Ciao a tutti, amici lettori.
Come avrete notato, uno dei temi letterari che abbiamo affrontato più ricorrentemente nel nostro percorso saggistico in Calligrafe è quello della paura.
D’altronde, la paura è una forza ancestrale che risveglia molti dei nostri impulsi primordiali (l’autodifesa, l’azione, l’istinto di sopravvivenza) ed è in grado di produrre sentimenti ambigui, spesso frutto della combinazione tra una forte repulsione e un fascino irresistibile.
Da un punto di vista prettamente letterario abbiamo affrontato il tema della paura attraverso diversi generi narrativi: dal gotico all’orrore propriamente detto, dal noir al thriller, dal giallo al true crime.
Tuttavia, stavolta vorrei provare ad elaborare con voi questo tema percorrendo una strada un po’ alternativa, inusuale e poco battuta che secondo me, invece, non smette mai di fornire nuovi, avvincenti spunti di riflessione: la letteratura paranormale.
Per prima cosa, però, permettetemi di spendere giusto due parole per fornirvi una definizione, quanto meno generica, di ciò che si voglia intendere con “paranormale”.
Il termine Paranormale, tradizionalmente, fa riferimento a tutti quei fenomeni (detti anche anomali) che risultano contrari alle leggi della fisica o agli assunti scientifici, che se misurati secondo il metodo scientifico risultano inesistenti e che, qualora si trattasse di fenomeni tangibili, sarebbero comunque spiegabili sulla base delle conoscenze attuali (magari cause naturali o psicologiche).
Ad ogni modo, una definizione rigorosa e universalmente condivisa del termine sembra non sia ancora stata fornita. E sebbene la scienza, ovviamente, non ne riconosca né accetti l’esistenza, dobbiamo ricordare che su questo genere è stata costruita, in realtà, una tradizione letteraria e saggistica piuttosto nutrita.
Quando il mistero non viene dallo spazio ma da “altrove”
Una delle ipotesi più affascinanti della storia del paranormale – sviluppata tra l’altro in tempi molto recenti e ancora al centro del dibattito parapsicologico – riguarda la possibilità di contatto con intelligenze provenienti da altre dimensioni.
Quando si parla di fenomeni paranormali o di incontri con entità misteriose, la spiegazione solitamente più immediata è quella riconducibile al contatto extraterrestre (astronavi, civiltà provenienti da altri pianeti, visitatori da galassie lontane).
Tuttavia, all’interno della letteratura sul mistero è stata formulata un’ipotesi alternativa, affascinante e inquietante al contempo: quella degli Ultraterrestri.
Secondo questa teoria, alcune delle entità che compaiono nei racconti di incontri ravvicinati, nelle leggende moderne o nei fenomeni inspiegabili non proverrebbero dallo spazio, ma da una realtà parallela alla nostra. Non alieni, dunque, ma presenze provenienti da un livello diverso dell’esistenza.
Fautori della Teoria Ultraterrestre
Per comprendere meglio certi postulati più moderni della letteratura paranormale, è fondamentale approfondire il lavoro di due figure centrali: il giornalista americano John Keel e l’astronomo e informatico francese Jacques Vallée. Entrambi arrivarono, per vie diverse, a mettere in discussione la classica interpretazione extraterrestre.
Keel, noto soprattutto per il libro The Mothman Prophecies, si era recato, negli anni Sessanta, nella piccola cittadina di Point Pleasant, in West Virginia, per indagare su una serie di fenomeni insoliti che stavano terrorizzando la popolazione locale.
Secondo i suoi appunti alcuni testimoni sostenevano di aver visto una creatura umanoide alata con occhi rossi luminosi – che presto sarebbe diventata famosa con il nome di Mothman (Uomo Falena) – unitamente ad avvistamenti di strane luci nel cielo e a telefonate disturbate o incomprensibili.
Vallée, dal canto suo, nel celebre libro Passport to Magonia, aveva analizzato e passato in rassegna centinaia di casi di incontri con entità misteriose in epoche e culture diverse.
Il risultato fu sorprendente: molti elementi dei moderni “fenomeni non scientificamente spiegabili” erano quasi identici ai racconti medievali sulle creature del folklore.
Secondo Vallée, il fenomeno potrebbe rappresentare un sistema di controllo da parte di una forma di intelligenza che interagisce con l’umanità per influenzarne la coscienza, i miti, le religioni, le credenze.
Il multiverso come idea letteraria
Il concetto di multiverso è oggi associato soprattutto alla fisica teorica, ma in realtà possiede una storia molto più ampia e antica che attraversa filosofia, fantascienza, esoterismo e letteratura paranormale.
Ed è anche interessante notare come Keel raramente utilizzasse il termine multiverso nel senso moderno della fisica.
Per spiegare il concetto usava utilizzare una metafora radiofonica: l’essere umano percepisce soltanto una piccolissima parte dello spettro elettromagnetico, vede una limitata fascia di luce e sente una limitata gamma di frequenze sonore.
Questo meccanismo, nella visione di Keel, potrebbe valere anche per a comprensione della realtà.
Dietro ciò che percepiamo esisterebbe un enorme “superspettro”, popolato da forme di intelligenza normalmente invisibili ma occasionalmente capaci di entrare in contatto con noi.
Questo modello costituisce una versione paranormale del concetto di multiverso: non tanti universi separati nello spazio, ma molti livelli della realtà coesistenti nello stesso luogo.
Pertanto, in talune circostanze e per ragioni ancora ignote, questa barriera tra i mondi sembrerebbe assottigliarsi, permettendo a tali intelligenze di apparire nella nostra dimensione. Quando ciò accade, le loro manifestazioni possono assumere forme diverse a seconda del contesto culturale.

Interpretazioni culturali
L’idea di Keel era radicale. Non esisterebbero fenomeni separati: angeli, demoni, spiriti, apparizioni religiose, creature folkloriche, visitatori extraterrestri erano manifestazioni diverse di un unico fenomeno che cambiava volto adattandosi alle aspettative culturali dell’umanità.
Applicando questa prospettiva alla letteratura paranormale l’ipotesi ultraterrestre diventa il simbolo di qualcosa che sfugge alla comprensione umana e che non può essere compreso con la ragione.
Per tentare di fornire un’idea più chiara di quanto proposto da Keel, alcuni autori hanno accostato l’idea degli ultraterrestri alla distinzione tra Fenomeno e Noumeno formulata dal filosofo Immanuel Kant.
Il Fenomeno è la realtà così come appare ai nostri sensi e alla nostra mente. Tutto ciò che percepiamo — oggetti, eventi, persone — appartiene a questo livello.
Il Noumeno è la realtà “in sé”, indipendente dalla nostra percezione.
Secondo Kant, l’essere umano percepisce solo il fenomeno, la realtà come appare ai nostri sensi. Il noumeno, la realtà “in sé”, rimane invece oltre la nostra piena comprensione.
Questo ci dà la misura di come la realtà sia molto più complessa di quanto percepiamo con i nostri sensi.
E secondo questa prospettiva, la nostra esperienza quotidiana rappresenta soltanto uno strato della realtà, mentre altri livelli potrebbero esistere accanto al nostro senza essere percepibili.
Il contributo di Keel
Ciò che differenzia Keel dagli altri autori della letteratura paranormale o fantascientifica è probabilmente il fatto che non lo si possa definire un autore “di fantasia”.
A differenza di I. Asimov o di F. K. Dick, egli non inventa, non crea, non immagina.
La sua forma mentis di giornalista lo porta, per quanto possibile in un contesto del genere, a documentare, annotare, trascrivere e riportare. Tutt’al più possiamo affermare che egli abbia provato a “interpretare” certi fenomeni.
Il suo “multiverso” non è ottimistico né avventuroso come quello di molta fantascienza.
Non immagina civiltà aliene da incontrare tra le stelle, ma descrive una realtà piena di presenze enigmatiche che osservano, manipolano o influenzano l’umanità da un livello nascosto dell’esistenza.
Per questo motivo alcuni studiosi hanno definito la sua visione quasi cosmica e lovecraftiana: l’idea che dietro il mondo visibile esista qualcosa di immensamente più vasto, antico e incomprensibile rispetto all’esperienza umana.
Ed è forse qui che il pensiero di Keel continua a esercitare fascino ancora oggi: non perché offra risposte definitive, ma perché trasforma il multiverso in una domanda esistenziale.
Articolo a cura di Giordano Gambuzza



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