Ci sono date che sembrano quasi un gioco del destino. Il 30 luglio si festeggia la Giornata Internazionale dell’Amicizia (istituita ufficialmente dall’ONU nel 2011, lo stesso anno in cui, per pura coincidenza, sbarcavo su Facebook aprendo Tomodachi. Spesso questa giornata passa via tra qualche story al volo e frasi fatte. Ma se ci fermiamo un secondo a pensarci: cosa significa davvero costruire un legame che regge al tempo, ai casini della vita e al fatto che, crescendo, si cambia?
Per capirlo non servono grandi manuali. Basta fare un salto indietro nel tempo, prendere in mano il volume 1 del capolavoro di Ai Yazawa e varcare la soglia di un indirizzo che tutte conosciamo a memoria: l’appartamento 707.
In Nana, l’amicizia non è mai la solita storiella romantica o un semplice “andiamo d’accordo”. È un uragano emotivo. È l’incrocio inevitabile tra due mondi che non c’entravano nulla l’uno con l’altro. Da una parte c’è Nana Osaki: chiodo di pelle, rossetto scuro, il sogno dei BLAST, un passato di abbandoni pesanti e un’armatura d’acciaio. Dall’altra c’è Nana Komatsu, che tutti impariamo presto a chiamare Hachi: ingenua, disordinata, sentimentalmente caotica e perennemente alla ricerca di qualcuno che la salvi.
Due ventenni sullo stesso treno diretto a Tokyo; sulla carta, due opposti assoluti. Nella realtà dell’appartamento 707, un incastro perfetto dove l’una diventa esattamente ciò che mancava all’altra.
«Ehi, Hachi… Ricordi la prima volta che ci siamo incontrate? Io sono un tipo che crede fortemente nel destino, quindi sono convinta che il nostro sia stato un incontro voluto dal fato.»
— Nana Osaki
Se Aristotele avesse letto Ai Yazawa
Se andiamo a riprendere i libri di filosofia — nello specifico l’Etica Nicomachea —, scopriamo che Aristotele aveva già capito tutto più di duemila anni fa. Il filosofo spiegava che l’amico autentico è, letteralmente, «un altro se stesso» (alter ego).
Aristotele divideva l’amicizia in tre tipi: quelle che nascono per convenienza o utilità, quelle basate sul puro divertimento passeggero e poi quella vera, la più rara. Quella in cui ami l’altro per ciò che è veramente, vedendo nella sua anima uno specchio della tua.
Ed è esattamente quello che succede tra le due Nana:
● Hachi trova nella determinazione di Nana la spinta per smettere di fare la comparsa nella propria vita.
● Nana trova nella dolcezza disarmante e nel disordine di Hachi quel calore di “casa” e quella presenza incondizionata che la vita le aveva sempre negato.
Non si amano perché sono uguali. Si amano perché, insieme, coprono le rispettive ferite.
Il prezzo di un affetto che ti divora
Ma Ai Yazawa non ci sta a raccontarci la favola bella. L’amicizia quando è così viscerale ha un costo altissimo, e chi ha letto il manga lo sa bene (specialmente quando la trama prende quella piega dolorosa tra le decisioni di Takumi, la gravidanza di Hachi e il fantasma della carriera dei Trapnest).
Quando un’altra persona diventa la tua bussola, vedersela sfuggire da sotto gli occhi fa un male cane. Subentrano la gelosia, l’invidia sottile, la paura devastante dell’abbandono. Vedere la tua “altra metà” scegliere una strada diversa, o un uomo diverso, fa male quanto — e forse più — della fine di una storia d’amore.
«Ehi, Hachi… Il tuo eroe era Ren, vero? Eppure per me, che non riuscivo ad adattarmi a nessuno, l’unico eroe al mondo eri tu.»
— Nana Osaki
Le scelte adulte e i drammi della vita le allontaneranno fisicamente. Ma la magia dell’impronta aristotelica sta tutta qui: anche quando ci si perde di vista, ciò che quell’amico ha costruito dentro di te rimane indelebile.
La mia “Stanza 707” (e una dedica speciale)
«Anche se dovessimo ferirci a vicenda, anche se dovessimo prendere strade diverse… vorrei che continuassimo a ricordarci di quei giorni.»
— Nana Komatsu
Guardando a Nana e Hachi, oggi 30 luglio non posso non girarmi indietro. Quando il 5 ottobre del 2011 ho aperto la pagina @tomodachi_page su Facebook, lo feci semplicemente per cercare persone che condividessero le mie stesse passioni. Per cercare amici, nel senso più puro del termine.
E se devo pensare a chi è stata la mia “Hachi” in tutti questi anni, il pensiero va dritto a Giovanni (@theironicmaeror).
Decisamente più elegante e raffinato di me, Giovanni incarna quel ruolo alla perfezione.
La nostra “stanza 707” non era a Tokyo, ma nella mia vecchia casa in via Ciro Menotti a Genova. Eravamo il giorno e la notte. Basti pensare che dopo il nostro primissimo caffè insieme, lui torna a casa ed è convinto che non ci saremmo rivisti mai più perché ero “decisamente troppo bionda”!
Eppure, eccoci qua. Anni dopo, a condividere ancora questa stanza 707 virtuale che è diventata @calligrafe.mappedistile.
Grazie Giò, per essere stato la mia coordinata nel mondo quando tutto girava troppo veloce, e per avermi fatto capire cosa intendeva Aristotele senza bisogno di aprire i libri.
Articolo a cura di Lucrezia Porta



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