Arriva un momento esatto in cui smettiamo di specchiarci nelle aspettative altrui e iniziamo, finalmente, a esistere. È un atto di puro coraggio, quel salto nel vuoto che Søren Kierkegaard definiva il fulcro dell’esistenza: l’istante in cui scegliamo noi stessi.
Smettere di galleggiare nella superficie delle cose per assumersi la responsabilità della propria verità.
La storia di Makoto

Questo peso, Makoto Hanaoka lo porta sulle spalle fin da quando era bambino. La sua è una conflittualità profonda, una logorante lotta quotidiana tra l’attrazione innata per ciò che è carino, aggraziato e tradizionalmente considerato “femminile”, e il muro di gomma di ciò che la società esige da un corpo maschile. Una battaglia interiore che non si consuma nel vuoto, ma all’interno di un nido familiare che, anziché proteggere, si trasforma in una gabbia dorata e soffocante. A stringere le sbarre è soprattutto la figura materna, una donna spezzata da un trauma passato — legato a sua volta alla figura paterna — che proietta sul figlio il disperato bisogno di una normalità rassicurante, finendo per renderlo prigioniero dei propri fantasmi. A fare da contraltare a questa morsa, però, c’è il padre di Makoto. Una figura straordinaria nella sua silenziosa evoluzione, che non possiede da subito gli strumenti per capire, ma che sceglie attivamente di mettersi in ascolto. Il suo è un tentativo commovente di comprendere il figlio e di supportarlo, rappresentando quel piccolo spiraglio di luce in un ambiente altrimenti asfittico.
Se la casa è il luogo della costrizione, la scuola ribalta completamente i tropici narrativi a cui siamo abituati. Spesso i racconti che affrontano la diversità o l’esplorazione di genere eleggono l’istituto scolastico a teatro di bullismo e aggressioni. Qui, invece, la scuola diventa uno spazio di accoglienza e di tregua. È solo varcando quella soglia che Makoto può svestire i panni imposti e indossare l’uniforme femminile. Tra quei corridoi, “lui” ha il permesso terapeutico di diventare “lei”. La divisa non è più un simbolo di omologazione, ma uno strumento di liberazione.
Kierkegaard e crossdressing
Attorno a questa metamorfosi si muovono le relazioni con gli amici, specchi fondamentali in cui Makoto impara a guardarsi senza filtri. Il modo in cui si relaziona con loro — tra il timore viscerale di essere rifiutato e il disperato bisogno di essere visto — mostra quanto l’autenticità non sia mai un percorso solitario, ma un gioco di riflessi con chi scegliamo di avere accanto. Tornando a Kierkegaard, il filosofo spiegava che l’angoscia nasce davanti alle infinite possibilità della vita, e che l’unico modo per superarla è decidere chi essere, rimanendo fedeli a quella decisione. Il crossdressing di Makoto fa esattamente questo: non è una sfilata di moda o un gioco fine a se stesso, ma la manifestazione estetica di un’urgenza etica. È la ricerca del proprio vero sé.
Resta un grande mistero il motivo per cui un’opera così densa, capace di toccare corde emotive così profonde con una delicatezza disarmante, non sia costantemente nei trend dei social network e non abbia avuto il chiacchiericcio che merita. Forse perché non urla, ma sussurra. Forse perché preferisce l’introspezione al colpo di scena shock. Eppure, la storia di Makoto è oggi accessibile a tutti: in Italia è pubblicata da J-Pop Manga in un’edizione splendida e interamente a colori — che valorizza ogni singola sfumatura emotiva dei volti — ed esiste anche un adattamento in serie anime altrettanto delicato. La mia senpai è un ragazzo non è solo una storia sull’identità di genere; è un manuale di sopravvivenza emotiva per chiunque si sia mai sentito fuori posto nel mondo. Ci ricorda che scegliere se stessi ha un costo, spesso altissimo, ma che è l’unico modo per iniziare a respirare davvero.
Articolo di Lucrezia Porta



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