In difesa dei “libri da ombrellone”

Avevo tredici anni quando ho preso in mano i libri di Agatha Christie. Tra quelle pagine non c’erano solo Poirot e Miss Marple: ho letto anche di Tommy e Tuppence, Parker Pyne, Harley Quin, Ariadne Oliver.

Quell’estate a Vulcano, nelle Isole Eolie, durante una delle vacanze familiari, ho cominciato a leggere quest’autrice con una fame quasi vorace, e finita una storia, ne cercavo un’altra. Poi un’altra ancora.

A un certo punto, quei libri erano diventati parte della vacanza quanto il mare, la sabbia e il tragitto verso la spiaggia: facevo il bagno, tornavo sotto l’ombrellone, mi asciugavo alla buona e tornavo a leggere.

Allora non sapevo che esistesse un giudizio di valore legato a certe letture. Non sapevo che un libro potesse essere considerato “alto” o “basso”, “serio” o “leggero”, “impegnato” o “da ombrellone”.

Forse è per questo che quest’ultima espressione, oggi, mi sembra ancora così strana e interessante: nasce da un’immagine semplice, una persona che legge all’ombra, in vacanza, davanti al mare. Eppure porta con sé qualcosa di più ambiguo: l’idea che ciò che si legge con piacere valga di meno.

Da quando divertirsi leggendo è diventato un problema?

L’espressione italiana “libro da ombrellone” sembra derivare dall’idea inglese di beach read, la lettura da spiaggia, una categoria nata dall’incontro tra tempo libero, mercato editoriale e immaginario vacanziero.

Prima ancora che qualcuno usasse questa formula, l’editoria aveva già intuito che l’estate potesse diventare una stagione di libri: testi da portare in viaggio, in villeggiatura, nei luoghi di cura, lungo la costa, dentro una pausa dalla vita quotidiana.

È lì che prende forma l’idea di summer reading: una lettura legata alla stagione, all’ozio, alla possibilità di interrompere e poi riprendere, di fatto l’antenato culturale dei libri da ombrellone.

L’estate diventa una cornice di consumo, certo, ma anche di libertà: il lettore esce dalla dimensione chiusa dei salotti letterari e delle biblioteche di casa, infila il libro in borsa e lo porta con sé, perché si inizia a realizzare che la lettura può essere svolta ovunque e dove si vuole.

In Italia quella formula si è tradotta in un’immagine ancora più concreta: l’ombrellone, quel piccolo riparo di stoffa sotto cui si accumulano borse, asciugamani, creme solari, giornali, cruciverba, bottiglie d’acqua e, qualche volta, libri.

Il problema nasce quando questa immagine diventa una sentenza: se è da ombrellone, allora è leggero; se è leggero, allora è superficiale; se è superficiale, allora vale poco. Come se leggere in vacanza abbassasse automaticamente il valore di ciò che leggiamo e il piacere fosse una colpa da giustificare.

E qui torno al mio periodo Agatha Christie.

Non per metterla su un piedistallo né per trasformare ogni sua pagina in un capolavoro intoccabile. Il punto di cui voglio scrivere è un altro: nei suoi romanzi, anche letti in traduzione, si percepisce una cosa molto semplice e molto seria insieme, cioè il desiderio di far divertire chi legge.

Christie conosceva il suo pubblico, sapeva costruire attesa, disseminare indizi, spostare l’attenzione, prendersi anche un po’ in giro. Non trattava il piacere come una concessione minore, ma come parte stessa del patto narrativo con il suo lettore.

Per questo, ripensandomi sotto l’ombrellone a leggere Corpi al sole, mi viene quasi da sorridere.

C’era qualcosa di ironico nel leggere un giallo ambientato in un luogo di vacanza proprio mentre mi trovavo al mare: corpi distesi al sole, lettini, silenzi da spiaggia, e poi l’improvvisa possibilità che dentro quell’immagine ordinaria si nascondesse un delitto.

Christie riusciva a fare anche questo: prendere una scena familiare, quasi rassicurante, e inclinarla appena, fino a farle rivelare qualcosa di inquietante.

Il fatto che un libro si lasci leggere con piacere a volte significa soltanto che chi lo ha scritto conosce molto bene il mestiere di scrivere.

Il pregiudizio contro i cosiddetti “libri da ombrellone” fa male proprio per questo: trasforma il piacere di leggere in un esame da superare. E da lì cominciamo a misurarne il valore della superficie più superficiale: è abbastanza serio, colto, impegnato?

Certo, alcuni generi sembrano più facilmente perdonati. Il giallo, per esempio, è difeso come gioco d’intelligenza, meccanismo logico, sfida tra autore e lettore. Ma non dovrebbe servire una giustificazione nobile per difendere una lettura piacevole. Anche gli altri generi come il romance, il romanzo familiare, il fantasy, e molti altri, hanno diritto a essere presi per quello che sono: modi diversi di entrare in una storia.

Forse non sta a noi trasformare il gusto degli altri in una classifica morale.

In un tempo in cui trovare una persona con un libro in mano mi sembra quasi un piccolo miracolo – sotto un ombrellone, in treno, su una panchina, in una sala d’attesa in ospedale –, quel gesto dovrebbe sembrarci qualcosa da proteggere, non da ridicolizzare.

Il problema non è mai stato l’ombrellone. È lo sguardo di chi ha deciso che, se una storia può essere letta al mare, allora deve per forza valere meno.

Forse dovremmo ripartire da qui: non dal bisogno di giustificare ciò che leggiamo, ma dal piacere semplice di avere una storia da scoprire tra le mani. Una storia scelta per curiosità, per compagnia, per evasione, o solo perché in quel momento era quella giusta.

Dunque: qual è il libro che vi sta facendo compagnia sotto l’ombrellone questa estate?

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

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