Tutto è iniziato quando abbiamo smesso di guardare in alto per non perdere il filo di una storia che non era la nostra. Prima che il silicio prendesse il posto del cuore e gli schermi diventassero l’unica finestra sul mondo, esisteva già il Regno di Vetro. Non cercatelo sulle vecchie mappe geografiche: si trova esattamente dove vi trovate voi in questo momento, solo qualche notifica più in là. In quel luogo, che gli abitanti chiamavano orgogliosamente il Progresso.
Nelle mappe digitali del Ministero dell’Efficienza quel luogo era registrato come Distretto 01, ma i suoi abitanti lo chiamavano semplicemente la Città del Presente Continuo. Lì il tempo non scorreva: veniva consumato. Non c’erano stagioni, ma solo cicli di consegna; non c’erano notti buie, ma un’eterna penombra azzurrina proiettata dai miliardi di schermi rettangolari – chiamati Il Flusso – che ognuno stringeva nel palmo della mano.
Il re del regno era un algoritmo invisibile di nome Optimo. Non aveva una corona, ma possedeva un potere immenso: conosceva i desideri di tutti prima ancora che nascessero.
Se qualcuno provava un briciolo di solitudine, Il Flusso gli mostrava cento finti amici che ballavano. Se provava fame, un carro senza cavalli portava cibo caldo alla sua porta in dieci minuti. Sulla carta, era il regno della felicità assoluta. Nessuno piangeva, nessuno aspettava, nessuno si annoiava.
Al centro di questo ingranaggio c’era Gaia. La sua vita si misurava in notifiche. Di mestiere faceva la “Curatrice di Apparenze”: prendeva spigoli di vita quotidiana, ci metteva sopra un filtro caldo, eliminava le occhiaie dal proprio viso e le crepe dai muri, e vendeva al mondo l’illusione di una felicità impeccabile per darli in pasto al Flusso e ricevere in cambio dei piccoli cuori digitali luminosi. Più cuori accumulava, più il suo valore nel regno cresceva.
Un giorno, però, accadde un imprevisto. Una sera di novembre, mentre cercava l’inquadratura perfetta per un caffè d’asporto (che nel frattempo si era completamente raffreddato), a Gaia scivolò il telefono. Il selciato non ebbe pietà: un rumore secco e lo schermo si trasformò in una ragnatela di linee nere. Poi, il buio.
Il silenzio che seguì fu assordante.
Gaia avvertì una scossa di panico puro, quasi fisico. Senza lo specchio, non sapeva dove andare, cosa pensare o chi essere. Alzò lo sguardo, cosa che non faceva da anni, e si accorse che la città era avvolta da una nebbia grigia e sottile, che profumava di bruciato e di frenesia. Attorno a lei, migliaia di Connessi camminavano a testa bassa, urtandosi senza guardarsi, con i volti illuminati da una spettrale luce bluastra. Erano insieme, ma disperatamente soli, ognuno intrappolato nella propria bolla di solitudine connessa.
Incapace di orientarsi senza una mappa digitale, Gaia iniziò a camminare a caso, finché non si ritrovò in un vicolo stretto. Lì, dietro una vetrina opaca, brillava una luce calda, quasi arancione.
Entrò. L’aria profumava di caffè della moka, legno vecchio e olio per ingranaggi. Dietro il bancone c’era un uomo anziano, con le mani sporche di grasso e le rughe che gli incorniciavano gli occhi come storie scritte sulla pelle. Non c’erano schermi, solo il ticchettio irregolare e vivo di decine di vecchi orologi a pendolo.
Il vecchio, chiamato l’Orologiaio, era l’unico che ricordava il “Tempo di Prima”.
«Ti sei persa, ragazza del Flusso?» chiese il vecchio, senza alzare gli occhi da un vecchio pendolo.
«Il mio specchio è morto», disse Gaia con un filo di voce. «Mi sento, vuota. Come se non esistessi se nessuno mi guarda.»
L’Orologiaio sorrise con indulgenza. «Quello che chiami vuoto, un tempo si chiamava spazio per pensare. La tua non è una tragedia, è un’opportunità. Dimmi, quando è stata l’ultima volta che hai assaggiato un frutto sentendone il sapore, invece di fotografarlo? Quando hai ascoltato un amico senza controllare se qualcun altro ti stesse scrivendo?»
Gaia ci pensò, ma la memoria era corta nel Regno di Vetro. Optimo cancellava i ricordi superflui per fare spazio a nuovi bisogni. «Non lo so», ammise.
«La modernità vi ha fatto un incantesimo terribile», spiegò il vecchio. «Vi ha promesso di risparmiare tempo, ma vi ha rubato il presente. Vi ha promesso la connessione globale, ma vi ha isolati nel vostro egoismo. Siete diventati schiavi dell’apparenza. Correte verso una meta che non esiste, consumando il mondo e voi stessi.»
«Come faccio a tornare indietro? La mia testa continua a correre», disse Gaia, guardandosi le mani vuote che ancora tremavano per l’abitudine di toccare lo schermo.
L’Orologiaio le porse un piccolo oggetto di vetro trasparente. Non era uno schermo, ma una clessidra piena di sabbia dorata.
«Questo è il Tempo Lento», disse. «Non ti dirà che ore sono, né chi ti sta cercando. Ti ricorderà solo che il tempo ha un peso, e che va vissuto un granello alla volta. Quando arrivi a casa, siediti. Annoiati. Lascia che la tristezza o la solitudine vengano a trovarti; sono emozioni umane, non sono virus da cancellare.»
Gaia prese la clessidra e uscì. Il sole, quello vero, stava tramontando dietro le ciminiere delle fabbriche che producevano specchi magici. Il cielo non era perfetto come nei suoi filtri, aveva sfumature di viola sporco e arancione pallido, ma era reale.
Mentre camminava verso il centro della città, Gaia capì il grande inganno della sua epoca: la modernità curava ogni sintomo ma creava la malattia. Offriva la comodità a spese dell’attenzione, la velocità a spese della profondità, la visibilità a spese dell’intimità.
Decise di non ricomprare subito un nuovo Flusso.
Certo, la sua vita divenne più faticosa. Dovette imparare di nuovo a perdersi per le strade, a sopportare la noia delle lunghe attese e a ricordare i compleanni a memoria. Ma scoprì anche il sapore del pane caldo, il suono della pioggia sui vetri che non doveva essere registrato per forza, e la bellezza di uno sguardo che incrocia un altro sguardo, senza filtri, senza fretta, e finalmente libero.
di Maria Antonietta Angioi, vincitrice della call mensile di luglio – Racconti di Passaggio – Favole moderne



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