«Ho osservato Falastìn che stava giocando con il ciondolo della nonna. E ho capito che c’era qualcosa di più potente della nostalgia. Il futuro, tutto da costruire con le tue mani. Anche se costretto in una scatola di latta. Anche se avvolto in una kefiah lisa. Anche se ti chiami Palestina e non ha mai visto la tua terra.»
– tratto dal romanzo Il giorno che non ti ho ucciso

Ci sono storie che appartengono a una famiglia e, nello stesso tempo, a una memoria molto più grande. Nei romanzi di Sarah Mustafa, La spia ha i capelli rossi e Il giorno che non ti ho ucciso, le vicende individuali si intrecciano alla storia palestinese attraversando generazioni, luoghi e forme diverse del ricordo.
Nel primo romanzo è Leyla a cercare ciò che il passato ha lasciato dietro di sé, ricostruendo la storia della nonna Farida attraverso testimonianze, fotografie, silenzi e frammenti familiari.
Con Il giorno che non ti ho ucciso, invece, lo sguardo si sposta indietro nel tempo e raggiunge la generazione precedente, quella di Carla e Omar, accompagnando il lettore dentro gli eventi che Leyla ha potuto conoscere soltanto attraverso la memoria degli altri.
Tra narrazione e realtà, identità e appartenenza, poesia, musica e resistenza, abbiamo intervistato Sarah Mustafa per parlare di ciò che significa trasformare una memoria collettiva e familiare in narrativa, e del confine delicato tra raccontare il passato e continuare a interrogarlo.
- La spia ha i capelli rossi e Il giorno che non ti ho ucciso raccontano generazioni diverse della stessa famiglia. Quando hai capito che la storia di Leyla doveva tornare indietro fino a Carla e Omar?
Prima di tutto, permettimi di ringraziarti, Margherita, per la sensibilità e l’attenzione con cui hai letto e commentato i miei romanzi. Non è scontato trovare chi si avvicina a certe storie con la cura che serve, senza appiattirle né semplificarle, e sentire che chi mi ha letta ha colto anche quello che c’è sotto la trama per me vale più di qualsiasi recensione. Le tue domande mi hanno dato la possibilità di tornare su alcuni nodi che mi porto dietro da tempo, non solo come scrittrice ma come persona che si sente parte in causa rispetto a quello che sta accadendo in Palestina, e te ne sono grata.
L’idea era già germogliata nel finale del romanzo precedente, ma si è rafforzata piano piano, incontro dopo incontro, durante le presentazioni. La promozione de La spia ha i capelli rossi è coincisa con un periodo buio per la storia dell’umanità, e in particolare per il popolo palestinese, colpito dal genocidio perpetrato negli ultimi due anni e mezzo.
Fin dal primo momento ho notato che la maggior parte delle persone interessate ad ascoltare i racconti su questo popolo apparteneva proprio alla generazione dei miei genitori, quelli nati negli anni ’50. Ascoltandoli, ho scoperto che il loro interesse non era affatto una novità: “ho rispolverato la kefiah”, mi diceva qualcuno, “ho tirato fuori la bandiera della Palestina di quando scendevo a manifestare negli anni ’70”. Mi sono sentita profondamente vicina a quella generazione, che fin dal 1967 ha sempre riempito le piazze per questa causa, e ho voluto omaggiarla con questo libro. Ci tenevo anche a raccontare ai miei coetanei, e ai ragazzi più giovani, quanto siano stati intensi quegli anni, e quanto sia importante conoscere le battaglie e le conquiste dei nostri nonni e genitori.
Così, se il primo romanzo nasceva da un’esigenza intima, quella di esternare una storia personale di grande peso specifico, con questo nuovo lavoro proseguo il mio viaggio attraverso le radici italiane e palestinesi che mi appartengono. Per scriverlo ho dovuto mettermi in ascolto: intervistare, raccogliere i frammenti dei ricordi altrui, farmi raccontare quegli anni da chi li ha vissuti davvero.

- In La spia ha i capelli rossi Leyla ricostruisce il passato di nonna Farida attraverso fotografie, testimonianze e frammenti. Perché hai scelto una memoria così incompleta e da decifrare?
Ho scelto una memoria incompleta perché è quella vera, quella con cui tutti noi facciamo i conti quando proviamo a ricostruire chi siamo. Nessuno eredita la propria storia già scritta e ordinata: la riceviamo a frammenti, in fotografie sbiadite, in silenzi che a volte dicono più delle parole, in racconti che i nostri familiari ci hanno concesso solo in parte, magari per proteggerci, magari perché anche a loro mancavano dei pezzi. Far ricostruire a Leyla il passato di nonna Farida attraverso fotografie, testimonianze, vecchie cassette, significava restare fedele a questo processo: la memoria si scava, si decifra un po’ alla volta, e in quel decifrare c’è già tutta la fatica e la bellezza di capire chi si è diventati.
Perché ricostruire la memoria della propria famiglia, per me è una ricerca identitaria profonda: chi siamo, chi siamo diventati, quali aspetti preziosi ci portiamo dentro senza nemmeno accorgercene, ereditati da chi è venuto prima di noi. E quando quella ricerca riguarda una famiglia che affonda le radici in Palestina, il gesto individuale si allarga inevitabilmente a qualcosa di collettivo: ricostruire la storia di Farida significa anche recuperare la storia di un intero popolo, una narrazione che per decenni abbiamo lasciato raccontare da altri, spesso in modo distorto, unilaterale, funzionale a cancellare proprio quei frammenti che Leyla va cercando.
Ecco perché la memoria incompleta è la forma più onesta che potessi dare a questa storia. Perché anche la memoria collettiva del popolo palestinese ci arriva così: a pezzi, spesso negati, spesso messi a tacere, e sta a chi ascolta, a chi legge, a chi scrive, il compito di rimetterli insieme con rispetto, senza pretendere di colmare ogni vuoto, ma restituendo dignità anche a ciò che manca.
- Leyla è italo-palestinese mentre Gabi è israeliano: appartengono a due realtà segnate dallo stesso conflitto. Come hai raccontato il loro incontro senza cancellare il peso della Storia che li divide?
Ho raccontato l’incontro tra Leyla e Gabi scegliendo con cura il terreno su cui farli incontrare: un contesto terzo, lontano dal cratere della violenza, un campus universitario in Italia. Un territorio neutro, dove nessuno dei due porta addosso la divisa del proprio popolo, dove per un momento sembra possibile respirare fuori dalla morsa della Storia. Ma proprio perché quella lontananza fisica non cancella la memoria collettiva che ciascuno si porta dentro, ho voluto che restassero segnati, entrambi, da quello che li precede.
Ci provano, in quello spazio sospeso, ad andare oltre: nasce un’amicizia sincera, fatta di curiosità reciproca, di ascolto, di quella naturalezza che a volte si crea lontano da casa, tra persone che si scoprono senza le sovrastrutture che li aspetterebbero altrove. Dietro quell’amicizia, però, restano dinamiche complesse, e le ho volute tutte: quelle familiari, fatte di eredità, lutti, silenzi tramandati; e quelle storiche, quel peso collettivo che non si scioglie con la buona volontà di due persone che si vogliono bene.
Il mio lavoro, scrivendoli, è stato tenere insieme queste due verità senza farne collassare una sull’altra: da un lato la possibilità reale di un legame sincero, dall’altro l’impossibilità di far finta che quel legame basti a sciogliere ciò che la Storia ha costruito. Leyla e Gabi possono incontrarsi, cercarsi, capirsi persino, ma quello che si portano addosso, l’esilio e la sofferenza da una parte e l’appartenenza a uno stato costruito sull’espropriazione di quell’esilio dall’altra, resta lì, sullo sfondo di ogni conversazione, di ogni silenzio tra loro. Ho voluto che il lettore sentisse che l’amicizia tra i due è vera, ma non basta da sola a rendere giustizia, né a Leyla né alla Storia che porta con sé.
- Con Il giorno che non ti ho ucciso passi dalla memoria ereditata alla Storia vissuta direttamente da Carla e Omar. Cosa ha significato questo cambiamento per la tua scrittura?
Passare dalla memoria ereditata di Leyla alla Storia vissuta in prima persona da Carla e Omar ha significato, per la mia scrittura, un salto quasi vertiginoso. Con La spia ha i capelli rossi mi muovevo nel territorio del frammento, della ricostruzione, del vuoto da colmare, scrivevo attraverso gli occhi di chi cerca, di chi arriva dopo. Con Carla e Omar, invece, mi sono trovata a scrivere dentro gli eventi, non più a ricostruirli da lontano, e questo mi ha chiesto un’assunzione di responsabilità diversa.
Ho dovuto abitare i corpi di chi la Storia l’ha attraversata sulla propria pelle, non raccontarla di riflesso. È cambiato il punto di osservazione, certo, ma è cambiato soprattutto il tipo di ascolto che ho dovuto praticare: mi sono fatta raccontare da chi quegli anni li ha vissuti davvero, ho dovuto restituire scelte, paure, compromessi presi sul momento e non filtrati dal tempo che ammorbidisce tutto. Scrivere la memoria è un lavoro di cura verso ciò che resta; scrivere la Storia vissuta è un lavoro di responsabilità verso ciò che è accaduto, senza la possibilità di nascondersi dietro l’incompletezza del ricordo.
E poi c’è un aspetto che mi ha toccata profondamente come autrice: raccontare Carla e Omar mi ha costretta a mettermi io stessa in prima linea, senza la distanza protettiva della generazione che scopre, che decifra, che ricuce. Ho dovuto scrivere il presente della Storia, quello che si vive senza sapere ancora come andrà a finire, e restituire quella incertezza, quella urgenza, quel rischio quotidiano che Carla e Omar hanno provato nella loro gioventù. Questo può anche essere d’aiuto quando si tende a giudicare facilmente quella generazione, immedesimarsi è stato catartico per me e spero lo possa essere anche per il lettore.
- Omar incontra personaggi realmente esistiti come Mahmoud Darwish, Marcel Khalife e Yasser Arafat. Quali limiti ti sei posta mentre scrivevi il romanzo con lui e Carla?
Mi sono data una regola precisa fin dall’inizio: potevo far incrociare Omar con loro, farlo stare nella stessa stanza, nello stesso momento storico, ma non potevo permettermi di attribuire loro pensieri, parole o gesti che non fossero coerenti con quello che sappiamo davvero di loro, con quello che hanno scritto, detto, testimoniato.
Per Darwish, in particolare, il limite è stato ancora più stringente: la sua poesia appartiene già al mondo, e io non volevo in nessun modo appropriarmene o piegarla dentro la voce di Omar. Ho preferito lasciare che la sua presenza scenica restasse quella di un uomo, prima ancora che di un simbolo, e che fosse Omar, con la sua sensibilità di personaggio inventato, a raccontare l’effetto che quell’incontro produceva su di lui, senza mai sostituirmi a Darwish nel dargli voce diretta oltre quello che la Storia ci ha lasciato.
Con Arafat il limite è stato invece politico, nel senso più profondo del termine: raccontarlo senza cadere né nell’agiografia né nella caricatura, restituendo la complessità di una figura che per il popolo palestinese ha significato moltissimo, con tutte le sue luci e le sue ombre, senza usarla per semplificare un giudizio che la Storia stessa non ha ancora del tutto sedimentato.
E poi c’è stato un limite che mi sono imposta rispetto a Omar stesso: mai farlo diventare un pretesto, un espediente narrativo per avvicinare il lettore a questi giganti. Ho voluto che restasse un personaggio autonomo, con una sua interiorità, capace di attraversare quegli incontri da protagonista della propria storia, e non da semplice testimone silenzioso messo lì per dare lustro al romanzo. Il confine più difficile da tenere, insomma, è stato proprio questo: intrecciare la finzione alla Storia vera senza che l’una si mangiasse l’altra.
- Mario Capanna, storico esponente del movimento studentesco del Sessantotto e autore dell’introduzione al romanzo, definisce Il giorno che non ti ho ucciso anche “beneagurante per il futuro”. Ti riconosci nell’idea che la letteratura possa avere una funzione di testimonianza?
Mi riconosco profondamente in quell’idea, e l’espressione di Mario Capanna, “beneaugurante per il futuro”, mi ha toccata in un modo particolare, perché coglie esattamente quello che speravo trasparisse da questo romanzo. La letteratura, per me, ha sempre avuto anche questa responsabilità: non limitarsi a intrattenere, ma testimoniare, tenere in vita quello che la Storia ufficiale tende a comprimere, semplificare, a volte cancellare del tutto. Raccontare le microstorie delle persone che vengono travolte dalla Storia con la S maiuscola.
E c’è un altro aspetto che mi sta a cuore, legato proprio a quel “beneaugurante per il futuro”: scrivere serve anche a tenere aperta una possibilità, a dire ai lettori più giovani che quello che sembra immutabile, un’ingiustizia che dura da ottant’anni, che pare non avere fine, in realtà è stato costruito nel tempo e può, deve, essere smontato. Se il romanzo riesce anche solo a piantare questo seme, a far sì che chi lo legge non archivi la Palestina come una causa persa o lontana, allora la letteratura ha fatto esattamente quello per cui io continuo a scriverla.
- Nel romanzo poesia, musica e scrittura diventano anche forme di resistenza. Cosa racchiude, allora, quel “non” nel titolo Il giorno che non ti ho ucciso?
Quel “non” nel titolo racchiude, per me, il cuore stesso del romanzo: la scelta di raccontare non la violenza compiuta, ma quella trattenuta, il momento in cui un essere umano ha davanti a sé la possibilità di diventare carnefice e sceglie, invece, di restare umano. È un “non” che pesa più di qualsiasi azione, perché dice qualcosa di essenziale sulla resistenza palestinese che ho voluto raccontare attraverso Omar e Carla: resistere non significa solo imbracciare, significa anche, e forse soprattutto, rifiutarsi di diventare specchio di chi ti opprime.
In un romanzo dove poesia, musica e scrittura diventano forme di resistenza al pari, se non più forti, delle armi, quel “non” si inserisce perfettamente in questa logica: Darwish resiste con i versi, Khalife con le note, Omar con le parole che sceglie di scrivere invece che con la violenza a cui la Storia lo spingerebbe. E quel gesto mancato, quell’uccisione che non avviene, diventa il gesto più politico del romanzo, perché racconta un popolo che, pur avendo tutte le ragioni per rispondere con la stessa ferocia subita, sceglie continuamente, quotidianamente, di non lasciarsi disumanizzare fino in fondo.
C’è poi un livello più intimo, che riguarda il legame tra Carla e Omar: quel “non” custodisce anche la possibilità, fragile e mai scontata, che tra due persone segnate da mondi opposti possa esistere qualcosa che non sia distruzione. Non una riconciliazione facile, l’ho detto anche parlando di Leyla e Gabi, ma la prova che anche nel punto più buio della Storia resta uno spazio, minuscolo e tenacissimo, dove si può scegliere di non infliggere altro dolore. Ed è forse questo il senso più profondo del titolo: ricordarci che anche nell’orrore più totale, la resistenza più radicale può essere proprio il rifiuto di ripetere la violenza che si è subita.
Ringraziamo Sarah Mustafa per essere stata con noi e per aver condiviso con noi di Calligrafe il percorso che attraversa i suoi romanzi.
La spia ha i capelli rossi e Il giorno che non ti ho ucciso, entrambi pubblicati da Homo Scrivens, sono disponibili sul sito della casa editrice, nelle librerie e nei principali store online.
Scheda libro – La spia ha i capelli rossi
Titolo: La spia ha i capelli rossi
Autrice: Sarah Mustafa
Editore: Homo Scrivens
Collana: Direzioni immaginarie
Anno di pubblicazione: 2024
ISBN: 9788832783735
Formato: brossura
Pagine: 324
Genere: narrativa contemporanea, mistero, memoria e romanzo storico
Trama
Leyla, studentessa italo-palestinese, torna in Giordania, nel luogo in cui è cresciuta, ufficialmente per uno stage universitario. A riportarla indietro, però, è soprattutto una domanda rimasta senza risposta: che cosa accadde quasi sessant’anni prima a una ragazza la cui morte sembra coinvolgere Farida, sua nonna?
La ricerca di Leyla attraversa il campo profughi della sua infanzia e risale fino alla Nakba palestinese, intrecciando memoria familiare e storia collettiva. Tra segreti, appartenenze e identità divise, il passato smette progressivamente di essere qualcosa da ricostruire e diventa una presenza capace di agire sul presente.
Romanzo d’esordio di Sarah Mustafa, La spia ha i capelli rossi mette in dialogo mistero e memoria, raccontando la Palestina attraverso le vite di chi ne porta con sé la storia, anche lontano dalla propria terra.
Riconoscimenti: Menzione speciale al Premio L’Iguana – Anna Maria Ortese 2024, sezione narrativa; Premio Franco Cuomo International Award 2024 per la letteratura.
Per approfondire: https://www.homoscrivens.it/product-page/la-spia-ha-i-capelli-rossi-di-sarah-mustafa
Scheda libro – Il giorno che non ti ho ucciso
Titolo: Il giorno che non ti ho ucciso
Autrice: Sarah Mustafa
Editore: Homo Scrivens
Collana: Direzioni immaginarie
Anno di pubblicazione: 2026
ISBN: 9788832785074
Formato: brossura
Pagine: 268
Genere: romanzo storico e d’amore
Trama
Pavia, anni Settanta. Carla è una giovane operaia in un’Italia attraversata dalle lotte per i diritti e dalle tensioni politiche e sociali. Omar è un giovane palestinese costretto all’esilio, arrivato in Italia per studiare ma ancora legato a una terra segnata dalla guerra e alla necessità di raccontarne la storia.
Mentre Carla prende parte alle battaglie per l’emancipazione, Omar cerca nelle parole uno strumento di resistenza, scrivendo per giornali e riviste. Il loro incontro dà origine a un legame che cresce tra ideali condivisi, differenze, distanze e una Storia che continua a irrompere nelle loro vite.
Tra Italia e Medio Oriente, separazioni, fughe e parole affidate alla distanza, Il giorno che non ti ho ucciso intreccia la vicenda intima di Carla e Omar alla storia palestinese, interrogandosi sulla possibilità di conservare la propria umanità anche quando la violenza sembra imporre altre strade.
Prefazione: Mario Capanna
Per approfondire: https://www.homoscrivens.it/product-page/il-giorno-che-non-ti-ho-ucciso-sarah-mustafa
Biografia Autrice
Sarah Mustafa è una scrittrice italo-palestinese, nata nel 1979 a Pavia, dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con indirizzo politico-internazionale. Durante l’infanzia e l’adolescenza ha vissuto in un campo profughi palestinese, insieme alla famiglia paterna. È proprio in quel contesto che ha maturato la conoscenza della realtà che oggi descrive nelle sue storie, mettendo in luce esperienze di vita intense e spesso sconosciute.
Il suo romanzo d’esordio, La spia ha i capelli rossi, edito Homo Scrivens, si svolge tra Italia e il Medio Oriente e ha ottenuto la menzione speciale al prestigioso premio L’Iguana – Anna Maria Ortese, edizione 2024, nella sezione narrativa, oltre al Premio Franco Cuomo International Award 2024 per la letteratura, X edizione.
Nel 2025 Sarah è stata insignita della Civica Benemerenza di San Siro dalla città di Pavia.
Il suo secondo romanzo “Il Giorno che non ti ho ucciso”, edito Homo Scrivens, continua il suo lavoro di approfondimento sui temi della memoria, dell’identità e del conflitto.
Intervista a cura di Margherita Cucinotta



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