Cari amici di Calligrafe, c’è chi ammira gli eroi e chi, come me, psicanalizza i cattivi. E questo mese ho deciso di infilare il monocolo e puntarlo su uno dei villain più sopravvalutati della storia della letteratura per ragazzi: Draco Malfoy.

Quest’anno la saga compie 25 anni e ci sommerge di celebrazioni, proiezioni speciali e una serie HBO in arrivo a Natale. Mi è sembrato doveroso omaggiare il franchise nel modo che mi è più congeniale: non con nostalgia, ma con la lente d’ingrandimento puntata sul personaggio che più di tutti ha fatto sentire superiori i bambini sbagliati.
La cornice è quella di Hogwarts, istituto scolastico con politiche di sicurezza discutibili e un corpo docente che avrebbe bisogno urgente di formazione HR. In questo ecosistema disfunzionale, Draco Malfoy occupa il gradino più alto della gerarchia studentesca autoproclamata: capelli platinati, mantello immacolato, sguardo da chi ha appena annusato qualcosa di sgradevole. Che sia il figlio prediletto di Lucius Malfoy, rampollo di una delle famiglie più ricche e oscure del mondo magico, non è un dettaglio: è la sua unica personalità.
Perché è qui che la faccenda si fa interessante. Draco non è cattivo per vocazione. Draco è cattivo per abitudine ereditaria, come chi continua a votare come il nonno senza aver mai elaborato un pensiero autonomo. Ogni sua azione, ogni insulto, ogni momento di efferatezza adolescenziale porta l’etichetta del marchio di fabbrica Malfoy: impeccabile nella forma, vuoto nella sostanza.
Il suo difetto fatale, e qui La Perfettina si scalda, è che Draco non cerca il potere, cerca l’approvazione. Di suo padre, prima di tutto. Poi di Voldemort, che lo usa come si usa un biglietto da visita: con noncuranza e senza troppo affetto. Il Marchio del Fato che gli viene impresso sul braccio non è un segno di distinzione, è una condanna. E lui lo sa. Lo sa dall’istante in cui capisce che il compito assegnatogli – eliminare Silente – non è un onore, è una sentenza di morte travestita da promozione.
Qui si apre l’eterno dibattito da fandom: Draco è una vittima o un carnefice? La risposta, con il rispetto che si deve a chi ha passato anni a difenderlo con post su Tumblr, è: entrambe le cose, ma nell’ordine sbagliato. Prima fa del male, poi soffre le conseguenze. L’empatia che lo spettatore prova nel momento in cui crolla – quella scena nel bagno, quelle lacrime sul marmo di Hogwarts – è reale, ma arriva dopo anni di bullo sistematico, di “Mudblood” lanciato come coltello, di esecuzione metodica di ogni dinamica di potere a disposizione.

Il vero corto circuito narrativo di Draco è che J.K. Rowling ci ha costruito intorno un’aura di ambiguità senza mai decidersi a svilupparne davvero il potenziale. Lui rimane per sette libri sul bordo del baratro, a fare avanti e indietro tra codardia e redenzione senza mai davvero scegliere. Non si oppone. Non collabora fino in fondo. Galleggia in un’eterna zona grigia che i fan hanno deciso di chiamare “profondità psicologica” e che io, con tutto il rispetto, chiamo indecisione di trama.
E poi c’è la maschera. Quella faccia da schiaffi accuratamente costruita, il sopracciglio alzato, la battuta pronta. Draco non mostra mai debolezza perché gli è stato insegnato che la debolezza è il peggior crimine possibile. Il risultato è un ragazzo che piange di nascosto nei bagni della scuola mentre in pubblico insulta orfani e babbani. Un classico.
Alla fine, Draco Malfoy sopravvive alla guerra, si sposa, fa un figlio, e – stando all’epilogo più discusso della storia della letteratura – lo manda a Hogwarts con un’espressione che continua a sembrare quella di chi ha annusato qualcosa di sgradevole. Forse è genetica. Forse è trauma intergenerazionale. Forse è solo che ghigni non si tolgono mai davvero.
Articolo a cura della Perfettina



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