Oggi abbiamo il piacere di ospitare sulle pagine di Calligrafe Caterina Lazzarini, autrice della raccolta di racconti “Numi confortevoli” edita Aculei Edizioni.
Vi lascio qui la descrizione dell’opera di Caterina, per dare un contesto introduttivo a quelle che saranno le domande tramite le quali conosceremo opera e scrittrice.

“Numi confortevoli” riunisce cinque racconti che riscrivono archetipi del mito in chiave contemporanea. In “32 gradi Fahrenheit” una catastrofe silenziosa mette in crisi il mondo: Matteo Proto cerca la sede di un Grande Dizionario Universale e tenta di riportare in vita il flusso delle parole, metafora di una diffusa perdita di senso. “Numi confortevoli” ritrae un professore che costruisce l’ideale di un amore che lo rinvigorisce, rinnovando il mito di Pigmalione come possibilità di seconda nascita. “Un bizzarro Eurogate” mescola poliziesco e mito: la comparsa di una giovane principessa e il misterioso sgretolarsi dei monumenti europei trasformano la cronaca in un enigma da risolvere. “Amava trite parole” sposta il mito sul piano della satira aziendale e della magia quotidiana, tra invidie redazionali e pozioni di ringiovanimento. “Il viaggio” chiude la raccolta con un tono meditativo e catartico: un percorso nell’altrove che rimanda al regno degli inferi e alla necessità di confrontarsi col dolore e con la memoria. Nel complesso, nel dialogo con la tradizione, il tono oscilla tra distopia, ironia satirica e lirismo, indagando il rapporto tra mito e quotidiano.
- Mi piacerebbe partire dalla citazione che hai posto all’inizio dell’opera: “Fu detto che non si può vivere senza la carapace della mitologia”. È evidente che ci sia molta mitologia — e aggiungerei anche tanta classicità — nella tua raccolta. Questo ci dice molto del tuo background, ma anche di ciò che dobbiamo aspettarci dalle tue pagine. Ne approfitto per chiederti: qual è secondo te il ruolo del mito nelle storie e nella vita di tutti i giorni? Quanto ti fa da guida l’ispirazione mitologica? E ti andrebbe di raccontare ai lettori da dove nasce la tua passione per la classicità e, di conseguenza, l’idea che ha dato vita a “Numi confortevoli”?
Grazie della domanda, che mi permette di motivare anche la citazione in esergo. Con il verso che riportate, Montale alludeva a un principio apparentemente apodittico, l’ineludibile bisogno dell’umanità di un orizzonte mitologico come guscio protettivo delle proprie fragilità. Il «Fu detto» in apertura introduce il contenuto come se si trattasse di una sentenza condivisa, quasi proverbiale, come se appartenesse al sapere comune o alla tradizione del pensiero novecentesco sul mito (Cassirer, certe correnti junghiane, il dibattito sul “bisogno di mito” molto vivo tra anni ’50 e ’70). Ma, se il principio è in certa misura vero, quello che interessava al poeta (sempre critico nei confronti dei luoghi comuni, e soprattutto nel Diario del ’71 e del ’72) era puntare il dito contro i nuovi miti che andavano attraendo la società di massa, quelli — per semplificare — che, facendo capo a un’idea superficiale di progresso e in generale al capitalismo, promettevano di edulcorare la vita senza in realtà modificarla in meglio. Falsi miti insomma, responsabili di un inganno collettivo, poiché incapaci di produrre la felicità che promettevano, ma al contrario destinati ad approfondire disuguaglianze e malessere.
A fronte di questo fenomeno della modernità (che lui intravedeva, agli inizi, mentre noi siamo ora testimoni di un suo sviluppo cinquantennale), credo anch’io, come continua il poeta, che i vecchi numi, quelli della tradizione classica, fossero «confortevoli», pur se capaci di ostilità e di crudeltà nei confronti del genere umano. Da sola non sarei mai arrivata a definirli tali, perché il guizzo inventivo inarrivabile che rinnova la lingua riscattandola dall’uso comune è proprio dei grandi poeti (e non richiede commenti). Il ‘conforto’ sta nel loro essere superiori, perché le mitologie di questo vivono, dell’offrire un orizzonte superiore alla condizione umana necessariamente segnata dal limite, un orizzonte simbolico forte, sul quale proiettare aspirazioni, desideri, paure, tabù, sublimandoli. I nuovi numi sono quelli di una mitologia in saldo, che si presenta illusioriamente benevola con il genere umano ma nemmeno lo conosce, e sono divinità di carta, destinate ad andare in fumo al cambiare delle mode.
Io sono tra quanti pensano che il mito ereditato dalla tradizione possa e debba essere fatto reagire con la contemporaneità di chi scrive e di chi legge, perché è in questo modo che può restare vivo e generativo diventando, di epoca in epoca, una fonte di riflessione e di interpretazione del presente. Altrimenti ci condanneremmo a quella che viene definita una visione “museale” dell’antichità, con riferimento a una mera contemplazione di ciò che ci ha lasciato la tradizione attraverso una teca di cristallo. Il mito non è nato per questo. E, sì, lo ritrovo continuamente nelle situazioni che attraverso, in ciò che leggo nei giornali, o nelle pagine di letteratura: c’è e mi chiama a riconoscerene la presenza. Del resto, mythos vuol dire racconto, e il racconto è per sua natura una catena infinita che lega le generazioni.
La mia passione invece è nata, in modo inconsapevole, da una percezione ingenua del rapporto tra mito e realtà. Avendo una sola sorella e molto più grande di me, nell’ansia di essere come lei spesso le rubavo i libri. Durante il mio primo anno di quella che allora si chiamava scuola media (la secondaria di primo grado) trovai fra i suoi libri di liceo una raccolta di miti. E i miti, diciamocelo, sono racconti bellissimi, pieni di passioni e colori. Mi colpì molto la vicenda di Aracne, la giovane bravissima tessitrice che nel mito viene punita da Minerva proprio per quella che la dea sente come una sfida intollerabile al proprio primato nell’arte del telaio. Io sentii un’istintiva consonanza con l’eroina: in quel periodo pativo, insieme alle mie compagne di scuola, i soprusi di una insegnante che pareva gelosa dei successi delle allieve più promettenti. Decisi che dovevo lottare perché Aracne si salvasse.
- Le tematiche presenti nel libro usano il mito per raccontare e fare satira della realtà contemporanea. Mi piacerebbe approfondirne alcune. Il primo racconto parla di comunicazione, di un’inedita afasia che ci costringe a ricominciare daccapo. Il tema evocato è quello della perdita di senso che, a mio avviso, ritorna anche nell’ultimo racconto. Qual era il messaggio che desideravi trasmettere e perché hai scelto di porre l’accento proprio sulla mancanza di senso?
Desideravo riflettere su quello che mi pare un autentico pericolo della società di oggi, e cioè la perdita di una comunicazione autentica fra le persone. Noi oggi assistiamo al paradosso che mentre il mondo appare sempre più interconnesso per la moltiplicazione dei canali telematici, nel cosiddetto “villaggio globale”, la comunicazione autentica, interpresonale, fatta di scambio di opinioni aperto, dinamico, articolato sembra trovare spazi sempre più rari e limitati. Mi preoccupa il fenomeno rapportato alle generazioni giovani, dalla “Zeta” in giù. Sappiamo che non basta certo un like a sostituire un dialogo, né possiamo credere che la “rete di amicizie” strette sui social sia equivalente alle frequentazioni di gruppo in cui condividere ed elaborare riflessioni (il confronto autentico fra pari è una delle esperienze fondamentali per la formazione di un’etica condivisa: lo è stato per generazioni , nei più diversi luoghi di incontro fisico, e la sua perdita progressiva è una perdita secca). Il solipsismo a cui lo strumento del cellulare ci ha abituato (isolandoci, nell’illusione di farci interagire col mondo), con le degenerazioni narcisistiche che conosciamo, rappresenta un pericolo da cui dobbiamo cercare di metterci al riparo. In questo scenario, anche il peso delle parole non è più lo stesso. La comunicazione veicolata dai social e dalla messaggistica è necessariamente basata su un numero ridicolmente piccolo di parole, vive di emoji, acrostici, abbreviazioni, ignora la sintassi. Ma, se una civiltà inizia a ‘perdere parole’, perché il suo vocabolario progressivamente si riduce, perde capacità di descriversi, perde capacità di dare un nome alle emozioni e di dare voce alle mille sfumature in cui l’animo si esprime, di comprendere sé e l’altro da sé. Così facendo rischia l’estinzione. Ecco, io ho cercato nel mio racconto di portare all’estremo questo fenomeno, facendolo precipitare. E di dare una speranza di ripartenza.
- “Amava trite parole” è il racconto che mi ha coinvolto di più: la critica sociale a chi si mostra più competente di quanto non sia, utilizzando un vocabolario ampolloso senza una reale ragione, mi è parsa efficacissima e ha toccato un mio nervo scoperto. Con questa storia hai voluto in qualche modo prendere di mira i “finti intellettuali”? In che modo, secondo te, la cultura e la conoscenza dovrebbero essere utilizzate nelle relazioni moderne?
Mi fa piacere, perché quello che dici tocca anche un mio nervo scoperto. Ragionando sulla comunicazione, in questa satira ho voluto prendere di mira proprio la figura del “finto intellettuale”, che è sempre esistita ma, se ci pensiamo, è ora sostenuta anche dal processo di impoverimento nella comunicazione di cui dicevo e dal narcisismo favorito dai media. Rappresenta ai miei occhi il parto deforme della cultura: l’istruzione, invece di essere utilizzata a beneficio comune, viene impiegata come arma per esercitare una forma meschina di potere, ridotta a slogan, miniaturizzata in formule verbali gonfie e vuote che gettano fumo negli occhi di chi non ne comprende il codice. Manzoni nei Promessi sposi in fondo ne aveva fatto una caratterizzazione letteraria nell’avvocatucolo Azzeccagarbugli che cerca di imbrogliare Renzo a furia di citazioni latine del tutto gratuite (il suo “Latinorum”). Oggi ci si imbatte spesso in personaggi simili, nei talk show come negli ambienti di lavoro, e sono quanto di più antipatico e insieme ridicolo si possa immaginare, prestigiatori a buon mercato, ammaliati come sono dalla propria immagine, in estatica contemplazione del proprio ego, in una sorta di “specchio di Narciso” per persone frustrate. La cultura e la conoscenza viceversa significano prima di tutto apertura continua nei confronti dell’altro da sé, accettazione della propria limitatezza e desiderio inesausto di allargare i confini. E quindi dovrebbero portare a infrangere per sempre questo specchio autoreferenziale che, alla fine, rappresenta solo il mancato superamento dello stadio infantile nello sviluppo relazionale.
- Concludiamo lasciandoti un piccolo spazio libero: c’è qualcosa che ritieni necessario aggiungere per incuriosire i potenziali lettori e invitarli a scoprire “Numi confortevoli”?
Proprio di necessario forse non vedrei nulla da aggiungere, ma un’indicazione orientativa per i lettori sì: quelli che io penso possano trovarsi maggiormente a loro agio tra questi «numi confortevoli» sono quanti, pur mantenendo un approccio razionale nella loro visione del mondo, ogni tanto, guardando il cielo che si rabbuia, non rinunciano a sperare che da qualche parte nella sagoma di qualche nuvola possa celarsi il profilo di Giove e magari, se aduguatamente orientato dalle nostre “pie” intenzioni, lo stesso Giove indirizzi bene i suoi fulmini…
Ringraziamo ancora Caterina per queste illuminanti parole. Il suo libro, come ben si comprende, parla di noi, di tempi moderni con una chiave interpretativa d’eccezione: quella fornita dal mito.



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