Un luogo che chiamiamo “casa”: Campfire Cooking in Another World with My Absurd Skill, Paradise Kiss e Kitchen
Ci sono storie che restano impresse per il modo in cui scelgono di raccontarsi: una pausa, un silenzio, un colore, una stanza o un gesto possono dire più di una spiegazione.
Da questa idea nasce una rubrica dedicata allo storytelling giapponese attraverso tre linguaggi: anime, manga e narrativa. Tre forme diverse, accomunate dalla capacità di affidare il racconto anche ai dettagli, agli spazi vuoti e a ciò che rimane inespresso.
Oggi vi parleremo di quei luoghi che, anche senza esserlo davvero, riescono a farci sentire a casa.

La narrazione degli anime isekai sembra essere lineare: solitamente il protagonista muore, si reincarna e si ritrova in un mondo fantasy con qualche abilità speciale. In realtà è più complesso di così, però mi chiedo sarà possibile ricordarsi casa in un altro mondo?
Lo vediamo ad esempio nell’anime Campfire Cooking in Another World with My Absurd Skill, dove il protagonista, Mukouda Tsuyoshi, ottiene una skill particolare che si chiama “Supermercato Online”, già vi immagino che ridacchiate.
Sì, avete capito bene, con questa particolare abilità è possibile ordinare online prodotti dal Giappone, che vengono consegnati al nostro protagonista tramite semplici scatole di cartone.
Quindi sì, in qualche modo è possibile portarsi un piccolo pezzo di casa anche quando ci si ritrova in un altro mondo. Ed è proprio attraverso questa particolare abilità che Mukoda riesce a circondarsi di amici e a creare, poco alla volta, una sorta di famiglia, i cui componenti principalmente sono interessati alle prelibatezze che Mukoda cucina, tuttavia la gioia di mangiare un pasto caldo durante viaggi lunghi è davvero futuristica.
In questo mondo fantasy, dove le comodità sono riservate soprattutto ai nobili e non certo agli avventurieri o alle bestie magiche, anche una semplice cena può trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Così, mentre il viaggio di Mukoda prosegue, le storie si intrecciano e incontriamo nuovi personaggi, assaggiamo nuove ricette e scopriamo nuovi luoghi. Quelle che per Mukouda sono ricette e ricordi del suo Paese natale, diventano anche momenti condivisi con la sua nuova famiglia.
Eppure, dietro la comicità della situazione, c’è qualcosa di più: il cibo diventa un ponte tra il mondo che Mukouda ha lasciato e quello in cui si trova a vivere. Un pasto caldo, un ingrediente familiare o una ricetta del suo Paese diventano piccoli frammenti di casa da portare con sé durante il viaggio.
Forse, allora, sentirsi a casa in un altro mondo non significa necessariamente ritrovare ciò che abbiamo lasciato indietro. A volte significa creare nuovi ricordi, nuove abitudini e nuovi legami capaci di farci sentire a casa anche lontano da casa.


Esiste un rifugio segreto, nascosto sotto il battito frenetico di Tokyo, dove le stoffe e i sogni non servono soltanto a vestire i corpi, ma a ricostruire l’anima.
Nel tratto elegante e irrequieto di Ai Yazawa, e in particolare tra le pagine di Paradise Kiss, l’atelier del gruppo ParaKiss diventa molto più di uno spazio creativo: il concetto di “casa” perde i contorni rigidi e convenzionali della famiglia d’origine per trasformarsi in uno spazio di profonda condivisione.

Yukari si trova inizialmente a vagare in una solitudine profonda, soffocata dalle aspettative asfissianti di una madre che la vuole unicamente incanalata in un percorso scolastico perfetto e privo di vita.
Per lei, la vera salvezza arriva dall’incontro fortuito con quel seminterrato disordinato e vibrante, un luogo fuori dal mondo che funge da santuario protetto. L’atelier non è un semplice spazio di lavoro o una base creativa: è il rifugio in cui il giudizio esterno viene totalmente sospeso e dove la vulnerabilità non rappresenta una debolezza, ma il punto di partenza per rinascere.
All’interno di questo rifugio spicca la presenza magnetica e materna di Isabella, figura cardine ed eterea guida spirituale del gruppo. Incarnando una femminilità conquistata a caro prezzo e dotata di una saggezza antica, Isabella accudisce Yukari con la grazia e la dedizione di una madre vera, offrendole un porto sicuro in cui potersi finalmente spogliare delle proprie insicurezze.
Tra macchine da cucire, rotoli di stoffa sparsi e bozzetti illuminati da una luce soffusa, i gesti quotidiani e l’affetto incondizionato dei suoi compagni insegnano alla protagonista che l’identità non è un’imposizione che si subisce, ma un’opera d’arte che si sceglie giorno per giorno.
È proprio attraverso questo spazio fisico ed emotivo che si compie la guarigione e la scoperta della propria vocazione.
La moda, dentro quell’atelier, non è una frivolezza o una fuga dalla realtà, ma lo strumento con cui Yukari si riappropria del proprio corpo e del proprio spazio nel mondo. Indossare un abito cucito su misura che urla la sua essenza diventa un atto di fiera affermazione personale. Yazawa racconta così l’atelier come l’archetipo definitivo della casa: non un luogo immobile in cui cercare riparo per sempre, ma una stanza protetta e coraggiosa da cui spiccare il volo, imparando finalmente a camminare con le proprie gambe.


Cosa può diventare casa quando quella che conoscevamo non basta più?
Con Kitchen di Banana Yoshimoto entriamo nella narrativa, seguendo Mikage, rimasta sola dopo la morte della nonna, mentre cerca un nuovo spazio in cui il lutto possa diventare abitabile.
È proprio la cucina a trasformarsi, poco alla volta, in quel luogo domestico e ordinario capace di accogliere ciò che resta dopo una perdita.
Nel testo originale, il nome Mikage è scritto みかげ, in hiragana, ma il suo suono può richiamare i kanji 御影, legati all’idea di ombra, riflesso o immagine, che sembra dialogare con il suo percorso tra assenza e memoria.
Anche il titolo, キッチン, kitchin, è scritto in katakana: una parola di origine straniera ormai quotidiana, un ambiente moderno e quasi neutro. Quella di Mikage, infatti, non è la cucina della famiglia tradizionale, ma uno spazio provvisorio da abitare e ricostruire attraverso legami che non coincidono per forza con quelli di sangue.
È qui che lo storytelling di Yoshimoto mostra la propria forza: le emozioni non vengono spiegate, ma emergono attraverso luoghi, gesti e relazioni. Yūichi ed Eriko non “salvano” Mikage, le offrono semplicemente un’altra possibilità di vicinanza e di cura.
Anche la prosa procede per sottrazione, è moderna, quotidiana, in apparenza semplice, lascia al dolore lo spazio necessario senza trasformarlo in mera retorica.
Kitchen costruisce così un 余白, yohaku, uno spazio bianco anche emotivo, in cui ciò che non viene detto resta tra una frase e l’altra, affidato alla sensibilità del lettore.

Per questo è un ottimo punto di partenza per parlare di luoghi chiamati casa, perché mostra come silenzi, oggetti, stanze e piccoli gesti possano custodire un intero mondo emotivo.
In fondo, che si tratti di una cena preparata in un altro mondo, di un atelier nascosto nel cuore di Tokyo o di una cucina in cui imparare a convivere con l’assenza, queste storie sembrano suggerire la stessa cosa: casa è, a volte, qualcosa che costruiamo attraverso gesti quotidiani, persone incontrate quasi per caso e spazi che impariamo lenti ad abitare.
Anime, manga e narrativa lo raccontano con linguaggi diversi, ma lasciandoci la stessa domanda: che cosa rende davvero un luogo “casa”?
Articolo a cura di Alessia Ceniviva, Lucrezia Porta e Margherita Cucinotta



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