Tre quarti di un romanzo da riscrivere e la pubblicazione fissata a pochi mesi di distanza.
David D. Dante poteva tenersi un libro quasi finito e invece ha rimesso mano al sistema magico e ha ricominciato a lavorare su buona parte di L’Orfana del Cielo. Quando gli chiediamo come abbia fatto a consegnarlo in tempo, la risposta è: «Probabilmente grazie alla forza della disperazione».
È una battuta, ma dice molto del suo modo di stare dentro una storia. David si porta dietro questo mondo da circa venti anni. Prima che diventasse un romanzo, c’erano anni di idee e un ragazzo che cercava riparo nei videogiochi, nei luoghi abbandonati e nelle avventure inventate con il fratello e gli amici. Poi è arrivato l’incontro con il suo editor che gli ha fatto ripensare anche le regole che credeva già definite.
David sul suo profilo si definisce uno scrittore indie. Noi volevamo sapere che cosa succede prima che un mondo finisca sulla pagina — e che cosa serve per avere il coraggio di cambiarlo quando ormai sembra pronto. Questa è la nostra conversazione.
Ogni autore ha una propria geografia temporale. Per alcuni scrivere un mondo richiede gestazioni di anni, per altri è un’esplosione improvvisa. Guardando al tuo percorso e all’atmosfera in cui hai immerso questo libro, che tipo di ritualità o di ‘tempo interiore’ ha richiesto la nascita di questa storia?
Credo proprio che, nel mio caso, si possa parlare di una lunga gestazione… molto lunga!
Devi sapere che il mio World-Building nasce da un’idea che mi porto dietro dal 2006/2007, sviluppata in un racconto che scrissi all’epoca e che oggi ha finalmente trovato una dimensione solida in cui esistere. Ciò che ne venne fuori fu un racconto molto diverso da quello di oggi poiché narrava gli avvenimenti che stanno confluendo nel secondo romanzo, attualmente in fase di stesura.
Il cambiamento si deve all’incontro con il mio sensei, il principe degli editor. Quando ci siamo conosciuti, nel 2021, ha completamente stravolto il mio modo di intendere la scrittura e mi ha insegnato a dominarne il potere. E così, grazie a una nuova consapevolezza e a strumenti narrativi più maturi, ha preso forma L’Orfana del Cielo.
Nella scrittura spesso ci si confronta con editor, beta reader o persino con i grandi maestri del passato. C’è stato un momento nel processo di revisione o creazione in cui qualcuno o una lettura inaspettata ti ha spinto a rompere i tuoi stessi schemi e a mettere in discussione le regole che avevi fissato per il tuo mondo?
Il mio editor Daniele Tredici, è stato fondamentale nel mio percorso. Le sue capacità nel supportare e supervisionare una storia sono, per usare un solo aggettivo, chirurgiche. E sì, un momento come quello che intendi c’è stato, proprio in seguito a una sua considerazione. Era maggio del 2023: il romanzo era pressoché concluso, mancavano soltanto gli ultimi due o tre capitoli e la pubblicazione era fissata per dicembre dello stesso anno. Durante un incontro, Daniele mi spiegò senza troppi fronzoli che, arrivati ormai alla fine, il sistema magico non restituiva il coinvolgimento sperato. Le strade possibili erano due: lasciare tutto com’era, accontentandoci di un risultato mediocre, oppure ripensare da cima a fondo ogni elemento legato ai poteri e alzare considerevolmente l’asticella. Il che, tradotto, significava riscrivere circa tre quarti del libro a pochissimi mesi dalla pubblicazione.
Non so ancora come sia riuscito a terminare tutto in tempo e a rispettare la data prevista. Probabilmente grazie alla forza della disperazione

Søren Kierkegaard diceva che ‘la vita può essere capita solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti’. Spesso il fantasy usa il mito o l’impossibile per parlare di realtà universali: quale verità sull’umano o sul presente avevi bisogno di comprendere attraverso le metafore e le ombre della tua storia?
Credo fermamente che le persone siano ciò che sono e che, nel senso più letterale del termine, non possano davvero cambiare. Tutto ciò che diventiamo, che affiniamo e che dimostriamo di essere nel tempo, nel bene e nel male, è sempre stato dentro di noi. Gli avvenimenti, le esperienze e le prese di coscienza diventano semmai i ganci che, durante il flusso della vita, modellano ciò che già siamo e gli permettono di emergere in un modo o nell’altro. Con Mirai la protagonista del mio romanzo, ho provato a raccontare proprio questo. All’inizio conosciamo una ragazza impulsiva, in balia degli eventi e incapace di affrontare con equilibrio ciò che è costretta a vivere. A poco a poco, però, dovrà fare i conti con una discesa sempre più profonda verso un “io” interiore che non aveva mai conosciuto: una parte di sé che non aveva ancora avuto modo di emergere e che potrebbe persino finire per divorarla, ma che è sempre stata lì.
Per uno scrittore fantasy gli strumenti sono la lingua, il registro, il ritmo della prosa e la costruzione del sistema magico o sociale. Qual è stato quindi il tuo ‘strumento’ preferito durante la stesura, quello con cui sentivi di riuscire a esprimere meglio le sfumature emotive?
Senza alcun dubbio, la costruzione del sistema sociale e del World-Building. Avevo a disposizione questo enorme universo, le cui regole erano già state definite: ogni elemento aveva uno scopo preciso, una direzione ben delineata e l’intera storia del mondo mi era perfettamente chiara. Costruire le vicende dei personaggi all’interno di una realtà che, ai miei occhi, era già viva e pulsante mi ha regalato una soddisfazione immensa. Da lì, a cascata, è nato il sistema sociale, che intendo come l’insieme delle interazioni tra i diversi individui. Trovo fondamentale che il modo in cui i personaggi si relazionano abbia un ritmo incalzante e, al tempo stesso, risulti verosimile. Attraverso ciò che si dicono, il modo in cui lo dicono e le ragioni che li portano a confrontarsi, desidero che emergano il più possibile sia il racconto sia la lore dell’universo in cui sono immersi.
Voglio che la storia, tanto quella esplicita quanto quella implicita, passi principalmente attraverso i loro occhi e le loro emozioni. Non è un caso, infatti, che abbia scelto una narrazione in prima persona.

Il fantasy è un genere ricco di archetipi potenti, ma si rischia facilmente di rimanere intrappolati nelle aspettative del genere o nei cliché. Come hai mantenuto la rotta per proteggere la tua voce autentica senza farti sviare dal ‘rumore di fondo’ di ciò che il mercato fantasy oggi sembra richiedere?
Forse qui risulterò terribilmente banale, ma ti confesso che, sotto questo aspetto, non ho mai prestato attenzione a ciò che mi circondava. Ho le idee molto chiare su quello che voglio raccontare e una visione precisa e appassionata del modo in cui desidero farlo. Semplicemente, non mi sono mai domandato che cosa richiedesse il mercato: non mi interessa. Qualunque siano le “traiettorie” del mercato, resta comunque una certezza: non si potrà mai piacere a tutti. Bisogna ritagliarsi con pazienza il proprio pubblico, quello che saprà apprezzare la storia per ciò che è, senza che insegua necessariamente le tendenze del momento.
Le storie fantasy prendono forma prima che la prima parola venga digitata sullo schermo. Se dovessi rintracciare l’origine prima della parola, in quale parte della tua percezione o della tua vita interiore risiedevano queste mappe, questi personaggi e questi paesaggi prima di posarsi sulla pagina?
Ho sempre trovato riparo nelle sensazioni a cui ho dato forma durante l’infanzia e l’adolescenza. Perlopiù accadeva davanti alle decine di videogiochi che raccontavano le proprie storie in forma attiva, permettendoci di diventarne protagonisti a tutti gli effetti. A questo si aggiunge la mia naturale attrazione per tutto ciò che è cupo e decadente, che mi accompagna da sempre. Prendi ad esempio il mio amore per Lara Croft, mentre si avventura tra tombe dimenticate. Aggiungi mio fratello, che mi mostra le avventure grafiche di Monkey Island, o la nave di Willy l’Orbo ne I Goonies, o la DeLorean di Ritorno al futuro. Poi mettici me e i miei amici, impegnati a trascorrere intere giornate tra giri in bicicletta, i primi giochi dei Pokémon, il cinema e le sale giochi. Mescola tutto con la mia curiosità per le storie di luoghi antichi e abbandonati, il fascino del mistero e dell’ignoto, le mie continue domande sul tempo e la tendenza a proiettarmi in mondi “alla Final Fantasy” per sfuggire alla realtà.
C’è un momento preciso, magari quando eri bambino o quando hai letto il tuo primo libro in cui hai capito che creare mondi sarebbe stata la tua strada? E a quella versione di te del passato, cosa diresti oggi vedendo il libro stampato tra le tue mani?
Non saprei dirti se ci sia stato un momento preciso. Di sicuro, fin dove arriva la mia memoria, in un modo o nell’altro ho sempre dato vita a valanghe di storie. Da bambino ne inventavo alcune per trasformarle in una sorta di “gioco di ruolo dal vivo”. Altre, invece, le affidavo a un diario, sul quale sfogavo quei primi vagiti di creatività letteraria buttando giù piccoli racconti. Avevano sempre sfumature piuttosto oscure per un bambino tra gli otto e i dieci anni. La cosa incredibile è che faccio davvero fatica a rendermi conto di quanto tempo sia trascorso. Dentro di me, tutto esiste su un unico piano della realtà, senza tempo, nel quale il me bambino, il me adolescente e il me adulto cooperano allo stesso flusso creativo, affinché possa soddisfare ciascuno di loro. E ti assicuro che il me fanciullo è davvero felice: fa parte di un progetto che ama alla follia, e non vede l’ora che evolva in qualcosa di ancora più grande.
David D. Dante in breve
Chi è: David D. Dante è uno scrittore indipendente e l’autore del fantasy L’Orfana del Cielo.
Cosa sta scrivendo: un secondo romanzo, attualmente in fase di stesura.
Dove seguirlo: su Instagram è @dante.sbagliato.
Una nota di trasparenza: se vuoi cercare L’Orfana del Cielo, trovi il libro qui: [link]
Questa intervista è una scelta editoriale di Calligrafe: non è una collaborazione a pagamento con l’autore. Se acquisti attraverso il link, puoi contribuire a sostenere il blog.
Intervista a cura di Alice Corleto



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