Era il 2019 quando mi sono iscritta a Instagram e ho visto per la prima volta parlare di trope.
All’inizio li guardavo con un certo spaesamento.
Quei termini inglesi che circolavano tra post e consigli di lettura – enemies to lovers; slow burn; found family; forced proximity; grumpy x sunshine – mi sembravano quasi etichette da scaffale. E invece servivano a parlare di libri, a cercarli, a consigliarli, a riconoscerli, promettendo una tensione, una dinamica, un’emozione.

Ci sono arrivata anche per necessità: stavo cercando di capire come muovermi online, come raccontare i libri e, in parte, anche come parlare del mio primo romanzo. Volevo imparare il linguaggio di chi leggeva, consigliava e cercava storie sui social.
Più facevo ricerche, più mi rendevo conto che quelle parole erano capaci di dire qualcosa sui libri, ma anche su chi li legge: sul bisogno di orientarsi, di riconoscere un desiderio narrativo, di trovare una storia vicina ai propri gusti prima ancora di aprire il romanzo.
Il punto, però, è capire quando queste parole aiutano a scegliere e quando, invece, cominciano a ingabbiare i libri sotto definizioni troppo rigide.
Dunque, la domanda nasce spontanea: i trope sono una bussola o una gabbia per i libri?
Prima di arrivare a BookTok, ambiente social in cui questi termini hanno trovato grande diffusione, la parola inglese trope viene dal latino tropus, a sua volta dal greco trópos, che significa “volta”, “modo”, “maniera”, “stile”.
In italiano, quindi, il tropo è una figura in cui una parola si allontana dal suo significato letterale per produrre un effetto: una deviazione, una svolta del linguaggio.
La differenza, quindi, è soprattutto di lingua e di uso. Trope, in inglese, ha mantenuto quel significato, ma nel tempo si è allargato fino a indicare anche un tema comune, un motivo ricorrente, una convenzione narrativa.
Nel senso in cui lo usiamo oggi parlando di libri, un trope è una promessa, qualcosa che il lettore riconosce, nomina e accetta prima ancora di leggere davvero la storia.
Per esempio, enemies to lovers suggerisce che due personaggi partiranno dal conflitto e arriveranno, in qualche modo, a desiderarsi e amarsi.
Found family richiama una famiglia scelta, non di sangue.
Slow burn promette lentezza, tensione, attesa.
Forced proximity costringe due personaggi a stare vicini.
Grumpy x sunshine mette in scena il contrasto tra un carattere solare e uno più cupo o brontolone.
In questo senso, i trope funzionano come una bussola e aiutano a orientarsi in un mercato enorme, in cui escono continuamente nuovi titoli e i lettori hanno bisogno di capire in fretta se una storia può fare per loro.
Un tempo bastavano il genere, la quarta di copertina, il consiglio del libraio o degli amici; oggi entrano in gioco anche queste parole-chiave, capaci di condensare un’aspettativa in pochi secondi.
La svolta arriva con le comunità online: fandom, fanfiction, forum, siti come TV Tropes, poi BookTok e Bookstagram. Parlare di storie attraverso schemi ricorrenti è diventato sempre più comune, e chi legge, chi consiglia, chi scrive e chi pubblica ha cominciato a usare spesso le stesse parole.

È qui che questo linguaggio condiviso è diventato anche uno strumento di mercato, soprattutto nel romance, nel romantasy, nel fantasy e nel dark romance, in cui certe dinamiche narrative sono diventate una forma rapida di posizionamento. E questo ha una sua utilità, perché molti lettori cercano una variazione dentro una forma già amata.
Non è un caso che questo sistema sembri funzionare soprattutto con le generazioni più abituate a scoprire libri dentro ambienti social: la Gen Z si muove in un ecosistema in cui consigli, creator, video brevi, community e parole chiave hanno un peso enorme. In quel contesto, il trope diventa perfetto, perché è rapido e condivisibile da trasformare in contenuto visivo.

Sarebbe troppo facile liquidare tutto come moda o impoverimento, perché questo sistema di parole ha avvicinato molti lettori alle storie, ha creato comunità e ha permesso a molte persone di dire: “io cerco questo tipo di mondo narrativo, questa tensione, questa dinamica, questo genere di emozione”.
Il problema nasce quando la bussola diventa gabbia.
Quando un libro viene raccontato solo come somma di etichette, la storia non è più un organismo vivo e rischia di diventare una lista di ingredienti, come se bastasse mettere insieme elementi riconoscibili per garantire un’esperienza appagante di lettura.
Eppure tutto dipende da come quella promessa viene abitata: dalla voce, dal ritmo, dai personaggi, dalle contraddizioni, dal modo in cui una storia riesce a usare uno schema senza restarne prigioniera.
I trope possono essere un buon punto di partenza, perché ci permettono di riconoscere strutture, desideri, ricorrenze, emozioni. Ma se diventano l’unico modo in cui parliamo delle storie, allora il rischio di impoverire diventa concreto.
Forse, alla fine, ci dicono anche quanto abbiamo bisogno di riconoscerci prima di perderci in una storia. Siamo noi lettori a decidere come, dove e quante volte usarli.
E se non fossero i trope il problema?
Articolo a cura di Margherita Cucinotta



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