Oltre il copione del desiderio: cosa può offrire il saggio «Ace» di Angela Chen al romance contemporaneo

E se il romance moderno raccontasse spesso un copione già scritto?

In questi ultimi anni me lo sono chiesto molte volte, proprio perché il romance è un genere che leggo, scrivo e amo. Il punto non è demolirlo: sarebbe l’errore più facile. Si tratta, piuttosto, di domandarsi perché una sola grammatica dell’amore sia diventata così riconoscibile da sembrare naturale.

Incontro, desiderio, tensione e unione dei corpi – palestrati, tonici, manco fossero i Bronzi di Riace – legata alla confessione dei sentimenti reciproci: una progressione narrativa familiare, che ai giorni nostri caratterizza molti dei romance più amati.

Ma una storia, quando segue una struttura narrativa così, che cosa rischia di lasciare invisibile?

Nei romanzi d’amore, il desiderio diventa spesso una prova: se l’attrazione si attiva, la coppia ha conferma di esistere; se la tensione sale, la relazione sembra crescere; se due corpi si cercano, allora qualcosa appare autentico. Anche quando la scena non è esplicita, la struttura resta riconoscibile: il corpo diventa una forma di conferma narrativa dell’amore. Cosa succede, invece, se non basta più?

Leggere «Ace. Cosa ci rivela l’asessualità sul desiderio, la società e il significato del sesso» della giornalista Angela Chen, saggio che intreccia memorie personali con interviste e critica culturale sulla nostra società, mi ha portato a guardare anche il romance da una prospettiva diversa.

Da lettrice e scrittrice di romance, mi sono accorta che molte storie seguivano la stessa progressione fisico-emotiva: all’inizio mi sembravano soltanto codici narrativi, con le loro attese e promesse; poi ho iniziato a chiedermi se non stessero anche stabilendo quali forme di vicinanza fossero considerate più intense, più leggibili, più “vere” di altre.

La domanda che mi sono posta, allora, non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di personaggi asessuali nella narrativa romantica, ma anche un’altra: quante volte diamo per naturale che il desiderio sessuale sia il linguaggio più leggibile dell’amore?

Nel saggio, Chen non invita a togliere valore o presenza al sesso, ma a guardare il modo in cui la società lo trasforma in performance, conferma e traguardo, legandolo all’identità e alle relazioni umane. Ed è proprio da qui che il romance può essere riletto: non come genere “da correggere”, bensì come spazio narrativo in cui certe tappe sono diventate così familiari da sembrare inevitabili.

Se l’amore viene raccontato come un percorso a senso unico che conduce al desiderio sessuale e al compimento fisico della coppia, tutto ciò che non segue quella traiettoria rischia di apparire incompleto. Eppure esistono intimità senza sesso, cura senza possesso, vicinanza senza attrazione, legami che non rientrano nel canone della coppia romantica per eccellenza.

Sono proprio queste storie, però, a mostrare quanto lo sguardo del romance possa ancora allargarsi.

Questa prospettiva non impoverisce la narrazione dei sentimenti; al contrario, può renderla più stratificata, aiutando a distinguere attrazione, intimità, cura, bisogno, compagnia e appartenenza. Una cosa è desiderare qualcuno attraverso il corpo; un’altra è sceglierlo ogni giorno.

La narrativa romantica tende spesso a far coincidere questi due piani: se desideri, allora ami; se ami davvero, prima o poi il legame dovrà trovare una forma fisica riconoscibile.

Ma la vita emotiva è molto meno ordinata di così. Qui entra in gioco l’allonormatività: l’idea – spesso anche implicita – che l’attrazione sessuale sia un’esperienza universale, naturale, necessaria e che una vita adulta accettabile debba organizzarsi attorno a essa.

Nel romance contemporaneo, questa convinzione può diventare struttura narrativa: il desiderio sessuale è un segnale che la storia d’amore si sta muovendo nella direzione giusta.

E se si trattasse solo di un automatismo?

Non tutte le persone vivono attrazione romantica e attrazione sessuale nello stesso modo. Non tutte le persone asessuali rifiutano il sesso; non tutte le persone cercano un legame romantico; non tutte costruiscono intimità, corpo e amore secondo la stessa sequenza.

Un discorso simile riguarda anche la demisessualità, l’attrazione sessuale che può emergere in presenza di un legame emotivo significativo, spesso accolta nei romance con più facilità – spesso con il trope “enemies to lovers” – perché si adatta meglio alla narrazione tradizionale del genere: il desiderio arriva dopo, quando il legame emotivo tra i personaggi si è già formato.

Se la demisessualità è raccontata solo come attesa della persona giusta, finisce però per rientrare nello stesso copione, ossia quello secondo cui l’amore autentico debba comunque trovare conferma nell’unione fisica. Il problema è rischiare di trasformare la demisessualità nell’ennesimo espediente narrativo per rendere più intensa o più pura la tensione tra i personaggi, senza interrogare davvero il rapporto tra attrazione, fiducia, corpo e scelta.

Se desideriamo continuare a raccontare l’amore in modo sempre più inclusivo, si può partire proprio da qui: da un’educazione sessuo-affettiva e non esiste la necessità obbligatoria di dimostrare la propria intensità attraverso tappe che il lettore, o la società stessa, si aspetta da una relazione.

Una storia romantica può vivere di attesa, esitazione e scelta quotidiana. Può costruire intimità attraverso fiducia, silenzi, momenti di vulnerabilità e presenza. Può raccontare un amore in cui il sesso esiste, ma non come prova suprema della relazione. Può raccontare forme di amore e appartenenza che non coincidono necessariamente con la coppia romantica tradizionale.

Attenzione: non scrivo di sostituire le storie che amiamo di più con altre né di passare da un estremo all’altro, finendo per cancellare il sesso. Si tratta, invece, di moltiplicare le possibilità: permettere al romance di uscire dal copione allonormativo e tornare a chiedersi che cosa renda davvero intima una storia d’amore.

Questo, forse, è uno degli insegnamenti più fertili che si traggono dal saggio-memoir «Ace» di Angela Chen. Da allora, quando leggo un romance, non mi pongo più la domanda “quando succederà?”, bensì “cosa sta succedendo davvero tra queste persone?”.

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

Lascia un commento