L’avatar come spazio di verità: ecco Beyond – La dama di Cenere. A tu per tu con Matteo Pepé

Oggi inauguriamo una nuova iniziativa sulle pagine di Calligrafe. Da oggi, infatti, proveremo a farvi scoprire libri italiani di uscita, più o meno, recente e a sviscerare le tematiche più rilevanti, ciò che davvero rende queste opere meritevoli di essere scoperte.

Ringraziando Tori Edizioni per essersi resa disponibile, oggi ci concentriamo su un romanzo del loro catalogo, che riteniamo meritevole di interesse, soprattutto in questo mese in cui si celebra l’orgoglio queer.

Iniziamo con Beyond – La dama di cenere di Matteo Pepé, che, per l’occasione, è stato disponibile a rispondere ad alcune nostre domande (che troverete qui sotto).

Prima di addentrarci nell’opera, di seguito la trama per i più curiosi:

La trama

Campbell è un giovane detective di Los Angeles che risolve crimini all’interno del Beyond, una realtà virtuale che permette ai giocatori un’immersione totale. La sua vita è divisa in due: da una parte un corpo che non sente suo e che è costretto ad abitare nel mondo reale, dall’altra il vero se stesso, che ritrova nei panni del suo avatar, un elfo di nome Albion.

Dove tutti cercano divertimento e alienazione, lui cerca semplicemente la libertà di guardarsi allo specchio e apprezzare ciò che vede. Più un paio di ali che fanno sempre comodo.

Ma il Beyond non è solo gioco e fantasia: quando finisce sulle tracce della Dama di Cenere, un’entità virtuale capace di ridurre in coma i giocatori con un solo tocco, capisce di trovarsi davanti al caso più importante della sua carriera. Tra superstizioni, interessi economici e prove adrenaliniche per convincere i testimoni a parlare, il detective comprende che scoprire la verità non solo gli permetterà di salvare il Beyond, ma anche di affrontare la donna che teme più di tutti. Whitney Campbell.

1. Abbiamo scelto di parlare di Beyond anche perché riteniamo giugno sia il mese appropriato per dare spazio a un romanzo che dà visibilità a tematiche collegate alla questione queer. In Beyond si parla di identità di genere. Il protagonista sembra riuscire davvero a essere coerente con sé stesso, vestendo i panni di un avatar. La realtà, d’altra parte, è molto più complessa. Matteo, dandoti il benvenuto, ti chiedo le ragioni di questa scelta: perché un personaggio di questo genere? Quali sono le difficoltà di affrontare una simile tematica e quanto pensi possa essere importante rappresentarla?

  • Innanzitutto, ringrazio di cuore il personale di Calligrafe per avermi coinvolto in questa iniziativa.
  • Ho cominciato a buttare giù le prime idee per Beyond durante la quarantena, quando le mie principali fontesìa di intrattenimento che di riflessione filosofica erano le serie tv, i libri e, soprattutto, i videogiochi. Già da quando ero piccolo mi aiutavano a proiettarmi in nuove realtà molto più coinvolgenti ed entusiasmanti. Inutile dire che in quel particolare periodo il bisogno di evasione era più forte che mai. Quando io e mia moglie (allora compagna) non potevamo vederci, era di grande aiuto organizzare appuntamenti virtuali su giochi fantasy. Allora mi sono deciso a creare il mio personale mondo virtuale e mostrare tramite le parole quello che secondo me era il vero potenziale dei videogiochi. Questi ultimi costituiscono per moltissime persone sia un rifugio dai pesi della vita che uno spazio di espressione personale. L’innesco decisivo per la creazione della storia me lo ha dato una puntata di Supergirl che mia moglie mi ha fatto vedere durante la quarantena. In questa puntata, la sorella della protagonista, una donna queer che in quel momento si sentiva sopraffatta dalla realtà, si rifugia in un mondo virtuale, perdendo tuttavia il contatto con la realtà.
  • Ho scelto un protagonista transgender per due ragioni fondamentali: in primo luogo, volevo contribuire a dare visibilità a persone spesso trascurate dal panorama letterario e cinematografico; inoltre, a un certo punto, mi sono chiesto chi meglio potesse rappresentare il dualismo che c’è tra l’identità e la ricerca di sé stessi attraverso l’alienazione di qualcuno che vive queste sensazioni nel mondo reale, che si sente praticamente alienato da sé stesso.
  • Non essendo io una persona queer, è difficile parlare di temi che non mi riguardano direttamente e anche gli autori più benintenzionati possono cadere nella rete della disinformazione. Pertanto, è importante informarsi bene per non rischiare di ricadere negli stereotipi. Mi sono state di grande aiuto le persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ facenti parte della mia vita, come i miei amici e mia moglie, che mi hanno raccontato delle loro esperienze e di quanto sia importante per loro essere finalmente visti e resi partecipi delle storie che amano. Inoltre, tramite i social network e il mio editore, sono entrato in contatto con alcuni ragazzi transgender, che mi hanno fornito feedback preziosi su come il tema potesse essere affrontato nel migliore dei modi. Buona parte dei problemi del nostro quotidiano derivano dall’ignoranza e dalla disinformazione e la letteratura è sempre stata un ottimo mezzo per immedesimarsi negli altri. Pertanto, nell’era della comunicazione, è fondamentale dare una rappresentazione il più possibile accurata e rispettosa della realtà e delle difficoltà di persone che spesso vengono ignorate o bistrattate dalla società solo perché cercano di vivere meglio con loro stesse.

2. Una delle citazioni promozionali del tuo romanzo ricorda un po’ una frase che, personalmente, mi sono sentito dire nella mia infanzia, pur non essendo mai stato un videogiocatore ossessivo: troppi videogiochi fanno male. Personalmente, ho sempre amato le storie che intrecciano una dimensione videoludica. I videogiochi sono diventati linguaggio e aggregazione, e nel tuo romanzo, è evidente, sono spazio sicuro, spazio di verità. Quanto pensi aggiunga questa dimensione narrativa al tuo romanzo? Vuoi lanciare un messaggio inerente ai videogame e al rapporto che le persone dovrebbero avere con essi?

  • Se oggi dovessi rielaborare la frase “troppi videogiochi fanno male”, credo che risponderei: “a volte anche troppa realtà fa male”. Questa domanda coglie, in effetti, proprio quello che è il senso del romanzo. L’idea di aggregazione e “spazio di verità” come hai detto è proprio l’orbita intorno a cui ruota la trama. L’idea è quella di annullare, o quantomeno assottigliare, quelli che sono i confini noti tra il reale e il virtuale (o, più in generale, il narrativo). Molte persone spesso denigrano o sottovalutano i videogiochi in quanto non sono reali. Beyond ci proietta all’interno di spazi sociali in cui i videogiochi diventano reali tanto quanto il mondo che conosciamo: quelli, appunto, di espressione e aggregazione.
  • Il mio scopo non è esortare a giocare di più, quanto più a riflettere sul potenziale che certi mezzi di comunicazione possono avere, soprattutto nell’era neo-mediatica, con una tecnologia in perenne evoluzione. E, magari, a incoraggiare le persone a cercare loro stesse e a scegliere il cammino più giusto per loro, piuttosto che quello che gli viene imposto. Bisogna sempre restare con i piedi per terra e non perdersi nelle fantasie; ma anche non sottovalutare le emozioni che una bella storia può regalarci e come possiamo usare tali sensazioni per affrontare la via reale. Il mio messaggio, tuttavia, non resta confinato al panorama dei videogiochi. Giochi da tavolo, libri, serie tv, etc… sono tutti esempi di spazi di aggregazione. Tramite questi spazi, desidero unire la mia voce a quella di chi lotta ogni giorno contro le discriminazioni; far sapere ai membri della comunità LGBTQ+ che sono visti e apprezzati.

3. Pensi che sia inevitabile per chi non si sente accettato, ricercare “universi” in cui fuggire? I videogiochi vanno intesi come evasione o come qualcosa di più? Fin dove l’evasione può essere utile a ritrovare l’identità e quando diventa, invece, un pericoloso accantonamento dei problemi e delle sfide della vita? Nel tuo romanzo come viene vissuta la “fuga” da una famiglia che non si mostra pienamente pronta a uno sforzo di comprensione e accoglimento verso qualcuno che non rispetta le aspettative o le concezioni pregresse?

  • Penso che il bisogno di fuggire e alienarsi per un po’ sia comune a molte persone e per chi è discriminato non può che essere più impellente.
  • Il bisogno di evasione contiene molti più significati e sfumature di quelli che pensiamo. Premesso che questa risposta vale sia per i miei personaggi che per l’uso che viene fatto dei videogiochi (come di altri mezzi di alienazione) nella vita reale. La fuga di cui parliamo si potrebbe descrivere come un viaggio dell’eroe al contrario: il giocatore in questione supera ostacoli e consegue successi, ma nella direzione opposta rispetto al vero problema, ciò che nella realtà lo ha spinto in primo luogo a ricercare un po’ di alienazione. Tuttavia, in questo caso, non stiamo ancora parlando di accantonamento. Il problema non viene ignorato, solo messo da parte in attesa di un momento più propizio per affrontarlo e qui il videogioco non diventa solo una piacevole distrazione ma, come abbiamo accennato, un momento di riflessione personale e di preparazione. Lo potremmo paragonare a un prendere la rincorsa, in vista di un salto importante.
  • C’è una linea sottile che separa un’evasione momentanea dalla totale perdita di contatto con la realtà. Possiamo mettere “in pausa” i problemi della vita, trovare riparo e sollievo in mondi più in linea con la nostra essenza e che possiamo controllare meglio e usare questi momenti di tregua per ricaricarci. Ma, presto o tardi, i problemi si ripresentano e, a quel punto, dobbiamo scegliere se continuare ad allontanarci, mettendo la testa nella sabbia, o tornare indietro e usare ciò che abbiamo trovato in questo viaggio per affrontarli. La differenza sta tutta nella scelta che facciamo in quel momento.
  • In quanto persona Asperger, so per esperienza cosa vuol dire non essere all’altezza delle aspettative della propria famiglia. Forse, ho messo un po’ di me stesso nel viaggio che il protagonista sta compiendo. Lui non è nemmeno consapevole di star fuggendo da qualcosa. Crede di essere già arrivato dove vuole. Ha la sua vita, il suo appartamento, un lavoro che ama; decide di non affrontare la propria disforia per semplificarsi le cose, ma così facendo sta, appunto, accantonando il problema, vivendo in un perenne stato di negazione. Tramite i videogiochi, simula la vita che vorrebbe avere, ma non ha il coraggio di fare il passo che serve per condensarla nella vita reale. In questo caso, l’accantonamento avviene tanto nei videogiochi quanto nel mondo reale, per esempio quando dissimula il disagio provocatogli dagli appellativi femminili. Lui si sente più vero nei panni di un elfo che con la faccia che indossa ogni giorno.

4. Ti lascio la parola: dacci un motivo — oltre alle splendide parole e all’avvincente storia del tuo romanzo e ai contenuti di cui abbiamo parlato — per scegliere Beyond – La dama di cenere?

  • Non ho un motivo che vada bene per tutti, i motivi che ci spingono verso una storia o l’altra sono soggettivi. Posso dire che è il libro giusto per chi vuole evadere dalla realtà e sentirsi parte di un universo più grande, dove tutti noi ci sentiamo un po’ persi, eppure proprio per questo riusciamo a trovarci. È una storia rivolta a tutti coloro che vogliono sentirsi visti e rappresentati; a chi ha bisogno di trovare un equilibrio tra la dura realtà e le fantasie che ci arricchiscono, ma in cui non bisogna perdersi. Un libro dove nessuno viene nascosto agli occhi della società; dove le persone vengono rappresentate per quello che sono; dove le differenze non sono motivo di emarginazione, ma punti di forza e aggregazione. Beyond non è che un grande, colorato multiplayer al quale tutti siamo chiamati a partecipare.

NOTA BIOGRAFICA

Matteo Pepé nasce a Roma nel 1995. Da sempre grande appassionato di letteratura, in particolar modo dei generi fantasy e fantascientifico, scopre la sua passione per le storie in un liceo classico, per poi laurearsi in sociologia ed editoria. Scrittore esordiente e master di Dungeons and Dragons a tempo pieno, ha voluto unire le sue passioni in questo testo, la sua prima pubblicazione.

Crede fermamente che una bella storia, carica di simboli forti e d’impatto, può toccare il cuore delle persone e, in un certo senso, aiutarle a “realizzare” i loro sogni, dandoci l’ispirazione e la forza per affrontare la realtà.

Ringraziamo ancora Matteo e Tori Edizioni per la disponibilità e gli illuminanti spunti di riflessioni che ci ha regalato nella nostra chiacchierata.

Vi invitiamo a recuperare il suo romanzo e a seguire Matteo.

Intervista a cura di Giovanni Di Rosa

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