Se il thriller avesse bisogno di una colonna sonora, Filippo Bini saprebbe creare la playlist perfetta!
Nei suoi romanzi convivono serial killer, indagini, ossessioni, una Bologna che sembra conoscere perfettamente il lato oscuro delle cose e tanto heavy metal. Al centro delle sue storie c’è Bruce Halfod, criminologo brillante e sregolato che potrebbe tranquillamente entrare in scena con un pezzo dei Judas Priest nelle cuffie e una pessima idea pronta a complicargli la giornata.
Con Liste di attesa, terzo capitolo della serie pubblicato da Santelli Editore, Filippo torna nel suo territorio preferito, quello in cui il thriller infila i suoi artigli nelle inquietudini contemporanee. Dipendenze, violenza, fragilità, ossessioni personali e collettive finiscono dentro la stessa storia, con il ritmo e l’impatto di un disco che preferisce partire direttamente dalle chitarre distorte.
Lo abbiamo incontrato per parlare di scrittura e sono usciti tanti nomi interessanti: Jo Nesbø, Dan Brown e persino gli Slayer.
Sound on dunque. Si comincia.

I grandi thriller riflettono spesso le ansie e i lati oscuri della società contemporanea. Quanto della tua visione del mondo — e delle tensioni politico-sociali attuali — entra nella trama e nell’ambientazione dei tuoi romanzi?
Moltissimo. Quando scrivo un romanzo, mi immergo nell’attualità, che – ahimè – spesso e volentieri è problematica su tanti fronti. In particolare, nel mio ultimo romanzo (Liste di attesa, appena pubblicato per Santelli Editore) mi sono concentrato maggiormente sull’aspetto della crudezza del thriller e ho tratteggiato la dipendenza dall’alcool del protagonista, il criminologo Bruce Halfod, e alcuni vizi di altri personaggi chiave della vicenda. Non emerge in questo caso un evidente fil rouge noir come nei romanzi precedenti, ma i mali della società rimangono sullo sfondo ad accompagnare l’indagine.
Senza peli sulla lingua: nel tuo genere ci sono dei ‘mostri sacri’ ingombranti, da Dan Brown a Stephen King a Carrisi per restare in casa nostra. Cerchi di calcare la loro ombra o cerchi di distanziartene del tutto per evitare ogni confronto?
Prima di essere un romanziere, sono un lettore assai vorace e cerco di carpire il massimo possibile dai grandi scrittori.
I miei punti di riferimento sono in primis Jo Nesbø e, come giustamente hai indicato, Donato Carrisi e Dan Brown tra gli altri.
Tento di prendere qualcosa di buono da ognuno di loro, ma allo stesso tempo di rimanere all’interno del mio stile, che punta ad essere distintivo.
Non hai mai nascosto l’altra tua grande passione ovvero la musica metal, nel metal come nel thriller, i puristi tendono subito a bollare come ‘commerciale’ un’opera che cerca un ritmo più incalzante o un pubblico più vasto. Rispetto ai tuoi primi scritti, quanto c’è di maturazione personale e quanto di coraggio in questo tuo terzo romanzo?
Intanto, voglio rassicurare i miei lettori storici: il protagonista, Bruce Halfod, continuerà a farsi aiutare dalla musica metal per districare la matassa delle indagini per omicidio!
In seconda battuta, anche i puristi possono stare tranquilli perché non vi sarà alcun tentativo di commercializzare l’opera; Liste di attesa rimane un quadro piuttosto crudo e dalle forti tinte splatter. Fin qui il lato coraggioso…
La mia maturazione nello stile di scrittura ha seguito un percorso regolare e senza strappi, tanto a livello di tecnica narrativa quanto nella caratterizzazione dei personaggi. Diversamente dallo scapestrato Bruce, il sottoscritto cerca di costruire storie sì più mature, ma senza perdere la vena sanguigna degli esordi.
C’è chi guarda all’oscurità con terrore e chi, come te, sceglie di abitarla per trasformarla in arte. Sia l’heavy metal che il thriller scendono nelle caverne dell’animo umano non per celebrarne il male, ma per portarvi una torcia. Quando scrivi la scena più cruda o l’enigma più angosciante di un tuo libro, senti di avere lo stesso obiettivo finale?
Assolutamente sì e ringrazio per la bellissima domanda. L’obiettivo è quello di far in modo che al lettore rimanga qualcosa dei miei scritti. Non voglio per forza shockare il pubblico, ma fargli vivere un parallelismo tra le vicende di un serial killer e, ad esempio, l’introspezione del mio protagonista. Tra un brano thrash metal che ascolta Bruce Halfod e un aspetto forte della società.
Punto a non banalizzare mai nessuno di questi aspetti.
C’è stato un libro preciso — o magari un album metal — che ha fatto scattare in te la scintilla di voler scrivere? E qual è il consiglio fondamentale che daresti a un giovane aspirante autore che vuole cimentarsi con il poliziesco?
Cito due romanzi e due vinili.
Dal lato narrativo, Il pettirosso di Jo Nesbø e Io uccido di Giorgio Faletti.
Sul versante musicale, due album fondamentali per me sono stati Painkiller dei Judas Priest e South of heaven degli Slayer.
Il consiglio che posso dare è: lasciate libero sfogo all’immaginazione, almeno per il vostro primo romanzo o racconto. Non affastellatevi troppo nel cercare di essere schematici.
Al limite, questo potrà essere un vostro obiettivo nelle opere a venire.
Come la copertina di un disco heavy metal, anche l’artwork di un thriller deve colpire allo stomaco prima ancora di aprire la prima pagina. Che significato ha la grafica del tuo ultimo libro e quale metafora o significato della storia racchiude?
Cosa posso rispondere per evitare uno spoiler controproducente per chi ancora non lo ha letto?
Mi sento di dire che la copertina di Liste di attesa è un biglietto da visita molto forte per quanto riguarda… la tipologia di omicidi che il serial killer mette in pratica.
Altro non si può rivelare!
Quando finisce un concerto e l’ultimo accordo sfuma, resta il fischio nelle orecchie e un silenzio improvviso che fa tremare i polsi. Quando un lettore chiude il tuo romanzo ed esce dalla tua storia per tornare alla vita reale, quale sensazione vorresti gli rimanesse incollata all’anima?
Mi piacerebbe che il lettore chiudesse l’ultima pagina e riflettesse su tutto ciò che ha appena letto.
I miei romanzi, al di là del plot narrativo, hanno tra gli obiettivi quello di non lasciare indifferenti; credo molto nella cultura che rimane nel tempo e cerco di contrappormi alla logica moderna dell’usa e getta.
In un tempo culturale fatto di contenuti consumati a velocità sempre maggiore, questa dichiarazione d’intenti suona quasi vintage nel senso migliore del termine, creare storie capaci di restare.
Quindi se chiuso Liste di attesa, vi verrà voglia di rimanere ancora qualche minuto dentro quello che avete appena letto, probabilmente il disco avrà suonato come doveva.
Filippo in breve
Chi è: Filippo Bini è uno scrittore di thriller e polizieschi. Nei suoi romanzi segue le indagini del criminologo Bruce Halfod, protagonista anche del suo ultimo libro, Liste di attesa, pubblicato da Santelli Editore.
Da dove nasce il suo immaginario: da una forte passione per il thriller, il noir e la musica metal. Tra i suoi riferimenti letterari cita Jo Nesbø, Donato Carrisi, Dan Brown e Giorgio Faletti; sul versante musicale, Judas Priest e Slayer fanno parte delle influenze che hanno accompagnato anche la sua scrittura.
Cosa sta scrivendo: con Liste di attesa Filippo è arrivato al terzo romanzo dedicato a Bruce Halfod, mantenendo il tono crudo, sanguigno e a tratti splatter che caratterizza la serie.
Dove seguirlo: su Instagram è @fbwriter86.
Una nota di trasparenza: se vuoi cercare Liste di attesa, trovi il libro qui: [link]
Questa intervista è una scelta editoriale di Calligrafe, non è una collaborazione a pagamento con l’autore. Se acquisti attraverso il link, puoi contribuire a sostenere il blog.
Intervista a cura di Alice Corleto



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