“Fottuti mostri” e la rivalsa dell’erotismo perturbante al femminile: intervista al curatore e alle autrici della raccolta antologica

“Fottuti Mostri” è un’opera sovversiva, scandalosa, unica nel suo genere. Quando mi ci sono imbattuta ne sono stata attratta come da una forza inspiegabile e oscura. Il fulcro dell’antologia attorno a cui si sviluppano ben undici racconti è la “Monster Erotica”.

Ma come è nata questa idea, tra i meandri più oscuri de “La nuova carne”?

“La colpa, se proprio dobbiamo trovarla, è di Francesca, alias Naenia Fumoemiele”, ci rivela Alessio Bacci, curatore dell’opera “Eravamo a Milano, durante una fiera […] circondati da libri, fumetti, corpi più o meno vestiti e quella particolare fauna umana che frequenta le fiere del libro e che, a guardar bene, costituisce già di per sé un discreto bestiario.

A un certo punto Francesca mi propose di fare un’antologia di Monster Erotica. Così, di botto.

La cosa mi sembrò sufficientemente folle da meritare di essere presa sul serio e risposi d’istinto: “Sì, cazzo!”

Ma cos’è in realtà la Monster Erotica? […] Ripartendo dai miei studi universitari, incentrati proprio sul femminile e il rapporto col corpo nella letteratura, mi sono addentrato in una selva oscura la cui diritta via non era affatto smarrita.

Non volevamo però limitarci a mettere qualche tentacolo dentro una raccolta di racconti erotici e chiamarla rivoluzione. Il mostro ci interessava per quello che poteva fare: mandare in cortocircuito le regole, deformare i corpi, spostare i confini del desiderio e soprattutto permettere di raccontare il piacere senza doverlo rendere rispettabile.

E qui sono arrivate loro: le autrici.  Naenia aveva già in mente le scrittrici adatte […].

Non un gruppo di scrittrici reclutate per dare al progetto una patina di “sensibilità femminile”, ma una banda di artiste con idee, ossessioni, immaginari e soprattutto una sorprendente disponibilità a spingersi dove il buon gusto avrebbe già cominciato a telefonare alla polizia.

[…]

A ciascuna abbiamo dato uno spazio e una sola vera indicazione: non avere paura del mostro. Il resto era affare loro. E loro hanno fatto esattamente quello che speravamo: hanno preso il mostruoso e lo hanno trasformato in un territorio di libertà. Hanno scritto di corpi che non chiedono scusa, di desideri che non aspettano autorizzazioni, di creature che non devono essere addomesticate per diventare desiderabili. Hanno spostato il centro della narrazione. Non più il mostro osservato dall’umano, ma il desiderio che decide di guardare il mostro e dire: sì, proprio quello.

È qui che Fottuti Mostri ha smesso definitivamente di essere soltanto un’antologia di monster erotica.

La forza dirompente di queste autrici non sta nel semplice fatto di aver scritto sesso con creature mostruose. […] Sta nell’aver usato l’eccesso, l’osceno, il fantastico e il grottesco per riappropriarsi di una cosa che per secoli è stata raccontata, regolata e giudicata soprattutto dagli altri: il desiderio femminile.

E allora il mostro diventa perfetto.

Perché il mostro non deve essere bello. Non deve essere educato. Non deve essere socialmente accettabile. Non deve neppure essere umano.

E se una donna può desiderarlo, sceglierlo e raccontarlo alle proprie condizioni, allora forse il vero scandalo non è il mostro.

Il vero scandalo è che qualcuno abbia pensato di poter stabilire cosa una donna debba desiderare.

Sono arrivati undici racconti, undici mostri, undici modi diversi di prendere la carne e farne saltare le cuciture. Storie diverse per tono, immaginario e ossessione, ma unite dalla stessa volontà di non essere accomodanti.

[…] Con Naenia e Andrea Garagiola (altra colonna portante del novocarnismo) abbiamo lavorato assieme alle autrici sui testi, per poi passare alle illustrazioni […].

Fottuti Mostri nasce così, da una proposta oscena impossibile da rifiutare e cresciuta e sostenuta grazie alla forza di queste autrici e alla loro capacità di trasformare il desiderio in una forma di sabotaggio”.

Abbiamo, dunque, passato la palla alle autrici per ascoltare dalla loro viva voce il loro percorso prima, durante e dopo questa esperienza con la Monster Erotica.

LA PAROLA ALLE AUTRICI

Benvenuta! Per iniziare, ti andrebbe di presentarti ai lettori di Calligrafe?

Miriam Palombi: “Grazie! Sono un’autrice di narrativa horror e dark fantasy e curatrice editoriale per la DZ Edizioni. Le mie opere esplorano un universo macabro, ispirandosi al folklore e ai temi più classici del genere. Sono da sempre impegnata nella divulgazione della ‘Cultura Horror’ e tra i redattori delle riviste Barrio e Massacro.

Il mio percorso di scrittrice nasce da un’esigenza istintiva, ossia dare forma a ciò che inquieta. L’horror, per me, non è solo il genere che meglio intercetta e riflette i cambiamenti della società, ma un vero e proprio linguaggio. È il modo più diretto che conosco per parlare di ciò che si nasconde sotto la superficie. Traumi, paure inconsce, pesanti eredità familiari, territori interiori che raramente trovano spazio altrove.

Il lavoro di curatrice editoriale, leggere, selezionare, valutare testi, si traduce in una maggiore attenzione alla struttura e alla coerenza di ogni elemento della narrazione. Le voci sono molteplici, ma ciò che cerco, anche nei testi altrui, è sempre una verità emotiva riconoscibile. L’importante è non perdere la parte più istintiva e viscerale, ciò che rende l’horror autentico. È un equilibrio continuo tra controllo e abbandono”.

Naenia Miele: “Ciao Lettori! Sono Naenia, vivo sull’appennino tosco-romagnolo in mezzo a monti e boschi, scrivo da sempre romanzi gotici, ne ho pubblicati tre negli ultimi anni, sono usciti con la casa editrice Spirito Libero. Nell’ultimo periodo ho sviluppato una grave ossessione verso monster erotica & monster romance, ed è per questo che ho proposto alla Nuova Carne di realizzare un’antologia di questo genere”.

Imieicarimostri: “Ciao! Sono una trentenne laureata in psicologia e amante delle storie in ogni loro forma, vivo in un paesino in provincia di Milano ma appena posso scappo sui monti a scrivere e camminare. Ho pubblicato due romanzi comici e diversi racconti, mi piace dire di scrivere di “mostri che hanno bisogno di terapia”!

Sara Holst: “Ciao a tutti! Scrivo da diversi anni e ho cominciato con i racconti. Molti di quelli sono disseminati nelle antologie di Letteraturahorror, Historica edizioni e nelle raccolte dei concorsi di La Tela Nera e del Terni e Narni Horror Fest, oltre che in quella di Coven Riunito pubblicata da Balckdog Edizioni e nella nostra amata “Fottuti mostri” edita La nuova carne. Di recente sono uscita anche con il mio primo romanzo: Hollow Fell, un thriller gotico pubblicato da De Tomi editore. Mi piacciono gli animaletti brutti (adoro le scolopendre, sono troppo carine) e i gatti (soprattutto se antipatici). Nel tempo libero giro fiere esoteriche, guardo film horror e torturo il mio fidanzato – scherzo (forse)”.

Laura Gobbo: “Ciao Gemma, prima di tutto grazie di cuore per aver accolto su Calligrafe la nostra raccolta di Monster Erotica: Fottuti Mostri. Mi presento per chi ci legge. Sono Laura, parlo di libri ed editoria su IG ormai da qualche anno con il nome di @laurag_lag e dal 2023 ho l’onore di fare parte del direttivo di @coven.riunito il primo collettivo in Italia di scrittura e arte horror, weird, dark fantasy e affini tutto al femminile. Sono una persona curiosa e spesso fuori dagli schemi perché l’orrore per me è catartico e rilassante e sono sempre dalla parte di chi lotta per i propri diritti. Non sono esperta di cinema anche se mi piacerebbe ma so, che, mi sono avvicinata a questo mondo è anche grazie ai vecchi film in bianco e nero che mio padre mi mostrava da bambina pensando che così facessero meno paura. Il libro che ha segnato il mio percorso di lettrice è stato “Uno spicchio di tenebra” che ho letto da ragazzina e che ho scoperto solo recentemente far parte di una saga che ora mi piacerebbe recuperare se non altro per affetto. Non mi definisco una scrittrice, con solo due racconti pubblicati, ma provare a mettere in parole storie e idee è stato davvero divertente quindi spero di riprovarci!”

Claudia D’Auria: “Sai che le presentazioni sono sempre difficili? Ho una formazione da storica medievista, sono appassionata di mitologia, faccio la SEO manager e l’editor e di solito non scrivo racconti horror, anche se sono un’amante del genere sia per quanto riguarda i libri che i film, quindi Non c’era altro modo ha rappresentato una sfida, un modo per uscire dalla mia comfort zone. Ecco, in questi ultimi anni è qualcosa che cerco di fare spesso. Tentare nuove strade, scoprire nuovi generi o cimentarmi, come in questo caso, in esperimenti. In parte è anche un modo per forzare la mia tendenza a essere molto abitudinaria!”

Irene L. Visentin: “Ciao! Grazie per l’invito. Sono Irene L. Visentin e scribacchio da diversi anni nel mondo horror e weird. la nuova carne è stata la primissima casa dei miei lavori: sono uscita in diverse loro antologie prima di venir pubblicata in un paio di raccolte di racconti (I Tredici – PubMe Edizioni e Buie –  Augh! Edizioni) e due romanzi (La scogliera – Bré Edizioni e Cora – Lumien Edizioni). Con la nuova carne ho collaborato anche nella redazione di Silicio, la fanzine di fantascienza novocarnista. E poi scrivo appunto racconti e articoli qui e là (Strani Aeoni, Racconti dal profondo…), sempre nel mondo horror e speculativo”.

Kara Lafayette: “Ciao Gemma, innanzitutto grazie di cuore per l’invito e per il tempo che hai dedicato a Fottuti Mostri. Va benissimo Kara, Silvia lo lasciamo al mio ruolo di maestra. Esatto, il mio lavoro principale è quello di insegnante di scuola dell’infanzia, un mestiere che mi ha permesso, negli anni, di imparare molto sulle persone piccole (i bambini non sono dei pupazzetti da sbaciucchiare e coccolare tutto il tempo e basta, sono persone) e su quelle anagraficamente grandi, perché prima di tutto l’insegnante osserva. La mia passione per la scrittura nasce dall’infanzia, da quando, per l’esattezza, mio fratello maggiore passava ore a studiare e io mi annoiavo. Lui mi dava le sue penne e matite e io scarabocchiavo, implorando di imparare a scrivere. Per prima cosa ho iniziato a disegnare, ed ero pure bravina. Tutt’ora è un’attività che mi rilassa e mi diverte, ma ciò che mi fa sentire realmente me stessa è inventare storie. E per farlo, assimilo il più possibile ciò che mi colpisce dell’umanità. Spesso sono piccole cose, dettagli, frammenti, ricordi. Mi diverto a rielaborarli, immaginando che da un un puntino apparentemente insignificante si possa creare un fitto ricamo. Ho divagato? Chiedo venia. Sintetizzo me stessa: il mio racconto in Fottuti Mostri è la mia prima pubblicazione ufficiale con una CE, ma ho scritto molti altri racconti horror-weird come autrice self (sono su Amazon), ho partecipato alla rivista Curioso di Michele Borgogni, chiacchiero di cinema, libri e serie TV senza (nessuna pretesa da critica) sulla mia pagina Instagram. Attualmente sono in fase di gestazione, nel senso che forse forse, chissà, qualcosa di nuovo partorisco”.

Alice Murlie: “Ciao a tutti e grazie per il benvenuto! Sono nata nel 1998 in Lombardia, ho una laurea in fisioterapia, ma da quando ho scoperto il mondo della scrittura, ho capito cosa volevo fare davvero nella vita. Ora, scrivo romance e faccio l’editor (specializzata nello stesso genere). Ho diverse passioni, tra cui musica, cinema, anime, videogiochi e, ovviamente, la lettura. Mi piace il fantasy, la fantascienza e il thriller. Ho un debole per il romance e un’ossessione per i pinguini, quindi quale occasione migliore per scrivere di queste creature carine e coccolose in un’altra veste?”

Agnese Zifferero: “Non sono mai stata brava con le presentazioni, ma farò del mio meglio! Partiamo dalle basi: mi chiamo Agnese, ho 26 anni (percepiti come 90) e sono nata e cresciuta a Roma, culla di tutti gli orrori contemporanei. Tipo il traffico. Tipo i gabbiani. Anyway! Da quando ho capito che trasformarmi in un dinosauro non rientrava tra le possibili carriere che il futuro poteva riservarmi ho deciso di percorrere il sentiero della creatività, disegnando e scrivendo fino a spaccarmi le mani. Mentre il disegno è rimasto un piacevole hobby con occasionali remunerazioni, con la scrittura si potrebbe dire che mi è andata un po’ meglio. Dopo aver collezionato qualche posto in finale in concorsi come il Terni Horror Fest, il RaccontaMi e L’Alcova Letteraria, nell’estate del 2023 mi sono decisa a buttarmi nella stesura del mio primo libro, intitolato Il Pasto della Farfalla. Nonostante la sua brevitas e il contenuto splatter, ha trovato casa nel 2024 nel catalogo di EKT – Edikit, per poi essere affiancato nel 2026 dal suo seguito, Genesi di una Falena. Come potrete intuire, l’horror in tutte le sue salse si pone come centro della mia attività autoriale, che ha trovato sbocco anche in forma di racconti e articoli in antologie e riviste dedicate. Qualche altro fatto su di me? Sono laureata in cinema, ho la fobia delle blatte e, nel futuro prossimo, pubblicherò una novella illustrata con una casa editrice specializzata e il mio primo libro in self-publishing, intitolato Spider.avi”.

Debora Parisi: “Ciao a tutti, sono classe ’96, di giorno segretaria e QA tester, di notte cacciatrice di leggende. Adoro i gatti e i draghi, ne sono ossessionata in verità. Scrivo principalmente fantasy e horror, ma ho scritto anche weird, romance, scifi, bizzarro fiction e thriller”.

In poche parole, di cosa parla il tuo racconto?

Miriam Palombi:Dark Love Tattoo parla di Lorenzo, un uomo che dopo la dolorosa fine della sua relazione decide di farsi tatuare in un misterioso studio. Sceglie il volto di una donna dai tratti orientali, ma quello che avrebbe dovuto essere un gesto di chiusura diviene l’inizio di un incubo”.

Leggendo il tuo racconto, ho avuto l’impressione che il protagonista cercasse di scaricare la responsabilità delle proprie azioni, in una dinamica che richiama il concetto di “she made me do it”. Pensi che il mostruoso possa diventare un alibi per giustificare i comportamenti peggiori dell’essere umano?

“No, anzi. Per me il mostruoso non è mai un alibi, ma uno strumento narrativo. In questo racconto il soprannaturale serve a portare all’estremo dinamiche profondamente umane: la solitudine, la dipendenza affettiva e l’amore malato che, invece di nutrire, divora. Che pretende di fondersi con l’altro fino a consumarlo.

Il mostro non cancella la responsabilità del protagonista, ma rende tangibile la sua ossessione. Per questo il mostruoso non è un alibi morale, ma uno specchio deformante che ingigantisce ciò che l’essere umano porta già dentro di sé.

Se il lettore avverte inquietudine, è perché riconosce, dietro la carne del mostro, qualcosa di profondamente umano”.

Naenia Miele: “Elia è un uomo incapace di superare la fine della sua storia d’amore adolescenziale. Dopo la sua prima fidanzata, non è più riuscito a trovare una donna con cui condividere le emozioni. Per anni è rimasto solo, la sua unica compagnia sono i clienti incel che frequentano il suo stesso bar. Alcolista e amante della morte più che della vita, Elia incontra spesso al locale una donna di aspetto assai sgradevole. E nonostante sia ripugnante a vedersi, una sera decide di portarla con sé a casa…”

Ti confesso che, leggendo il racconto (Fino alle ossa), sono rimasta sorpresa nello scoprire che fosse stato scritto da una donna: la voce narrante è incredibilmente autentica. Come hai costruito questo lavoro di immedesimazione? E, alla fine, chi o che cosa rappresenta il vero mostro della storia?

“E io ti confesso che nel rileggerlo ho provato paura verso me stessa, proprio perché scrivere di un uomo è difficile, e non è qualcosa che faccio abitualmente, ma ho cercato di rendere il suo punto di vista credibile. Ho letto e studiato molto il mondo della redpill e degli incel, ed è così che sono riuscita a entrare nella mente di Elia.

La morte è forse l’unica cosa che mi spaventa davvero, perché al contrario di mostri e demoni è impossibile non credere che un giorno finiremo in una fossa a marcire, perciò la mia idea di mostro è andata subito in quella direzione. Ma chi sia il vero mostro della storia credo non stia a me raccontarlo…”  

Imieicarimostri: “Una ragazza appassionata di mostri (anzi, diciamolo, una vera e propria monsterfucker), stanca degli uomini, compra un giocattolo per adulti da un sito dedicato a persone come lei. L’acquisto, però, potrebbe regalarle più una sorpresa, anche perché si tratta di un pezzo unico e… ricercato!”

Il tuo racconto (Monster, please!) è probabilmente il più divertente dell’antologia e, al tempo stesso, uno dei più schietti nel raccontare l’amicizia tra donne. Cosa rappresenta per te la “monster erotica” e in che modo dialoga con i temi che hai scelto di raccontare?

“Ho sempre pensato che la monster erotica fosse l’andare oltre, il superamento dei limiti nell’espressione di desideri altrimenti inconfessabili; il punto di incontro tra eros e thanatos. Oppure un modo per sublimare le proprie paure immaginando scenari romantici e sessuali con creature pericolose e molto diverse dalla norma. Sono sempre esistite storie sugli accoppiamenti con i mostri, oggi possono essere usate per trattare una grande varietà di temi, dall’emancipazione femminile a tutto ciò che è “queer”. Tra l’altro, unisce più donne di quanto si pensi, per questo ho voluto anche inserire un’amicizia positiva all’interno del racconto. In realtà ho scelto di raccontare una storia molto semplice, ma partendo dal punto di vista di una donna che si sente sbagliata e “schifosa” per i suoi interessi, e che troverà il vero piacere nell’incontro con una creatura altrettanto outsider”.

Sara Holst: “La trama è semplice: una ragazza invita il suo ex a casa per una vendetta gore al femminile come si deve. Ma ben presto la situazione cambia e si trova davanti a un mostro infernale. Quale sarà la sua reazione? Da questo punto di partenza ho voluto parlare di quando ci fondiamo con il nostro lato oscuro e lo amiamo nel più viscerale dei modi”.

C’è un passo del tuo racconto “Cimiteri lucidi” che mi ha colpita: “Vuoi che quel mostro continui a scoparti, perché tu vai bene solo per i mostri. Quelli vivi, quelli morti. Quelli che non esistono”. Qual è il messaggio che si cela dietro queste parole?

“Ho pensato alla possessione in chiave erotica, immaginando la situazione in cui ci rifugiamo nella parte più mostruosa di noi senza pensare a cosa è giusto fare. La protagonista, infatti, è contaminata dal dolore della sua situazione, sente di non meritare altro. Non ha intenzione di lasciare andare la sofferenza, ma solo di sguazzarci dentro. Quindi con questo passaggio ho voluto descrivere il momento in cui non abbiamo voglia di farci vedere “sul pezzo”, o di migliorarci, ma solo di ascoltare ciò che ci fa male e farlo entrare dentro di noi”.

Laura Gobbo: “Raccontare ANIA in poche parole, senza fare spoiler, è un’impresa titanica. Possiamo dire che è un racconto che si muove come un gioco di specchi. Niente è mai come sembra, o almeno spero. Qui il sesso non è fine a se stesso ma ha un ruolo importante e quasi magico possiamo dire. È un racconto crudo e senza censure soprattutto nelle sue parti più orrorifiche. Quindi se qualcuno è particolarmente sensibile a temi molto splatter come il cannibalismo ne sconsiglio la lettura. ANIA è una storia nata di getto, quando Irene Visentin mi  ha chiesto di provare a scrivere qualcosa per l’antologia di Coven ma non mi ha aveva avvista del fatto che ci fosse un tema specifico. Da subito è stata una storia importante e speciale per me e speravo davvero che altri potessero leggerla, così quando Naenia Miele mi ha proposto di provare a partecipare all’antologia de La Nuova Carne mi sono detta subito “ho un racconto che potrebbe essere giusto” per questa casa e così l’ho mandato. Quando mi hanno scelta mi sono sentita felice oltre ogni immaginazione”.

Nel tuo racconto c’è un continuo ribaltamento dei ruoli che conduce ad un esito inaspettato. Al termine della lettura, mi è rimasta una domanda che vorrei porti: noi donne veniamo ancora additate come “streghe” quando smettiamo di conformarci al ruolo di creature docili e accondiscendenti?

“Vorrei risponderti che non è così, ma purtroppo i tempi che viviamo oggi parlano per noi. Lo vediamo con i femminicidi che ogni giorno vediamo nei telegiornali o sulle notizie. Lo vediamo quando le donne non riescono ad avere dei diritti reali sul lavoro perché devono ancora scegliere tra carriera e famiglia. O quando solo per il fatto di essere donne siamo oggetti di ogni tipo di attenzione indesiderata. Quando una donna decide di autodeterminarsi e pensa con la sua testa fa paura perché non è più un oggetto nelle mani di un mondo ancora dominato dalla visione maschile delle cose. Tutte noi abbiamo sperimentato una volta nella vita qualcosa del genere o sul lavoro, o in famiglia, o in altri contesti sociali. Se non la pensi come la massa, se hai delle idee tue o fai sentire la tua voce sei tu quella sbagliata a prescindere da tutto. Per questo è importante che continuiamo a lottare e che antologie tutte al femminile come Fottuti Mostri vedano la luce, perché non c’è un argomento di cui le donne non possano parlare o non possano farlo bene.

Noi donne dovremmo anche fare più rete e sostenerci di più a vicenda per iniziare a cambiare davvero le cose”.

Claudia D’Auria:Non c’era altro modo è stata la realizzazione di una promessa. Alcuni anni fa il mio compagno mi aveva proposto di scrivere qualcosa legato alla figura dell’arpia così come compare in Devilman: si tratta di un personaggio con un background che piace a entrambi moltissimo: da lì, la storia: è l’ultimo incontro tra l’arpia e il cacciatore che la insegue da tempo. Nel racconto, lei un tempo era umana, ma ha scelto di dare voce alla creatura ultraterrena che le abitava dentro. Lui no, non accetta la sua natura. E l’amore, alle volte, non basta”.

Nel tuo racconto ti rifai alla mitologia dell’Antica Grecia, mettendo in luce quanto, sotto certi aspetti, la loro concezione della sessualità femminile fosse più aperta rispetto alla nostra. Secondo te, cosa è cambiato nel corso dei secoli? Perché sembra essere subentrato un pudore che prima non c’era?

“La concezione della sessualità femminile non era affatto più aperta, anzi. Nell’antichità e in luoghi come l’Antica Grecia e Roma le donne non venivano tenute in gran conto e quello che ci sembra essere una maggiore libertà è un diverso modo di concepire la sessualità che comunque non privilegia noi donne. Tuttavia, l’Arpia è una creatura solo in parte donna che non risponde alle leggi e ai costumi a cui siamo sempre state costrette. Potrei dire che è un essere di puro istinto, che fa ciò che vuole perché è feroce e “se lo può permettere”. Lo scopo di Aello e delle sue sorelle è tormentare, strappare, distruggere, ma sì, si vanta del suo corpo, non teme la sua nudità e questo mi fa venire in mente l’altra parte della tua domanda che trovo particolarmente interessante: quella, sempre molto attuale, sulla percezione del nostro corpo. Per quanto concerne il concetto di pudore e vergogna della nudità, in realtà è molto più tardo rispetto a quello che si potrebbe pensare nonostante l’influsso cristiano. Nel Medioevo, per esempio, il corpo o il sesso non erano considerati un tabù (basta leggere Boccaccio od osservare miniature del tempo). Spesso se ne parla con una libertà incredibile. Possiamo dire che è dal il Rinascimento in poi che il corpo, grazie alla volontà di controllo religioso sempre più pressante, viene concepito come qualcosa da nascondere e tutto quello che è legato alla sfera dei bisogni corporali di ogni tipo celato e proibito”.

Irene L. Visentin:La dea dentata parla di una donna con degli appetiti particolari e una vera passione per i denti. La seguiremo in una strana missione strettamente connessa alla morte e a un piacere ancestrale”.

Il tuo racconto ha una grande potenza visiva e i denti sono uno degli elementi più evocativi della storia. Come è nata questa scelta e quale significato assume all’interno del racconto?

“Come sempre, quando scrivo, è partito tutto da un’immagine. Un obitorio, un tavolo bariatrico, un cadavere. E una pinza. Diciamo che è stata una somma di punti che hanno portato a chiedermi “e da qui dove andiamo?”. Una volta identificati i denti, volevo che ci fosse una morbosità strettamente legata al sesso (vista la “mission” della raccolta), un feticcio che però avesse una collocazione mostruosa e divoratrice, che spero si colga nello scorrere del racconto”.

Kara Lafayette:Quel che faccio da grande parla di una giovane donna che, come secondo lavoro, uccide la gente. È un tropo a me molto congeniale, specie se mescolato con elementi fantastici e weird. La protagonista, Noelle, scopre da ragazzina qualcosa di particolare dentro di lei. Questo qualcosa trova il suo spazio (e un pretesto) per uscire, letteralmente, dal suo corpo. Ha anche un nome e, forse, anche uno scopo più grande”.

Dietro l’elemento mostruoso, il tuo racconto porta in primo piano un’importante questione etica: qual è, a tuo avviso, il confine tra giustizia e vendetta all’interno della storia?

“Il confine lo tracci, lo rispetti o lo sovrasti a seconda di quello che sei. A volte, ciò che sei, non è sempre una scelta. Dipende in quale parte del mondo nasci e cresci, dalle esperienze che hai accumulato, dal dolore che hai sopportato. Nel caso di Noelle la vendetta è lo strumento per nutrire un impulso, che non è né buono né cattivo, semplicemente esiste e ciò che decide di fare lei è come farne uso. È questo il punto: siamo ciò che siamo, con pochi o tanti strumenti, e averne tanti non è per forza sinonimo di qualità. La scelta sta in cosa fare con le risorse accumulate. “Quel che faccio da grande” è una storia di vendetta personale e universale, è un body horror e un bizzarro racconto di formazione. È anche una storia d’amore e l’erotismo ho scelto di inserirlo attraverso un fabbisogno primario: il nutrimento. Le storie dell’orrore di questo tipo esulano, secondo me, dal giudizio morale, il mostruoso femminile è l’arma con cui si combatte la prevaricazione maschile. Noelle è questo. Poteva fare altre scelte, ma poi come mi sarei potuta divertire? Spero possano goderne anche lƏ  lettricƏ”.

Alice Murlie: “Il racconto (Covata Glaciale ndr) segue Monica, una ricercatrice in una base antartica del futuro, impegnata a studiare gli Sfenicantropi, pinguini umanoidi considerati responsabili di misteriose contaminazioni del territorio. Cryo è un esemplare recluso nella base scientifica degli umani e sfruttato per studi ed esperimenti.

Ma un black-out intrappola Monica nel laboratorio con Cryo, e lui riesce a liberarsi.

Il rapporto tra scienziata e cavia si capovolge: Monica dovrà sopravvivere alla notte, in cui paura, attrazione e istinto di sopravvivenza trasformano la prigionia in un’esperienza erotica e disturbante”.

Partendo da un presupposto narrativo classico, il rapporto tra indigeno e invasore che lega i tuoi protagonisti si evolve in un modo complesso. All’interno di questa dinamica così articolata, dove si colloca il “mostruoso”?

Ci saranno spoiler in questa risposta.

Il “mostruoso” non coincide soltanto con la figura di Cryo.

All’inizio, è Monica a definirlo “mostro” attraverso uno sguardo scientifico: gli Sfenicantropi sono classificati, rinchiusi e ridotti a oggetti di studio, mentre l’Antartide viene trattata come uno spazio a disposizione degli esseri umani, nonostante fosse habitat naturale degli sfeniscidi.

Cryo incarna certamente un’alterità fisica inquietante e una sessualità minacciosa, ma anche Monica manifesta una forma di mostruosità morale: mette a rischio e sacrifica di fatto le tirocinanti in nome della ricerca, disumanizza chi la circonda e considera la creatura una cavia, finché non diventa lei stessa il corpo osservato, manipolato e invaso.

Il rapporto erotico rovescia la dinamica iniziale: l’essere considerato invaso si appropria del corpo dell’invasore, la scienziata diventa esperimento e la gravidanza finale concretizza l’inversione dei ruoli.

Cryo, però, non è una vittima innocente: la sua violenza, l’ambiguità del consenso e la riproduzione imposta restano perturbanti. Il mostruoso si colloca proprio nella zona in cui desiderio, sopraffazione e sopravvivenza diventano indistinguibili.

La frase conclusiva “Volete solo sopravvivere” non assolve nessuno, bensì obbliga il lettore a riflette sul fatto che entrambe le specie legittimano le proprie azioni amorali appellandosi alla necessità di sopravvivere.

Il vero mostro, quindi, non è una singola creatura, ma la logica secondo cui il fine giustifica i mezzi.

Agnese Zifferero: “Prendete una donna dal passato travagliato, un’astronave piena di alieni tentacolati e molto curiosi e un po’ di sano sesso interspecie. Mescolate il tutto con la vostra mano più allenata e lasciate colare l’impasto su una teglia imburrata di narrazione in prima persona. Gustatevi il tutto senza neanche infornare: la consistenza viscida renderà l’esperienza ancora più immersiva. Per chi non lo avesse capito, era una battuta sullo sperma. Adesso ridete”.

I tentacoli sono un elemento ricorrente nell’immaginario erotico, soprattutto nella cultura giapponese. Questo immaginario ha influenzato fin dall’inizio la costruzione della tua creatura (protagonista de La cattura) oppure la loro presenza è nata solo in un secondo momento, come conseguenza naturale della sua evoluzione?

A rischio di perdere l’ultimo briciolo di dignità che mi era rimasto, mi vedo costretta ad ammettere che il collegamento alla cultura giapponese era previsto sin dall’inizio. Ebbene sì, mi avete sgamata: durante l’adolescenza ho letto così tanti hentai coi tentacoli che potrei scriverci sopra un intero trattato filosofico. Dovete infatti sapere che questo tipo di pornografia è stato il primo contatto che io abbia mai avuto con la sfera sessuale. Mentre i miei coetanei sperimentavano tra di loro o si sgrillettavano davanti a un video di Pornhub, io divoravo storie dove waifu in scala di grigio venivano penetrate da escrescenze non umane, confortata dall’assenza di genitali reali e corpi fatti su misura per rendermi ancora più insicura. Nonostante l’età adulta mi abbia aiutata a ridimensionare il mio rapporto col sesso, ho deciso che il mio primo racconto di horror erotico lo avrei dovuto affrontare proprio come ho fatto col mio primo porno: con un computer e tanti bei tentacoloni”.

Debora Parisi: “Il racconto (Il frutto della vita ndr) è un retelling di alcuni racconti di Clark Ashton Smith, come Le catacombe di Yo Vombis e Vulthoom, in tema hardcore horror e distopico. La protagonista è una persona “sacrificabile” per la società e viene inviata ad esplorare le rovine della misteriosa civiltà che ha abitato il pianeta Marte. Mentre scappa da parassiti alieni che ricordano sanguisughe pelose, cade in un tunnel del sottosuolo che la condurrà in un ecosistema sotterraneo mortale.  L’esplorazione del sottosuolo la porterà in contatto con altre rovine delle popolazioni marziane e alla scoperta di un’entità non proprio benevola.

Questa è la trama in succo”.

Nel corso della tua carriera hai spesso esplorato i confini del perturbante. Pensi che suscitare disagio nel lettore sia anche un modo per indurlo a interrogarsi sulle proprie convinzioni e sui propri pregiudizi?

“Credo che il perturbante metta in discussione le certezze delle persone. Il brutto e il putrescente serve a mostrare un lato della vita che non si riesce a concepire se si vuole chiudere gli occhi, un lato di noi stessi che non vogliamo interrogare, esplorare o controllare.

Prendiamo il sesso, in questo racconto è un tema disturbante, vassallo della corruzione, perché avviene in un contesto deumanizzante e di sopraffazione.

Siamo in una società ipersessualizzata ma al contempo vedere il sesso come mezzo di distruzione di inquieta e disgusta. Per certi versi alcuni aspetti della sessualità sono ancora tabù, basti pensare che c’è gente che ancora si interroga se il BDSM sia una pratica femminista o no, figuriamoci se si parlasse di sessualità in un tematica di terrore”.

Intervista a cura di Gemma Rubino

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