Ma davvero gli influencer si aspettano di essere pagati per una recensione?
È questa la domanda che circola in rete da qualche tempo. La questione ha riscosso una rilevanza sempre maggiore a seguito dell’implementazione dei poteri attribuiti all’AGCOM (l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), l’organo di vigilanza che ha il compito, tra le altre cose, di regolamentare i contenuti digitali nell’ottica di assicurare una maggiore trasparenza e tutela dei consumatori. La linea intrapresa dalle normative in Italia impone che la merce promossa sui vari canali sia reclamizzata secondo canoni di veridicità, fornendo sempre strumenti al pubblico per comprendere che quello che legge o vede non è un commento o una recensione spontanea, ma una promozione o, quanto meno, una recensione in collaborazione con un soggetto interessato.
Più chiarezza, dunque, e obbligo di specificare quando una recensione non è spontanea ed è realizzata in collaborazione con il produttore o con un altro soggetto interessato.
Bisogna rilasciare fattura?
Fiscalmente, un’attività di promozione social difficilmente può rientrare nelle prestazioni occasionali e non continuative. Il post, reel o video TikTok che promuove la merce, infatti, resta online 24 ore su 24 (aspetto che escluderebbe tout court l’occasionalità). Pertanto sì, l’influencer professionista deve avere la Partita IVA e sì, deve rilasciare fattura qualora chieda un compenso.
Nel mondo dei libri?
In termini di legge, il discorso si applica senza alcuna eccezione o variante. L’autore o la casa editrice paga il recensore non per ottenere un giudizio positivo, ma per il tempo di fruizione (la lettura) e per la successiva creazione del contenuto dedicato.
In una simile collaborazione, sarebbe buona norma che il recensore specificasse che evidenzierà anche gli eventuali difetti del libro, rifiutando contratti che prevedano clausole di preventiva approvazione da parte del soggetto che acquista la sua prestazione.
Il problema è etico, non legale
Il motivo per cui stanno aumentando i post e si sta esacerbando la discussione in merito al compenso richiesto dai bookinfluencer è più attinente a una questione di matrice etica.
Quanto può dirsi libero un recensore nel giudicare un libro quando riceve un compenso per parlarne? La materia è delicata perché i giudizi sulle opere letterarie esulano dal campo dell’obiettività: dare una valutazione su un libro sconta una considerevole percentuale di soggettività. Non è come parlare della risoluzione dello schermo di uno smartphone o delle calorie di una bevanda.
La polemica è tanto più accesa perché chiedere un compenso nel mondo dei libri significa spesso imporre un’ulteriore spesa a un autore indipendente o autopubblicato. Raramente, infatti, sono le case editrici a sobbarcarsi i costi delle collaborazioni; o meglio, questo accade solo per un numero limitato di editori di medie e grandi dimensioni in Italia. Andare a gravare su scrittori che non vedranno mai guadagni effettivi, o che guadagneranno in un anno meno degli stessi influencer, equivarrebbe ad applicare una logica capitalistica a un mercato già in forte sofferenza, nel quale gli autori continuano a impegnarsi nella diffusione delle loro opere più per passione che per reale interesse economico. Inoltre, da una prospettiva meramente intellettuale, mescolare arte e denaro viene spesso percepito come una contraddizione in termini.
E voi cosa ne pensate? Da che parte state?
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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