Autori virali nel mese di maggio: Manzoni, Victor Hugo e Conan Doyle

Maggio per la lettura  sembra un mese raccontato  da un narratore con un certo gusto per il simbolismo, perché questo mese nella stessa data, scompaiono nel 1873 a Milano Alessandro Manzoni e a  Parigi Victor Hugo. Sempre a maggio nel 1859 nasce a Edimburgo Arthur Conan Doyle. Tre nomi che, messi uno accanto all’altro, sembrano impossibili da contenere nella stessa pagina, tre giganti uniti dallo stesso calendario, come tre porte spalancate su ciò che la letteratura è stata  e continuerà a diventare anche grazie a loro. Manzoni ha dato lingua e coscienza narrativa all’Italia moderna; Hugo ha trasformato il romanzo in una cattedrale sociale; Conan Doyle ha inventato un metodo narrativo così potente da rendere Sherlock Holmes il personaggio umano letterario più rappresentato nella storia del cinema e della televisione.

Ultimamente si è detto un po’ di tutto dei classici, che non sono obbligatori da leggere, che leggerli non ti rende migliore, che però sono importanti per avere una visione eccetera eccetera… Oggi noi di Calligrafe non faremo nulla di tutto di questo. Oggi ci limiteremo a un’ode esplorativa di Manzoni, Hugo e Conan Doyle, perché sono tre autori che continuano a fare una cosa inquietante: ci leggono ancora.

Manzoni: l’uomo che ha trasformato gli umili in protagonisti

Partiamo da Manzoni, che per molti italiani ha un problema enorme: è stato sequestrato dalla scuola. Lo abbiamo incontrato troppo presto, spesso nel modo peggiore con capitoli infiniti da riassumere, interrogazioni, parafrasi, ormai etichettato come “classico obbligatorio”  riesce a rendere faticoso anche ciò che in realtà avrebbe ancora molto da dire. Peccato che in quel primo approccio ai I promessi sposi quasi nessuno li descrive come una macchina narrativa lucidissima.

Manzoni ha usato un arco narrativo semplicissimo, due giovani che vogliono sposarsi e vengono ostacolati. Renzo e Lucia potrebbero sembrare piccoli davanti alla Storia, e invece proprio lì per me sta il colpo geniale. Manzoni sposta il centro del romanzo, fa entrare  la Storia dalla porta laterale, travolgendo  la vita degli ultimi, li costringe a sopravvivere in mezzo a cose orribili. La Treccani sottolinea proprio questo quando spiega che Manzoni usa uno schema romanzesco tradizionale, quello dei due promessi sposi separati dalle peripezie, per raccontare una conquista difficile di pace e felicità in una realtà dominata da ipocrisia e conformismo.

Senza Manzoni, molta narrativa italiana successiva avrebbe avuto meno strumenti per raccontare gli umili senza trasformarli in figurine. Il romanzo sociale, il racconto della provincia, la narrativa che indaga il rapporto tra individuo e potere devono moltissimo a questa intuizione: le vite piccole non sono piccole storie.

E poi c’è la lingua, aspetto che meriterebbe un articolo a parte, perchè qui Manzoni diventa persino più ingombrante. Sempre la Treccani parla di un influsso evidente dei Promessi sposi sulla lingua italiana, letteraria e non letteraria, grazie a un modello linguistico di straordinaria efficacia. In pratica Manzoni ha contribuito a costruire una casa linguistica in cui, volenti o nolenti, abitiamo ancora. E qui sta la prima lezione per chi scrive oggi: la lingua non è un abito da mettere addosso a una storia. È il luogo in cui quella storia diventa possibile.

Victor Hugo: il romanzo come cattedrale

Oggi molti conoscono Les Misérables più attraverso musical, film e meme che attraverso il romanzo originale. Eppure Hugo è un autore semplicemente monumentale e non uso a caso questa metafora  perché con Hugo tutto tende davvero al monumentale. Notre-Dame de Paris, Les Misérables, il teatro, la poesia, la politica, l’esilio: Hugo è davvero uno di quegli autori che ha costruito un sistema letterario che ha plasmato il futuro. L’enciclopedia Britannica lo definisce il più importante degli scrittori romantici francesi; all’estero è ricordato soprattutto per Notre-Dame de Paris e Les Misérables, ma in Francia la sua figura attraversa poesia, teatro, romanzo e vita politica. Diciamocelo la Francia aveva un gran  bisogno di simboli repubblicani e culturali.

Hugo è fondamentale per capire una cosa fondamentale della scrittura e della lettura,il dettaglio umano. Les Misérables parla di povertà, legge, rivoluzione, redenzione e lo fa senza spiegazioni, tutto è implicito nei personaggi: Jean Valjean, Fantine, Cosette, Javert, Gavroche. Hugo riesce a  parlare al mondo di questi concetti incarnandoli  in corpi e  destini.

È questo che molta narrativa contemporanea eredita da lui cioè l’idea che un romanzo possa essere insieme storia personale e sociale. Senza Hugo, moltissime narrazioni moderne sul riscatto, sull’ingiustizia, sui margini e sulle rivoluzioni morali avrebbero avuto un’altra forma. Dickens, Dostoevskij, Camus e tanti altri sono stati accostati alla sua eredità proprio per questa capacità di unire letteratura e coscienza sociale.

Hugo muore il 22 maggio 1885. Il suo funerale diventa una scena dei suoi stessi romanzi  il corpo esposto sotto l’Arco di Trionfo, la sepoltura al Panthéon, una folla immensa. Secondo il museo di Guernsey dedicato alla sua memoria, almeno due milioni di persone seguirono il corteo funebre. Due milioni. Oggi misuriamo il successo in visualizzazioni, copie vendute, trend, engagement. Hugo, da morto, riempie Parigi come se la città stessa dicendo addio alla propria  coscienza pubblica.

La lezione per chi scrive è enorme nella sua semplicità: una storia diventa grande quando contiene anche il dolore degli altri.

Conan Doyle quando il personaggio supera il suo autore

Ci accingiamo alla fine di questo tributo con Arthur Conan Doyle, nato il 22 maggio 1859 a Edimburgo. Medico, scrittore, uomo pieno di contraddizioni meravigliose crea Sherlock Holmes, poi prova a farlo fuori, poi è costretto a riportarlo in vita perché il pubblico non glielo perdona. Scusate se mi fa venire in mente Frankenstein ma ci vedo lo stesso simbolismo, la creatura si alza dal tavolo e comincia a decidere da sola.

Conan Doyle scrisse quattro romanzi e cinquantasei racconti dedicati a Holmes e Watson. Probabilmente uno dei personaggi più vividi e duraturi della narrativa inglese, e Holmes viene considerato il prototipo del detective moderno.

Ho trovato anche un dato impressionante: secondo Guinness World Records, Sherlock Holmes è il personaggio umano letterario più rappresentato nella storia del cinema e della televisione, al 2012 era stato interpretato 254 volte.

Qui si va ben oltre ad un personaggio ben  riuscito. Holmes è innovativo mostrando come il caos abbia un metodo. Che il mondo, osservato abbastanza bene, riveli una logica. Che ogni dettaglio apparentemente inutile come una macchia, una cenere, un gesto, una parola, possa diventare indizio. (ritorniamo anche qui al concetto del dettaglio).

Questa microscopica narrazione è possibile grazie alla formazione medica di Doyle. Gli studi ricordano il modello del dottor Joseph Bell, docente all’Università di Edimburgo, celebre per l’importanza attribuita a osservazione, deduzione ed evidenza: Bell è comunemente indicato come una delle principali ispirazioni per Holmes.

Senza Conan Doyle, il giallo moderno, il crime investigativo, il detective seriale, moltissime serie TV procedurali e buona parte del nostro modo di concepire “l’indagine” sarebbero diversi. Doyle cristallizza la  forma del detective geniale, l’assistente-narratore, il metodo, il caso, la rivelazione finale.

La lezione per chi scrive è enorme: creare un personaggio memorabile significa creare un modo nuovo di guardare il mondo.

I classici possono diventare gabbie?

Forse, ogni tanto succede. Per chi scrive oggi, i classici possono essere una benedizione ma anche una pressione enorme.

Quel rischio di iniziare a scrivere guardando continuamente indietro come se la letteratura dovesse sempre nascere da una genealogia approvata. Eppure molte delle opere più importanti della contemporaneità sono nate proprio rompendo  il rapporto reverenziale con il passato. Facciamo due nomi? Joyce e Kafka. Senza dimenticare Virginia Woolf ovviamente. Oggi abbiamo onorato tre pilastri dei classici senza volerli rendere intoccabili. La letteratura è viva quando continua a essere interpretata, messa in discussione e attraversata da sguardi nuovi.

Articolo a cura di Alice Corleto

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