Settembre è il mese delle ripartenze, forse anche più di gennaio. Si torna dal torpore estivo con mille buoni propositi, la sensazione di dover provare a noi stessi e agli altri di essere al massimo della forma, di avere grandi progetti e di essere capaci di produrre più di prima.
E quindi eccoci qui: armati di to do list, di programmi che a volte si rivelano insostenibili e lasciano poco spazio al divertimento. Perché ormai l’aesthetic è questo, no?
Peccato che l’arte non sia un aesthetic sui social. Dentro ogni scrittore convivono due forze in perenne guerra tra loro: il bisogno di darsi struttura e per produrre e quello di divertirsi ed esprimersi liberamente.
Nei tarocchi, queste due forze corrispondono a due archetipi: Imperatore e Matto.
Comprendere come funzionano può aiutarci a ripartire al massimo, senza però rinunciare al piacere della creazione.
L’Imperatore: il tiranno della pagina
Nei tarocchi l’Imperatore rappresenta la struttura, il controllo, la disciplina, ma anche la rigidità e una pretesa di perfezione e maestria immediate.
Nella scrittura si manifesta tutte le volte in cui rimaniamo intrappolati nella progettazione senza riuscire a scrivere una sola riga; in tutti quei “non posso scrivere finché non ho definito ogni dettaglio”; nella convinzione che debba essere tutto perfetto prima ancora di imprimere il titolo del romanzo sulla carta; nell’editing precoce fatto durante la stesura (non fatelo, vi prego) e nel ciclo infinito di scrivi e cancella.
Progettare serve, se rientra nel processo creativo dell’autore, ma come tutte le fasi deve avere una fine. Se passiamo anni a progettare un libro e non arriviamo mai al punto di scriverlo, significa che abbiamo un problema con il signor Imperatore.
La perfezione non esiste. Il libro perfetto non esiste. Esistono storie su cui si può lavorare insieme a un editor, ma per farlo dobbiamo prima scriverle. La prima bozza non è l’opera finale: se confondiamo le due cose… indovinate? Esatto, abbiamo un problema con il signor Imperatore.
Non voglio essere fraintesa, l’Imperatore non lo fa in cattiva fede, vuole solo proteggere il nostro ego dal rischio di esporsi e scoprirsi imperfetto, o dal timore di mostrare quella vulnerabilità autentica che ogni autore mette nelle proprie storie.
I romanzi sono pezzi di anima di chi li ha scritti e questo può essere un bene, ma anche un male per chi ha paura che quell’anima venga stroncata dalla critica di qualche lettore insoddisfatto.
L’Imperatore ci fa da scudo, ma se restiamo nella zona sicura e protetta finiremo con il rinunciare alla nostra storia e ciò che di buono può nascere dal condividerla con il mondo. Finiremo per rinunciare al nostro sogno.
Ed è qui, signori e signore, che entra in scena il Matto.
Il Matto: il coraggio della prima bozza che fa schifo
La prima bozza di qualsiasi cosa è sempre una merda.
Non lo dico io, lo diceva Hemingway. Prendetevela con lui.
Nel suo libro Settantotto livelli di saggezza, Rachel Pollack parla del Matto associandolo all’archetipo dell’imbroglione, del giullare: l’unico che poteva dire a re ed eroi la verità che nessun altro osava pronunciare.
Ecco, il Matto è qui per punzecchiarvi e per dirvi quello che forse non volete sentire: la prima bozza della vostra storia ha il pieno diritto di essere pessima. Lasciatela respirare, datele la possibilità di sbagliare, di avere falle, di inciampare.
L’errore è l’unico terreno in cui può nascere qualcosa di vivo. La parola fallimento fa paura perché spesso la confondiamo con una valutazione sulla nostra persona e sulle nostre capacità, in realtà fallire ci aiuta a imparare e a fare meglio in futuro. Ma dobbiamo concedercelo. Per questo la prima bozza dovrebbe essere vissuta come un parco giochi, uno spazio in cui l’autore si racconta la storia, la scopre, conosce i personaggi, i luoghi e persino qualcosa di sé.
Quel file sarà la materia prima grezza da plasmare soltanto in seguito, nelle fasi di revisione e editing.
Sia il Matto che l’Imperatore sono archetipi fondamentali per chi scrive. È importante comprendere che nessuno dei due va eliminato, piuttosto vanno limitati alle fasi a cui appartengono.
Ho scelto di parlare prima dell’Imperatore e poi del Matto perché spesso il primo sovrasta il secondo, ma per farli funzionare in sinergia è giusto che ognuno resti confinato nel proprio ruolo.
Quando ci mettiamo davanti al foglio bianco, dovremmo farlo in compagnia del Matto. Dovremmo ignorare le regole e concederci quel pizzico di sregolatezza che ci permette di divertirci, di vivere la storia, di sparire tra le pagine. È questo che protegge e alimenta la scintilla creativa.
Una volta terminata la prima stesura, usciamo dal parco giochi e torniamo a occuparci di cose serie. Qui dovrebbe entrare in azione l’Imperatore, mentre il Matto dovrebbe farsi da parte. Solo ora possiamo valutare la logica, la credibilità, eventuali buchi di trama o incoerenze, se la forma ci piace o vogliamo e possiamo migliorarla. Qui iniziamo a plasmare la nostra materia prima.
Ma come possiamo fare quando non riusciamo a convincere l’Imperatore a lasciare il Matto libero di giocare?
L’esercizio della bozza spazzatura
Mi piace pensare a questo esercizio come a un gioco a più livelli.
Il primo livello ha come obiettivo quello di smascherare la paura che sta nutrendo l’Imperatore. Consiste nello scrivere in cima a un foglio la pretesa che sta bloccando la nostra scrittura per poi tradurla nella paura sottostante, così da toglierle la maschera. Ad esempio, la pretesa potrebbe essere: questa scena deve essere ad altissima tensione, emozionante e rivelare perfettamente il trauma del protagonista. La paura sottostante potrebbe essere quella di non saper gestire e trasmettere bene il pathos di una scena importante e di scoprire che il protagonista è piatto e non suscita empatia nel lettore.
Una volta che siamo riusciti a smascherare la pretesa dell’Imperatore e a identificare il meccanismo psicologico che la regge, passiamo al livello due: abbassare le aspettative. Apriamo un nuovo documento e diamogli un nome ridicolo (anche bozza spazzatura va bene), impostiamo un font informale tipo comic sans. In questo modo diamo al cervello un segnale chiaro e inequivocabile: stiamo giocando, non è niente di serio, puoi lasciare le redini.
Entriamo quindi nel livello tre. Impostiamo un timer di 10 minuti e iniziamo a scrivere senza pensare troppo. Ogni volta che ci blocchiamo possiamo usare la formula del “E se invece…” e sparare la prima cosa che ci viene in mente: un’azione, una svolta, una reazione, qualsiasi cosa, anche la più stupida. L’unica regola è: non tornare indietro a correggere.
A tempo scaduto siamo nel quarto e ultimo livello: rileggiamo ciò che abbiamo scritto, non per correggere o trovare errori, ma per scovare se in quel caos c’è qualche gemma preziosa che possiamo portarci a casa. Qualche intuizione buona, qualche idea preziosa o anche solo uno spunto di riflessione che possiamo trasportare nella nostra storia.
Spero che questo esercizio vi aiuti a sciogliere il controllo e la pressione della perfezione che ormai ci viene inculcata in testa da chiunque.
La scrittura non è un atto di autorità o di controllo, ma un gesto di esplorazione ed espressione pura.
Ricordatevi che per dare struttura a un romanzo c’è sempre tempo; per dargli un’anima, invece, serve prima il coraggio di fare un salto nel vuoto.
Proprio come il Matto.
Articolo a cura di Marzia



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