Pensieri sull’attrazione verso il proibito
In occasione dell’equinozio d’Autunno, mi ritaglio sempre un angolo sui social per parlare della Divina Persephone, che proprio in questa data si appresta a scendere le scale verso l’Ade, e ogni volta mi sento parte di un fiume di post aesthetic sul tema, con un retrogusto da ragazza bianca che vuole sembrare edgy.
È infatti innegabile quanto il duo Ade-Persefone sia amato dalla comunità bookish, tanto da essere protagonista di innumerevoli retelling, fra cui l’italianissimo Game of Gods, ma non dimentichiamoci il webcomic Lore Olympus o il romance anni 2000 per eccellenza Twilight.
Una spiegazione plausibile per questa ossessione potrebbe risiedere nell’attrazione per il proibito, con Plutone che rapisce Proserpina per amore, per farla sua sposa, e la nostra eroina che lo ama e lo odia al contempo, un po’ come succede nei dark romance moderni. Anche questa sua dicotomia può essere un esempio della volontà social di apparire più profondi e sfaccettati, ricalcando simili archetipi come il genio incompreso o il poeta maledetto. In questo caso passiamo da una giovane fanciulla innocente a regina degli Inferi, che dovete ammettere essere molto emo e millennial-core, quindi non mi sorprende aver attecchito così bene nella comunità librosa. Ma la fascinazione per la coppia nasce ben prima di noi.

Le origini greche
La prima fonte attestata che riporta il nome Περσεφονη (Persephone) è Esiodo con la sua Teogonia, un poema mitologico risalente al 700 a.C. circa. Parlando di tutta la progenie di Zeus, al verso 912 leggiamo:
“Poi entrò nel talamo di Demetra di molti nutrice,
che pertorì Persephone dalle bianche braccia, che Adoneo rapì a sua madre: gliela concesse il saggio Zeus.”
E qui si chiude la sua breve parentesi; dovremo andare a spulciare negli Inni Omerici, i più antichi databili al VII secolo a.C., e in particolare nell’Inno a Demetra per avere più informazioni sulla fanciulla. Il testo è abbastanza lungo da non poterlo interamente citare, vi consiglio di recuperarlo in autonomia. Per le sorti di questo articolo ci serve solo sapere che è da qui che deriva innanzitutto il mito del melograno e poi quello dell’anno diviso fra madre e consorte.
“La saggia Persefone si rallegrò in cuor suo e subito si levò, piena di gioia. Ma lui, con atto furtivo per non essere visto da altri, le fece mangiare un dolce chicco di melograno: non voleva che rimanesse per sempre sulla terra, insieme a Demetra dal peplo scuro. […] «Figlia mia, hai forse mangiato qualcosa mentre eri là, sotto terra? Non nascondermi nulla, parla, devo saperlo. Se non l’hai fatto, allora vivrai con me e con Zeus, signore dei nembi, lontano dall’odioso Ade, e tutti gli dei ti onoreranno. Ma se l’hai fatto, allora discenderai di nuovo laggiù, sotto terra, e vi rimarrai per un terzo dell’anno, negli altri due terzi vivrai con me e con tutti gli dei: e questo sarà per sempre. Quando la terra, in primavera, è tutta colore e profumo di fiori, allora risalirai dalle tenebre oscure, meravigliosa visione per uomini e dei. Ora dimmi: come ha potuto trarti in inganno il potente signore dei morti?»”
Vi starete chiedendo il perché di questa bizzarra suddivisione dei mesi: non erano mica metà e metà? Questa convinzione non è fallace, ma deriva dalle Metamorfosi di Ovidio.
“E Giove allora si fa arbitro tra il fratello e l’afflitta sorella e il corso dell’anno in due parti uguali divide: ora Proserpina, comune divinità dei due regni, sta con la madre sei mesi e altrettanti convive con lo sposo”
E così abbiamo tracciato un primo identikit della figura di Persephone, ma mi preme sottolineare ancora una cosa in questa sezione: l’importanza dei misteri eleusini. La Dea era figura centrale di questi riti religiosi misterici perché rappresentava il ciclo naturale, sia inteso come stagioni, sia come vita-morte. Sebbene per entrare a far parte dei misteri eleusini bisognasse giurare un voto di segretezza, e quindi a livello storico si possa ipotizzare un esiguo numero di iniziati, questi riti furono talmente famosi da raggiungere Roma e i suoi imperatori, fra cui Marco Aurelio e Giuliano. Il fascino di tali insegnamenti fu grande, anche dopo l’arrivo del cristianesimo, e secondo me dobbiamo a loro una parte dell’affetto verso il mito di Proserpina.

Nei secoli a venire fino ad oggi
La morte ha sempre affascinato l’essere umano, e come non potrebbe essere amata una Dea dell’abbondanza e della morte al contempo? Il suo mito smette di essere una semplice favola divina e si trasforma in una potente allegoria dell’esistenza umana, dove la vera maturità e la comprensione della vita nascono solo dall’incontro con il mutamento, la perdita e la mortalità. La ἐποπτεία (contemplazione) si può raggiungere solo nel momento in cui Kore dismette gli abiti di un’eterna e astratta gioventù per consegnarsi alla realtà della Natura e soprattutto del Tempo.
Non ci deve sorprendere quindi il ritrovare Persephone in statue, come il Ratto di Proserpina del Bernini, in pièce de théâtre, come Proserpina di Johann Wolfgang Goethe, e opere letterarie non performative, come nella celebre composizione di Alda Merini:
“Sono nata il ventuno a primavera Ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera. Forse è la sua preghiera”
C’è così tanta produzione artistica su questa figura nel corso dei secoli da influenzare anche le più moderne fanfiction. Come dicevamo già prima, oltre all’attrazione verso il proibito e la mortalità umana, ciò che vediamo nei romance moderni è anche frutto di due temi molto cari alle nostre generazioni: da una parte lo sdoganamento del personaggio moralmente grigio non solo come icona decadente, ma soprattutto come figura da rivalutare e ammirare, poi dall’altra parte troviamo la gestione del trauma. In un mondo in cui si trova pornografia del dolore accendendo il telegiornale, in cui “L’orco buono le faceva i biscotti” (mash-up di veri titoli di cronaca nera italiana), allora Persephone diventa riscatto e rielaborazione della violenza sistematica e sistemica a cui la società patriarcale ci espone ogni giorno. Oltrepassando il regno mortale, la Dea si libera delle catene sociali e si incorona come padrona delle proprie sorti.
Tali interpretazioni possono essere notate anche in prodotti di dubbia qualità tipo Neon Gods di Katee Roberts, dove i circoli BDSM che Ade gestisce sono teatro della rivendicazione delle libertà sessuali della protagonista. Anche Twilight, nei suoi limiti mormoni, parla dell’amore proibito come peccato compiuto da Bella e Edward per raggiungere la libertà di essere.
“Le sue dita sfiorarono i fiori più alti e il mio pensiero andò nuovamente a Persefone. La personificazione della primavera. Sarei potuto restare a guardarla per molto tempo, forse per sempre, tuttavia era troppo sperare che la bellezza di quel luogo potesse farle dimenticare a lungo il mostro che si celava nell’ombra. Si voltò, gli occhi pieni di stupore, sulle labbra un sorriso meravigliato, e mi guardò. Con grande aspettativa. Io non mi mossi, al che lei iniziò ad avanzare lentamente verso di me. Alzò un braccio, tendendomi una mano in segno di incoraggiamento. In quel momento, il desiderio di essere umano fu in me talmente forte che quasi mi paralizzò. Ma non ero umano, ed era tempo di adottare una ferrea disciplina.”
Una citazione a me cara è quella tratta dal videogioco Hades: qui Persephone viene rappresentata come outcast perché odia come gli altri membri dell’Olimpo
si comportano fra loro e con gli umani. Con la sua discesa negli inferi si dimostra essere una regina potente ma giusta, che ha visto in Ade un compagno onesto e rispettoso. A parte la rielaborazione del mito, ho apprezzato come venisse colta una delle innumerevoli sfaccettature romantiche (nel senso di Romanticismo) del mito, ovvero il fuggire dalle responsabilità sociali che gravano sulle nostre spalle per riconnetterci alla Natura.
Ed è proprio qui che vorrei andare a parare con questo articolo: l’equinozio sta arrivando, ma i social sono pieni di haul autunnali e frasi Tumblr, quando quello che manca all’essere umano è andare a toccare l’erba ogni tanto.
Come possiamo apprezzare il mito di Proserpina, se poi ne ignoriamo gli insegnamenti? Dovremmo prenderci un attimo e riflettere su un ciclo della nostra vita che sta andando a chiudersi e su quello che sta per sbocciare, sui buoni propositi per migliorarsi, e infine sul lembo di tempo mortale che vogliamo ritagliarci per essere noi. Invece di performare sui social, vi voglio invitare ad uscire di casa e respirare la vostra umanità.
Buon autunno,
Roberta



Lascia un commento