La verità non esiste: la lezione di Pirandello sul concetto di realtà

Ciao a tutti, amici lettori di Calligrafe.

Vi è mai capitato, durante la vostra formazione scolastica, che alcuni dei vostri insegnati vi dicessero “ragazzi imparate ad andare oltre i libri”?

Cosa vuol dire esattamente “andare oltre i libri”?

Io ho sempre pensato, ma credo anche voi, che fosse un invito a portarci a casa degli insegnamenti fondamentali per la nostra vita, a saper usare il cervello, a diventare adulti più coscienziosi e consapevoli.

E non stiamo parlando dell’imparare la differenza tra similitudine e metafora o quando siano nati Manzoni e Verga ma del provare a sviluppare un senso critico onesto, genuino con cui poter analizzare la realtà intorno a noi.

E a proposito di insegnamenti per la vita, credo di poter affermare che una sola figura sia stata in grado di conquistarmi veramente: Luigi Pirandello.

Già all’età di diciannove anni, quando scelsi di portare agli esami di maturità il romanzo Uno, nessuno e centomila, sentii qualcosa che mi legava a lui: un’intesa, un comune pensiero, un’affinità elettiva.

Io credo che ritenere Pirandello solo un drammaturgo o un romanziere sia riduttivo.

Pirandello era, è un filosofo, un antropologo, un educatore, uno psicologo: penso abbia giocato un ruolo abbastanza importante nella mia crescita come essere umano.

E poiché quest’anno ricorre il centesimo anniversario della pubblicazione del già citato Uno, nessuno e centomila, ho scelto di utilizzare lo spazio offerto da Calligrafe per riflettere con voi sulla disarmante modernità degli insegnamenti di questo grande autore, sebbene sia passato più di un secolo.

Ma io personalmente quali insegnamenti mi sono portato a casa?

La mia preferita è la lezione pirandelliana sul tentativo, mai esaudito, dell’uomo di dominare il caos.

Pirandello riteneva che la realtà fosse un perpetuo flusso vitale, paragonabile al magma vulcanico, che non può essere ostacolato né alterato in nessun modo (un universale ed eterno fluire volendo usare le sue stesse parole). E così sono anche gli esseri umani.

Tuttavia l’uomo non è in grado di accettare questa forma mutevole, poiché indefinibile. Ma indefinibile è anche sinonimo di incontrollabile e ciò che non può essere controllato spaventa, angoscia, scombussola.

È per questo motivo che nasce in noi il bisogno di cristallizzarci in forme circoscritte che creiamo su misura per noi, forme compatte che risultino coerenti e unitarie.

Oltretutto poi scopriamo – con nostra massima amarezza – che non siamo solo noi stessi a fissarci in una forma. Anche gli altri vedendoci dall’esterno – ognuno secondo la sua prospettiva particolare – ci danno delle forme.

E quando l’uomo capisce di essere sempre diverso a seconda delle percezioni di chi sta a guardare viene assalito dall’angoscia di smarrire sé stesso.

Dove sta la verità?

Chi o cosa siamo veramente? Difficile trovare una risposta esaustiva a questa domanda. O forse ancora più difficile è considerare l’idea che quella verità non esista.

Per quanto possa sembrare incomprensibile, non potremo mai fissare una verità oggettiva una volta per tutte.

Le prospettive da cui osservare il reale sono tutte possibili e tutte equivalenti: ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo oggettivo di vedere le cose.

Da ciò deriva un’inevitabile incomunicabilità fra gli esseri umani: essi non riescono ad intendersi perché ogni individuo proietta nelle parole che pronuncia il suo mondo soggettivo, che gli altri non possono conoscere né immaginare.

Questa incomunicabilità accresce ulteriormente il senso di solitudine dell’individuo, mettendo in crisi la possibilità di rapporti sociali.

Il regalo di Pirandello

In secondo luogo ritengo che Pirandello ci abbia fatto un grande regalo: l’invito a saper leggere fra le righe, a ragionare andando oltre ciò che appare.

Tutti i manuali di letteratura italiana recitano: “l’umorismo pirandelliano nasce dal sentimento del contrario”. Ma qual è il significato di questo postulato?

So che potrei correre il rischio di sembrare banale, ma (soprattutto per chi non conosce bene Pirandello) consentitemi di fornire un esempio tratto proprio dal suo omonimo saggio per chiarire meglio questo principio:

“Se io vedo un’anziana signora tutta imbellettata e con i capelli tinti, avverto il contrario di ciò che una signora di quell’età dovrebbe essere. Sto giudicando ciò che vedo. Magari mi viene da sorridere: non comprendo ciò che ho visto. Questo è l’avvertimento del contrario, il comico. Ma se interviene la riflessione, che mi suggerisce che quella signora lo fa solo nell’illusione di trattenere l’amore del marito più giovane, allora non posso più solo ridere: capisco che c’è qualcosa oltre le apparenze. È questo il sentimento del contrario, l’atteggiamento umoristico”.

Secondo Pirandello tutto ciò che si origina dal libero movimento della vita interiore dell’uomo non può essere fine a sé stesso, senza giudizio.

Il gesto, la parola, l’opera, devono essere seguiti da una riflessione che li giudica, li analizza, li scompone.

Le cose non sono semplicemente “quello che sono” così per come appaiono, ma celano dentro sé un universo di significati inconoscibile e incomprensibile.

Quella di Pirandello è un’arte eminentemente critica che dissolve i luoghi comuni, ci insegna a non soffermarci sulla superficie e ci sprona a penetrare in profondità chiedendoci sempre il perché.

Articolo a cura di Giordano Gambuzza

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