Weight stigma transmediale: grasso non è (ancora) bello

Dov’è finita la body positivity? Secondo me l’hanno uccisa: ha fatto una fine peggiore dell’Uomo Ragno nella celebre canzone degli 883. Nell’arco di pochi anni, le icone della sbandierata accettazione corporea sono diventate le nuove testimonial del cambiamento fisico e della dieta.

Ho notato che online le nuove generazioni difendono moltissimo i corpi non conformi, mostrandosi irritate dai contenuti irriverenti in cui si ricorre alla facile comicità sul grasso in eccesso. Altolà al bodyshaming, insomma. Ma è davvero così? Sembrerebbe piuttosto che l’inclusività — quando si parla di corpi difformi dai canoni — sia ormai una parola vuota: un mero concetto ideale che ha ben poco a che fare con la società reale.

Nel mese del Pride non ha senso celebrare l’inclusività senza un ragionamento profondo. Per questo, oggi parleremo di weight stigma e dello stato dell’arte nei vari media.

In letteratura

Una lettura in particolare ha stimolato questa riflessione: Butter di Asako Yuzuki. Il libro è spietato nel descrivere come, nel mondo orientale, il peso per le donne sia un problema enorme. E non si tratta solo di un fattore estetico: prendere peso viene letto socialmente come un sintomo di pigra trascuratezza.

Come ci si può fidare di una persona grassa?

Si tratta di una concezione assai più preoccupante di quella occidentale: se in Occidente la magrezza è un canone estetico, in Oriente diviene altresì un canone morale.

Qualche mese fa, in un mio articolo dedicato al manga Studio Cabana di Uma Agri, sostenevo che l’opera fosse fautrice di una ribalta del concetto classico di kalos kai agathos (bello e buono). In questo genere di narrazioni, i personaggi positivi sono anche bellissimi. Un’estetica impareggiabile fa da superficie a personaggi pieni di buoni sentimenti; la bellezza non significa perfezione o assenza di fragilità, ma viene proposta come un elemento strettamente collegato all’amabilità.

Nel mondo occidentale e, di conseguenza, nella sua letteratura recente, manca questo esplicito collegamento. Ma non perché siamo più avanti o più inclusivi, bensì perché il weight stigma non viene problematizzato alla radice. Gli autori semplicemente non si pongono il problema dell’aspetto dei protagonisti: devono essere magri. Se il personaggio ha una fisicità non conforme, alla fine quella fisicità diventa la sua unica cifra caratteristica, l’unico espediente per renderlo diverso da una pletora di storie con protagonisti sempre (inconsapevolmente) bellissimi.

L’utilizzo di personaggi non conformi si riscontra per lo più nel genere young adult, proprio perché gli editori sanno che le nuove generazioni sono più sensibili alla tematica.

Bridget Jones syndrome

Questa mancanza di reale problematizzazione genera infinite “Bridget Jones”: personaggi non conformi fisicamente che vivono la loro vita con una spada di Damocle sulla testa. Quanto a lungo andranno bene agli altri? Per quanto tempo la società perdonerà la loro diversità?

Uno degli esempi recenti più famosi di questa moltiplicazione in chiave queer è Linus Baker, celebre protagonista de La casa sul mare celeste di T. J. Klune. Linus è una Bridget Jones in piena regola: vive la pressione — sia interiorizzata che esterna — legata al suo fisico e raggiunge, al pari della Jones, il meritato lieto fine attraverso una relazione con un partner canonicamente bellissimo.

Il corollario del discorso è chiaro: se il personaggio è magro, il corpo non è un tema; se è grasso o fuori forma, l’intera storia ruota (anche) attorno al suo peso.

Il peso è ancora centrale nella nostra cultura perché siamo sempre più stupiti da chi “non cura” il proprio aspetto, dato che non curarlo significa perdere valore sociale. Gli addominali sono la valuta corrente nel mondo dei social.

In un panorama letterario così carente di reale decostruzione dei modelli tradizionali, ben venga allora un romanzo come Il diavolo veste Prada di Lauren Weisberger. Ben venga la scelta di rappresentare personaggi spudoratamente focalizzati sulla forma fisica altrui, che associano la magrezza alla conformità sociale. Nel libro, essere magri non è solo un fattore estetico: è il passaporto necessario per fare parte di una comunità d’élite, per non esserne tagliati fuori. Il romanzo intercetta il narcisismo intrinseco al mondo della moda, un settore che sembra essersi aperto alle modelle curvy più per dovere di facciata che per reale convinzione. La letteratura, in questo caso, scolpisce la realtà: la magrezza è una parola chiave del codice narcisista.

E se la cattiveria di Miranda Priestly può essere vista come una ventata di cinica autenticità, la letteratura ci appare invece ontologicamente ipocrita nel genere oggi più in voga: il romance. Deputato a far dilagare buoni sentimenti e a rassicurare il lettore, il genere romantico contempla assai raramente corpi non conformi. Peraltro, nella sua declinazione più “spicy”, non si cerca nemmeno la bellezza canonica, si cerca l’eccezione: figure maschili incredibili, virili in modo pantagruelico, muscoli iperdefiniti e prestanza impareggiabile.

Nella letteratura fantastica sono più frequenti le storie corali e, forse per questo, è inevitabile che la diversità sia più consistente. Ciononostante, è altrettanto raro trovare protagonisti fantasy che non siano belli in modo coerente con gli ideali contemporanei. L’esempio più calzante rimane quello di Peter Minus nella saga di Harry Potter. Pensateci: il traditore per eccellenza della saga è l’unico, all’interno del vecchio gruppo di amici dei Malandrini, a non essere avvenente. L’abiezione qui è didascalica: sei brutto dentro così come lo sei fuori.

Ormai la letteratura si sta “cinematizzando”. Nei film, infatti, ci siamo assuefatti da tempo a vedere personaggi presentati come “nerd” o “grigi impiegati” che vengono però interpretati da attori grossi come tori e con più addominali delle mie nevrosi. E, a proposito di cinema…

La body positivity al cinema e nelle serie televisive

Vi dice qualcosa il nome Rebel Wilson? La bionda paffuta di Pitch Perfect, ci siete? Oggi è visibilmente dimagrita e il web è letteralmente impazzito. Sono proliferati articoli e interviste in cui la questione del peso è tornata a essere centrale. Sia chiaro: dimagrire per motivi di salute o personali è un modo legittimo per amarsi di più, ma tra Hollywood e la pop culture il messaggio che passa è che siano sempre di meno le persone disposte ad accettarsi, se diverse da un punto di vista fisico.

I media e i giornalisti si preoccupano costantemente di verificare se nel cast di una produzione ci sia multietnicità, ma sembra non importare a nessuno il vuoto di rappresentazione sempre più evidente quando si tratta di fisici non conformi. Il vuoto è stigmatizzante quanto l’ironia. Da persona che ha avuto problemi di peso per tutta la vita, ho sempre vissuto con un certo disagio la mancanza di modelli cinematografici o televisivi che mi rassicurassero. Ho sempre accettato l’idea di essere esteticamente sbagliato, fuori norma. Le storie sullo schermo non mi hanno mai tranquillizzato.

Certo, siamo andati avanti rispetto al passato. Il grasso non è più estremizzato con finalità puramente comiche (si pensi alla Monica teenager nella serie Friends o a film come Big Momma’s House), ma gli attori più presenti nel panorama e più pagati restano quelli aderenti agli standard eccezionali imposti dall’industria.

Per fare il grande salto di carriera, spesso bisogna cambiare il proprio corpo. Un esempio su tutti? Paul Mescal, che ha dovuto raddoppiare la propria massa muscolare per diventare una star d’azione internazionale.

In Bridgerton, il personaggio di Penelope Featherington — all’interno di una serie che fa dell’inclusività il proprio fiore all’occhiello (a volte fino a diventare stucchevole) — è solo in apparenza un contraltare. In un Ottocento fittizio in cui è stato graficamente debellato il razzismo, essere grassi non è ancora pienamente accettato né accettabile. La stessa Penelope è fortunata in amore e ottiene l’uomo che vuole (il payoff più bridgetjonesiano che esista), ma per intere stagioni resta la nota stonata, il punto di disequilibrio della società. Viene costantemente sottovalutata perché non è attraente; ha bisogno di dare fondo a un cervello nettamente superiore alla media per costruire un impero editoriale segreto e riacquistare quel potere che socialmente non ha mai avuto a causa del suo peso.

Viene da chiedersi perché non si possa fare uno sforzo in più nei media che quotidianamente vengono assorbiti dalle masse. Perché non si possa rimediare a questo vuoto di rappresentazione che viene inevitabilmente decodificato dal pubblico con un unico, implicito messaggio: grasso non è bello.

Conclusioni

Quello che se ne trae è che non solo manca una vera sensibilizzazione sulle corporature non conformi, ma viviamo in un’epoca in cui crediamo ipocritamente di stare facendo abbastanza. Osserviamo una realtà in cui autori, registi e showrunner si danno reciproche pacche sulla spalla, ritenendo di aver assolto i propri doveri sociali senza mai provare a rompere davvero gli standard e senza mai mettere in discussione la narrazione dominante per cui “magro è giusto”.

Nel mese del Pride è fondamentale parlare di inclusività su larga scala, perché il peso è un aspetto fin troppo sottovalutato sia nei media sia all’interno delle attività delle stesse associazioni. Promuovere la diversità anche su questo fronte potrebbe spingere la società un passo più avanti, facendo cadere un pesante velo di ipocrisia che non è mai riuscito a nascondere del tutto la discriminazione basata sui canoni estetici.

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

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