Le veglie di Agata – Poetry Open Mic: La cultura come gesto sovversivo rianima Catania
Succede che, a volte, la cultura si nasconda in una serata. In un cortile suggestivo, nella tua città natale, quando ti ritrovi senza pretese di fronte a una veglia che è un gesto sovversivo.
Per parlare delle Veglie di Agata e dell’evento a cui Calligrafe ha avuto modo di assistere, però, è doveroso dare spazio alle parole della creatrice e organizzatrice dell’evento, che abbiamo già in parte citato:
“Perché la veglia, prima di essere un programma culturale, è un gesto antico. Apparteneva alle nostre madri e alle nostre nonne: si vegliava un malato, si vegliava un lutto, si vegliava una nascita imminente. Si vegliava recitando il Santo Rosario — quella corona di parole ripetute che non stanca mai, perché non è ripetizione, è custodia. Ogni grano è un respiro che tiene compagnia a chi resta sveglio. Ho voluto restituire alla parola veglia questo peso, questa bellezza: non un evento da consumare, ma un atto spirituale da riabitare insieme. E in un tempo che ci vuole distratti, veloci, sempre altrove — vegliare è diventato un gesto sovversivo.”
Con queste parole Valentina Giua (che potete trovare su Instagram alla pagina @la.sognatrice.con.le.trecce) ha aperto la serata Poetry Open Mic, una delle tappe dell’evento culturale estivo soprannominato “Le veglie di Agata”, che ha avuto luogo a Catania.
Il legame fra veglia e cultura
Bisogna partire proprio dalla definizione di veglia che ne dà Valentina per capire cosa significhi oggi fare cultura, nutrirsi di cultura, promuovere la cultura.
È vero, tante volte ci rintaniamo in espressioni di comodo. Parliamo dei nostri tempi frenetici, con quelle che sono ormai divenute espressioni formulari ma che, per loro natura, non possono essere menzognere. È un dato di realtà che il nostro tempo sia avaro di spazi culturali. Quando il tempo fugge, bisogna fare dei sacrifici. E ciò che viene sacrificata spesso è la vita culturale.
Come la veglia non è un gesto scontato, non lo è nemmeno riunirsi per assistere a un evento poetico come la serata a cui abbiamo assistito. Tuttavia, è un gesto necessario. Abbiamo un profondo bisogno che ritorni la voglia di fare poesia, di ascoltare musica, di condividere con chi amiamo la potenza dei messaggi artistici.
L’evento poetico
Il poetry open mic è stato molto di più di una serata di versi. È stato un evento reazionario, intervallato dalla magia musicale donata da Lunaspina e dal giovane pianista Raffaele Scalisi. Ci ha ricordato che anche al Sud si può cercare fortemente di far rinascere la città con l’arte.
Mai come in questi anni – e qui entra l’aspetto biografico di chi scrive – ho visto la mia città in decadimento, trasandata e poco ospitale. Proprio per questo, ho apprezzato la rivoluzione che è in grado di fare l’arte. Sul palco non sono stati pochi coloro che hanno parlato di Catania, di ciò che la anima, e hanno sottolineato l’importanza di una resurrezione artistica della città, che non può che partire da eventi come Le veglie di Agata.
Sul palco si sono alternati una quarantina di poeti, di estrazione, stile e sensibilità profondamente diverse. Non tutto ha avuto un impatto deflagrante, ma le parole hanno ricordato a tutti i presenti l’importanza di esprimersi, di comunicare, di raccontare il nostro tempo e i nostri sentimenti. La poesia come gesto di confessione pubblica e di crescita collettiva.
Bruciano nei nostri ricordi le invocazioni di Lunaspina, capace di allietarci con le parole e con la sua musica, ma soprattutto di ricordarci che gli artisti di strada sono il cuore pulsante delle città d’arte e non si possono attuare politiche che cancellino o rendano difficoltosa la loro presenza sul territorio.
Piccoli controsensi
L’aspetto che meno ci ha convinto è stata la condotta di alcuni poeti partecipanti, che hanno abbandonato l’evento subito dopo aver letto. Ci è parsa l’ennesima occasione in cui il “sé” ha avuto la meglio sul “noi”, sulla collettività, con un comportamento che pare incoerente con l’idea di fare cultura, di rinascere come insieme. L’arte non può essere la vetrina dell’Io (quanto meno, non può essere solo e prevalentemente questo).
Nel complesso, però, non si può che fare un plauso a Valentina che non soltanto è stata una presentatrice magnifica per la serata, ma è riuscita in un’impresa che, dall’esterno, pare quasi titanica. Riunire le persone, le voci e le anime per una veglia d’arte è ciò da cui dobbiamo ripartire per riportare in vita le nostre città.
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