificata con dosi massicce di candeggina, unico rito di salvezza contro la sua germofobia e contro la mediocrità del mondo.
Cosa succede quando un regista siffatto perde improvvisamente la gestione del set? La rottura del rapporto con Rita manda in frantumi il suo montaggio perfetto. Il distacco forzato si trasforma in Emanuele in un’ossessione febbrile, un corpo a corpo disperato con il marcio che sente pullulare sotto la superficie della sua vita borghese. Tra attacchi di panico e rituali di pulizia chimica sempre più violenti, il protagonista scivola in una spirale di autodistruzione dove il confine tra finzione e delirio si fa sempre più sottile.
Il veleno in corpo è un romanzo con forti elementi di thriller psicologico, un’indagine che esplora la crudeltà della manipolazione e l’impossibilità di restare puliti in un mondo che costringe, prima o poi, a sedersi dalla parte del torto. Una narrazione claustrofobica sul potere della visione, sulle dinamiche di controllo, sulla fragilità dei vari castelli di carta che si costruiscono, fino ad arrivare all’ultima inquadratura.

1) Benvenuta Alessia. Devo ribadirlo: ho provato un piacere intellettuale incredibile nel leggere le tue pagine. Per prima cosa, però, ti chiedo: com’è nato Il veleno in corpo? Perché proprio questa storia? E come rispondi a chi — come si evince dalla prefazione — si sorprende che un’autrice così giovane scriva una storia del genere, con un personaggio apparentemente lontanissimo da te?

Grazie a te e a voi per aver dedicato del tempo alla lettura del romanzo. Il veleno in corpo, che nasce da una serie di citazioni che si sono incastrate nella mia vita, lo stesso titolo viene da  “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet, ma il senso della trama nasce in realtà da una canzone di Claudio Lolli, “Dalla parte del torto”. Ogni volta che la ascoltavo mi chiedevo che cosa significasse guardare e raccontare una storia dalla parte sbagliata.

Mi dispiace quando qualcuno si sorprende che, alla mia età, io possa aver scritto una storia del genere. Non tanto per una questione di ego, che mi interessa poco, quanto perché significa che non si rendono conto di quante storie come questa esistano davvero. Mi dispiace pensare che forse non abbiano ascoltato abbastanza un’amica, una sorella, una madre, una cugina. Perché vi assicuro che di relazioni violente e manipolative ce ne sono moltissime. E non riguardano solo gli uomini nei confronti delle donne, ma anche il contrario. Emanuele e Rita, purtroppo, non sono personaggi lontani da me. E credo che, ancora più tristemente, non siano lontani da nessuno. Io volevo indagare e studiare un certo tipo di amore che in fondo amore non è.

2) Per me “Il veleno in corpo” è una storia di narcisismo da manuale. Il protagonista, come i narcisisti che spesso balzano agli onori della cronaca, è impegnato a controllare la narrazione di sé per difendere il proprio ego ferito. È la storia di un Narciso che cade dal piedistallo: il romanzo, dunque, immortala il momento più pericoloso per chi è vittima di questa dinamica relazionale. Pensi che il tuo libro possa essere d’aiuto per il pubblico, in particolar modo quello femminile?

Può essere che Emanuele sia un narcisista ma io non avendo mai intrapreso studi di psicologia mi sono limitata a raccontare un uomo per quello che è, se qualcuno dei lettori fosse in grado di definirne un profilo psicologico io sarei entusiasta di leggerlo. Io spero che questa storia faccia riflettere le lettrici ma forse, ancora di più i lettori. Sai quale sarebbe la mia grande vittoria? Un uomo che leggendo dicesse “guarda che stronzo” e se lo ripetesse a se stesso. Le storie servono a tante cose, a scappare, a capire, a immaginare ma anche a riflettersi  come in uno specchio d’acqua per vedere qualcosa di nuovo a volte di disgustoso. Più o meno come Narciso no?

Negli ultimi anni, le storie che rappresentavano apertamente la violenza ai danni delle donne sono risultate quasi invise, tanto che Hollywood e la televisione hanno spesso “ripulito” questi contenuti. Tu cosa ne pensi? Le storie scomode e spietate hanno un valore catartico? Abbiamo ancora bisogno di narrazioni che ci ricordino che non tutto va bene e che certi fenomeni, purtroppo, sono molto più di un’ipotesi statistica remota?

Si può scrivere per se stessi e per gli altri, chiunque gli altri siano quando raccontiamo una storia abbiamo una responsabilità. Io mi prendo le conseguenze di questa storia, per esempio so che non arriverà al “grande pubblico” ma non avrei potuto limare nemmeno una parolaccia, nemmeno una violenza, nemmeno un pensiero di Emanuele. Sopratutto io ho lasciato a Rita lo spazio di cui aveva bisogno per essere libera, quando ha deciso (perchè io vorrei sottolineare di aver deciso poco e nulla della storia) di andare via io l’ho evocata nelle parole di Emanuele ma non l’ho raccontata. Le storia scomode sono le uniche storie possibili in un mondo che cerca di ovattare  tutto, solo che forse non ci siamo accorti che più reprimiamo la violenza e il dolore e più questi invadono tutto.

3) Secondo te, Alessia, qual è la missione effettiva di una scrittrice? Cosa anima la tua penna? E com’è stato, nello specifico, il processo di scrittura de “Il veleno in corpo”?

Io suggerisco di diffidare da chiunque sostenga di avere una “missione” nella vita. Io sono ignorante di molte cose: ignoro la logica con cui le storie mi colpiscono e ignoro la magia che c’è nell’energia che dal mio pensiero arriva a battere sui tasti nel computer e si trasforma in frasi che poi si fanno racconto. So però che c’è una responsabilità davanti alle storie che raccontiamo e a quella ci tengo moltissimo, è un patto di lealtà. Scrivere questa storia è stata una relazione tossica di per sè, io non volevo andare avanti di un solo capitolo, molte persone con cui ne parlavano mi suggerivano di scrivere altro e di abbandonare, Emanuele come uno spirito mi ha invaso la vita e lo ritrovavo pezzo per pezzo negli uomini che incontravo e poi c’è stato Andrea Tomaselli che mi ha preso per mano e mi ha accompagnato alla fine  di questa camminata sulla fune.

4) Ti lascio uno spazio libero per dirci qualcosa che ritieni utile aggiungere per invogliare i lettori a scoprire il tuo romanzo.

Io ho il terrore dello spazio bianco ma ci provo. Vorrei dire che questa è la storia di un uomo violento con una donna, è una storia spiacevolmente ordinaria ma è necessario guardarla. Se riuscite, cari lettori guardare a loro come persone, senza sesso, guardate le cose che fanno e che dicono e se anche solo una vi ricorda qualcosa della vostra vira non restate indifferenti.

Ringraziamo moltissimo Alessia, che vi invitiamo a seguire qui per una chiacchierata che smonta tante delle narrazioni odierne. Il mio consiglio finale, fuori dai canoni tradizionali dell’intervista, è quello di leggere questo romanzo perché è una storia che merita davvero risalto e diffusione.

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

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