
Per parlare di Il segreto è trattenere il respiro, in uscita il primo novembre e in anteprima a Stranimondi, di Emilio Saturnini è importante andare all’origine del weird.
WEIRD O NON WEIRD?
Perché, devo dirlo, a un primo impatto questo libro non ricorda quello che tipicamente siamo abituati a considerare come weird fiction. Le atmosfere, almeno inizialmente, ricordano quelle di un romanzo di ambientazione storica, in cui l’elemento fantastico appare del tutto secondario. Tuttavia, è soltanto un inganno: Saturnini è un maestro nel creare un prodotto poliforme, capace di piacere a un pubblico molto eterogeneo, pur rimanendo, concettualmente e strutturalmente, weird.
Il genere weird nasce dalla combinazione di più generi: fantasy, horror e fantascienza, in una miscela in grado di causare inquietudine e creare sbigottimento. Tutti elementi presenti in Il segreto è trattenere il respiro, che ammalia il lettore con un orizzonte narrativo in cui il mare la fa da padrone e lo sbigottisce, a sorpresa, quasi senza avvisaglie, con misteri, colpi di scena e il mostruoso dell’ignoto.
Prima di procedere con l’esplorazione del romanzo, è però opportuno riportarne la trama, così da fornire un contesto all’analisi che ne seguirà.
TRAMA:
Sicilia orientale, 1589.
Ad Agrigliano, piccolo borgo marinaro dominato dalla tonnara di Sant’Espedito, il mare è generoso, i tonni abbondano e i lavoratori arrivano a centinaia. Eppure, qualcosa non torna. Gli uomini che scendono alla tonnara spesso non fanno ritorno. I tonnaroti sembrano diventati improvvisamente più istruiti. E cani mostruosi sorvegliano luoghi nei quali nessuno dovrebbe mettere piede. Venanzio Mezzasalma, detto il Corvo Nero, è un ragazzo curioso, misantropo e malvisto da quasi tutto il paese.
Quando comincia a indagare, scopre che le stranezze di Sant’Espedito nascondono qualcosa di molto più oscuro di quanto avrebbe potuto immaginare. Certe verità, una volta scoperte, non si possono più dimenticare.
A volte, l’unico modo per sopravvivere è trattenere il respiro.
È un romanzo weird anche perché il fantastico è presente e perché questo fantastico, in più di un’occasione, diventa inquietudine, paura non solo del mostruoso ma anche della cattiveria insita nell’animo umano. E, ciononostante, a dominare la narrazione non sono i mostri o il mistero, che pure rappresentano sicuramente ciò che conquista subito il lettore. A sedurre è soprattutto l’ambientazione.
ATMOSFERE E AMBIENTAZIONE
Saturnini ci porta nell’inedita Agrigliano, un borgo da lui creato, che respira di vita propria e appare così reale e vivido da far sentire ogni lettore presente sulla scena, al fianco del suo protagonista.
L’incedere della storia, i dialoghi e anche il lessico utilizzato danno all’opera una vibrazione teatrale più che cinematografica. I dialoghi sono originali e credibili, i personaggi stratificati nelle loro imperfezioni, i punti oscuri molteplici e affascinanti.
Si vive un’inquietudine che odora di salsedine, di antico, di leggende e folklore. Saturnini è magistrale nello sfruttare il panorama italiano e ciò che offre la storia della Sicilia per produrre un weird che spicca, si fa ricordare, anche a distanza di tempo dalla lettura.
LO STILE
Da un punto di vista stilistico, Saturnini si mostra un abile e raffinato artigiano della parola. La scrittura, in particolar modo quella dell’incipit e della prima metà del romanzo, si rivela impeccabile. Ha una voce riconoscibile, materica, affilata al punto giusto, capace di cogliere le peculiarità dei panorami e le precise miserie e imperfezioni dell’umano. Sprazzi di poesia arricchiscono uno stile che non ha una propensione esclusiva né per il dialogo, né per la narrazione, né per la descrizione: la sua penna è fluida e si disimpegna con naturalezza in più dimensioni.
“Il suo stomaco, vuoto come un abbraccio mancato, brontolava incessantemente”.
“Il mare era insanguinato, gli uomini lordi di chiazze lattescenti.”
“Quando raccogliamo la verbena sotto la luna, o quando sussurriamo un incantesimo per lenire il dolore, noi stiamo parlando alla memoria della terra.”
“Beccafico diceva sempre che la vita è un cerchio piatto, dove tutto quello che abbiamo fatto e faremo, lo faremo ancora e ancora.”
Ne esce così un libro che potrebbe essere considerato una pregevole rivisitazione del genere weird, capace di strizzare l’occhio anche agli amanti del romanzo storico più “disimpegnato”. Un’opera che consiglierei anche a chi non bazzica il genere, proprio perché la penna di Saturnini ha come cifra caratteristica un’evidente versatilità.
Il finale, forse, non rispetta appieno le altissime aspettative generate durante la lettura del romanzo, ma ha il pregio di lasciare il lettore sbigottito e con la voglia di saperne di più del mondo plasmato dall’arte letteraria dell’autore.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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