Come avrete capito se ci leggete da un po’, qui a Calligrafe ci piace scoprire gli autori quando la loro storia è ancora tutta da scrivere. Manuel Malavenda è uno di quei nomi che abbiamo voglia di tenere d’occhio. Con Anime di vetro, pubblicato da Tori Edizioni, entra nel fantastico portandosi dietro domande molto più antiche del genere che ha scelto: il corpo, la memoria, la morte, il tempo e quella strana faccenda che continuiamo a chiamare vita.
Una penna ancora in evoluzione, nella quale si riconoscono già una forte sensibilità e una particolare attenzione alla dimensione emotiva dei personaggi, ha costruito una storia di una delicatezza rara, intrisa di una poesia che oggi, nei romanzi contemporanei, si incontra sempre più di rado.
Ma c’è qualcosa di ancora più prezioso, una qualità che fa la differenza quando ci si trova tra le mani un autore emergente, dietro la storia, attraverso le pieghe della narrazione, si intravede già una voce. Una voce che non cerca di imitare nessuno, che ha trovato il suo timbro. E questo non è scontato.
Panta rei: tutto comincia da un fiume

Il romanzo si apre con questa sentenza scolpita nell’acqua.
«Panta rei. Tutto scorre».
La citazione eraclite è una vera e propria dichiarazione d’intenti, una chiave di lettura che l’autore pianta subito, senza esitazione. Poche righe dopo, infatti, compare il fiume, e il fiume è forse l’immagine più antica che abbiamo per raccontare il tempo, il suo scorrere inesorabile, la sua indifferenza.
Jeremy, il protagonista, è morto. Sa il proprio nome e poco altro. Sta lì, seduto davanti all’acqua che scorre, e desidera qualcosa di impossibile, vorrebbe vederla procedere al contrario fino a vederla risalire alla foce, alla sorgente, come risalire il tempo fino al momento prima che tutto cambiasse.
È un’immagine semplice che però contiene già l’intero romanzo. Jeremy è immobile, mentre tutto intorno continua a fluire. Il mondo prosegue, la natura cambia, le persone invecchiano, amano, dimenticano, e il tempo conserva ostinatamente una sola direzione. Da quel momento, la ricerca della propria morte diventa una lotta contro l’irreversibilità, contro l’unico vero padrone, ciò che è stato non può essere disfatto.
Un morto alla ricerca della vita
Scopriamo che la coscienza di Jeremy sopravvive. Eppure gli manca qualcosa di fondamentale, qualcosa che forse diamo per scontato finché lo possediamo, ossia la possibilità di fare esperienza del mondo attraverso un corpo.
Tutto il romanzo è costellato di percezioni sensoriali. Oltre all’acqua, troviamo spesso il freddo, la pelle, la temperatura, il vento, il fumo, gli odori, il respiro, le mani. Il lessico del corpo riemerge continuamente dentro una storia popolata da esseri che un corpo lo hanno perduto. Quando Jeremy riceve da una donna un fragile involucro di vetro, riacquista la possibilità di sentire. E il dolore, che nella vita normale cerchiamo di evitare, assume per lui un significato completamente diverso, diventa la prova di una presenza, la certificazione che si esiste ancora, che si occupa uno spazio, che si è vivi.
In questa prospettiva, il romanzo sfiora, forse anche involontariamente, o forse per conoscenza, una questione che attraversa la fenomenologia novecentesca e in particolare il pensiero di Merleau-Ponty: il corpo non è un involucro, non è un veicolo che trasporta la nostra coscienza. Il corpo è il nostro accesso al mondo, il medium attraverso cui vediamo, tocchiamo, soffriamo, desideriamo e conosciamo. Senza corpo, il mondo diventa pensiero puro, astrazione, qualcosa che si contempla ma non si vive.
Jeremy, da fantasma, potrebbe attraversare qualsiasi ostacolo, essere ovunque e da nessuna parte. Il corpo di vetro gli restituisce invece tutta la sua vulnerabilità, attraverso quei limiti che aveva perduto il mondo torna a diventare esperienza.
Perché proprio il vetro?
Ad un certo punto tra le pagine del romanzo, il titolo acquista un significato che va ben oltre la suggestione poetica.
Il vetro è una materia stranissima da affidare a un morto. Possiede consistenza e contemporaneamente lascia passare lo sguardo e la luce. Occupa uno spazio e sembra quasi scomparire, come se la sua presenza fosse sempre in bilico tra l’essere e il non essere. Può proteggere qualcosa di prezioso, ma basta un urto, una caduta, una pressione sbagliata per distruggerlo per sempre.
Jeremy vive nella stessa condizione.
Appartiene al mondo e contemporaneamente ne è escluso. Esiste tra la materia e l’assenza, tra la vita e la morte, tra ciò che può essere visto e ciò che può essere soltanto percepito.Il corpo di vetro diventa così la metafora perfetta della nostra condizione umana. Siamo tutti, in fondo, fatti della stessa sostanza, abbastanza resistenti da stare in piedi nel mondo, abbastanza fragili da poter andare in pezzi da un momento all’altro.
Ed è proprio in quel momento che Anime di vetro entra in una tradizione letteraria antichissima, quella delle figure di soglia. Esseri che stanno tra due mondi, che appartengono a nessuno dei due completamente, che possono guardare in entrambe le direzioni ma non possono fermarsi in nessuna. Jeremy è uno di loro, e la sua fragilità è la condizione stessa della sua esistenza.
Dante, Orfeo e il viaggio dei morti
Il confronto con Dante viene quasi spontaneo, ma speculare. Nella Commedia abbiamo un uomo vivo, dotato di corpo, che attraversa il regno dei morti. Jeremy è un morto che tenta continuamente di attraversare il mondo dei vivi, di rientrare in quella dimensione che gli è preclusa.
Entrambi diventano anomalie nello spazio che abitano. Dante è un corpo tra ombre, Jeremy è un’ombra tra corpi. Entrambi sono sospesi, entrambi cercano qualcosa che forse non troveranno mai.
Intorno a Jeremy compare inoltre una comunità di spiriti, ognuno con la propria storia, le proprie conoscenze, i propri legami, le questioni rimaste in sospeso.
Anche Orfeo suggerisce una possibile lettura. Jeremy desidera recuperare qualcosa che appartiene irrimediabilmente al passato. Vuole sapere cosa gli è accaduto, ricostruire ciò che era, ritrovare ciò che ha perduto. Il suo desiderio di vedere il fiume scorrere al contrario contiene lo stesso impulso che attraversa il mito orfico,modificare l’irreversibilità della perdita, annullare ciò che è stato fatto.
A questo punto il lettore si potrebbe chiedere se il vero oltretomba del romanzo non fosse un luogo, ma proprio il passato. Se il vero inferno fosse in tutto ciò che è accaduto e non può essere cambiato.
La morte è già successa
Ad un certo punto arriva una frase che contiene una parte enorme del significato del romanzo, una frase che va riletta più volte prima di sentirne tutto il peso:
«La morte ci era già successa, avevamo smesso di preoccuparcene.»
Ecco la verità più profonda. Una volta attraversata la morte, ciò che acquista improvvisamente valore è la vita. Il corpo, il contatto, l’amicizia, l’amore, il dolore, la paura, persino la possibilità di rompersi.
La fragilità diventa la condizione attraverso cui facciamo esperienza dell’esistenza, forse la più importante. Perché è proprio attraverso la nostra fragilità che possiamo essere toccati che possiamo ferici e ferire, ed è sempre attraverso la nostra vulnerabilità che il mondo entra in noi e ci modifica.
E allora ecco il perchè del vetro.
Jeremy deve imparare nuovamente ad abitare il mondo attraverso qualcosa che può spezzarsi. La sua seconda vita, dopo la morte, è una vita appesa a un filo. E proprio per questo è preziosa.
Ed è in quella possibilità di romperci che restiamo umani
Nota editoriale
Questa recensione nasce in completa autonomia editoriale e non deriva da accordi commerciali con l’autore o con la casa editrice. Anime di vetro è disponibile anche nella Bookshelf di Calligrafe su Amazon. Il collegamento è affiliato: un eventuale acquisto può riconoscere una piccola commissione alla rivista, senza costi aggiuntivi per il lettore.
Articolo a cura di Alice Corleto



Lascia un commento