Oggi diamo il benvenuto sulle pagine di Calligrafe a Eva Battiston.
Parleremo del suo libro New World, uno Young Adult distopico che reinterpreta il mondo del Kpop in chiave distopica, in un mondo futuristico e, per certi versi, post-apocalittico.
Ho partecipato a un gruppo di lettura dedicato al romanzo di Eva ed è stata un’esperienza molto interessante che mi ha stimolato a volerla portare sulle pagine di Calligrafe, per parlare del suo romanzo, delle tematiche che le sono care e anche del processo di scrittura, con la speranza che questa chiacchierata offra a tutti, sia lettori che scrittori, informazioni e spunti utili.

- Io vorrei partire da una citazione. Ti ho già fatto una domanda su queste parole, durante una riunione del gruppo di lettura, ma mi piace tornarci. Tu scrivi: “Lo devo fare. La speranza è l’ossigeno della nostra vita, senza speranza siamo corpi privi d’anima. Sopravviviamo, sì, ma sopravvivere non è vivere. E noi abbiamo bisogno di vivere”. Ti chiedo: cosa ne pensi della tematica della speranza nei romanzi? Io sono piuttosto annoiato dal modo in cui la maggior parte dei romanzi ci debba rassicurare a tutti i costi e sembra quasi che un libro sia valido solo se ci offre speranza. Nel tuo libro, tuttavia, il tema non è stucchevole e si pone l’accento sul fatto che non si possano accettare semplicemente le cose, ma bisogni lottare per cambiarlo. Come hai affrontato la speranza in New World e cosa ne pensi, in generale, di questa tendenza a parlare sempre di speranza? I lettori ne hanno così tanto bisogno?
Innanzitutto ti ringrazio per aver partecipato al GdL e aver pensato a me per quest’intervista.
Per rispondere alla domanda… davvero? Io ho l’impressione che ci sia anche moltissimo “maiunagioia” nei romanzi moderni. E, da lettrice, penso che nel mondo ce ne sia davvero troppa: se mi guardo attorno e mi fermo a pensare l’angoscia mi sommerge.
Quindi ho deciso di affrontare la scrittura in modo diverso. Voglio, pur trattando temi complessi e mostrando situazioni negative, donare anche un po’ di luce a chi legge.
Come hai detto, i miei personaggi la luce e la speranza se le sudano. Non cadono dal cielo, non si ottengono senza alcuno sforzo. Ma non sono nemmeno irraggiungibili. Altrimenti, perché lottare?
Trattandosi di distopie, spesso i protagonisti vivono in situazioni complesse, sono vessati da chi ha potere o affrontano condizioni di privazione di libertà e povertà. Ma non le accettano passivamente: se lo facessero, il loro mondo rimarrebbe buio. Invece alzano la testa e cercano la luce. Quindi la speranza c’è, ma non è a buon mercato.
- Com’è nata la volontà di creare una narrazione distopica attorno al mondo del KPop? Come ti sei appassionata al genere e quali tematiche e dinamiche hai voluto affrontare e, possiamo dire anche, smascherare nella tua opera?
Ho conosciuto il genere nel 2023 e mi è subito piaciuto molto a livello musicale, soprattutto nelle sue sfumature più rockeggianti o rap. Non ne sono stata altrettanto entusiasta a livello di ambiente.
Ho visto molte cose che non mi piacevano affatto: agenzie che sfruttano gli artisti, fan tossici che pretendono di controllare la loro vita e li costringono a piegarsi a regole annichilenti.
Ho pensato che fossero situazioni perfette per una distopia. E Hyun ha bussato alla mia porta per raccontarmi la sua storia. Poi è arrivata anche Lexi. E ho capito che volevo scrivere qualcosa che mostrasse sia il bello che il brutto del mondo del k-pop, senza mai nominare il k-pop (anche perché nella mia Terra alternativa la Corea nemmeno esiste). Chi conosce quel mondo ne individuerà subito meccanismi e simboli… gli altri lettori vedranno un cantante vessato. Ma il principio è lo stesso.
- Nel romanzo si parla anche di manipolazione, di intimidazione e controllo del consenso anche attraverso false informazioni. Quanto della realtà attuale hai preso per creare il tuo universo? Quanto è difficile scrivere un distopico che suoni eccessivo in un tempo che ogni giorno ci sorprende con novità, svolte e scenari geopolitici che ci fanno credere di vivere davvero in una distopia?
Parto sempre dalla realtà quando inizio a progettare le mie storie. Penso che le distopie, in particolare, abbiano un legame fortissimo con la realtà. Annoto le notizie che mi colpiscono, ci rifletto su, e a volte mi danno spunti.
Credo che, al momento attuale, scrivere una distopia che mostri qualcosa di peggiore di ciò che accade nel nostro mondo sia quasi impossibile. Ci sono realtà mostruose e disumane a livelli spaventosi, anche se non sempre conosciute dalla maggior parte dell’opinione pubblica.
Ma, restando in un campo che è immediatamente visibile a chiunque, basta pensare al classico tiranno delle distopie: oggi abbiamo uomini potenti le cui affermazioni superano ogni fantasia.
Ma, da autrice, non parto con l’obiettivo di andare oltre la realtà o prevedere il futuro: voglio far riflettere su alcune dinamiche. Scelgo qualcosa di specifico e lo faccio diventare uno dei temi delle mie storie.
In New World ho optato per la musica, più che la politica (che avevo scelto e sceglierò in altre storie). E mostro qualche tassello delle dinamiche e delle tendenze che mi preoccupano.
Ma tematiche come propaganda, informazioni false e manipolazione sono alcuni dei temi ricorrenti nei miei romanzi, proprio perché attualissimi.
- Nel romanzo si parla anche di scrivere “cose deprimenti”, riferendosi a testi musicali. Quanto sentivi il bisogno di fare presente che i libri, le canzoni e l’arte in generale non debbano solo incanalare concetti positivi, fino a ricadere in una leziosa positività tossica? Quali sono le sensazioni e le idee che pensi il tuo libro possa trasmettere?
Allora… io sono una di quelle persone che, quando sono tristi, non ascoltano musica triste. Ascolto musica potente, che mi dia la carica e sia d’ispirazione. Ma so di essere in minoranza, e che le canzoni tristi (che io ascolto comunque, in momenti random) sono un’ancora per moltissime persone.
E, soprattutto, sono convinta che l’arte debba essere libera. Il mio messaggio vuole essere soprattutto questo: un artista deve poter parlare delle tematiche che gli stanno a cuore, qualunque esse siano. Nessuno dovrebbe manipolarlo o appiattire i suoi testi per renderli “adatti” e popolari.
Molte delle mie canzoni preferite parlano di ribellarsi alle ingiustizie… il che non è esattamente un tema che il Consiglio del Reaver approverebbe. Quindi finirei nei guai, se vivessi lì.
- Com’è stato il processo di realizzazione di New World? Quanto pensi sia difficile pubblicare in self un libro che sia di qualità come il tuo e quali consigli dai a chi vuole autopubblicarsi?
Il processo è stato difficile, soprattutto perché è stato il mio primo romanzo indie (il precedente era uscito con una casa editrice). Ho dovuto cercare l’editor adatto alla storia e caricarmi sulle spalle gran parte del processo di pubblicazione, come è naturale per gli autori in self.
Un grande investimento non solo economico, ma di tempo.
Cerco di guardare il positivo: ho sbloccato un sacco di skill, che mi sono poi tornate utili per i romanzi seguenti e che spero di sfruttare anche in futuro.
Consigli per chi vuole pubblicare da indipendente? Ne ho uno serio e uno un po’ meno serio. Puntate alla qualità, non accontentatevi di un lavoro mediocre: date al vostro testo la cura che merita. E non riducetevi all’ultimo momento se volete commissionare la copertina: i grafici spesso hanno tempi di attesa lunghi quasi quanto quelli di certe case editrici.
- Ti lascio uno spazio per dirci quello che vuoi su di te o sul libro e convincere i lettori a dare una chance a New World.
Sono editor e autrice di distopie e fantascienza soft… e sono pessima a rispondere a questo genere di domande.
Proviamoci.
Ambiento tutte le mie storie nello stesso mondo, non troppo diverso dal nostro, ma tecnologicamente un po’ più avanzato.
Ogni romanzo è autoconclusivo, ma chi ne leggerà più di uno troverà collegamenti, riferimenti e piccoli dettagli che li uniscono.
Scrivo soprattutto di persone. Anche quando il contenitore è fatto di tecnologia e dittature, quello che mi interessa davvero sono gli esseri umani e le loro paure, speranze e relazioni.
New World è una lettura pensata per chi ama le distopie e per chi ama il k-pop, o più in generale la musica. Ma credo possa essere anche un buon punto di partenza per chi non legge abitualmente questo genere. Ho cercato di costruire una storia che affrontasse alcuni temi tipici della distopia senza rinunciare al ritmo e alla scorrevolezza, e molti lettori mi hanno detto di aver apprezzato proprio questo aspetto, anche quando non erano lettori abituali di distopie né amanti della narrazione immersiva.
Ecco, se dovessi convincere qualcuno a dare una chance a New World, partirei da qui: non serve essere appassionati di distopie per entrarci. Basta avere voglia di seguire Hyun e Lexi e vedere dove porta la loro storia.
Ringraziamo Eva per averci portato il suo mondo, fuori e dentro le pagine. E, ovviamente, vi invitiamo a recuperare New World e le future pubblicazioni di Eva.
Intervista a cura di Giovanni Di Rosa



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