La fattoria degli imbecilli: l’esplosione estetica surreale di Simone Colangelo

Dagli albori di Calligrafe, seguiamo con molta attenzione la casa editrice Aculei Edizioni, realtà che si è mostrata subito aperta al dialogo con il nostro collettivo. In quest’ottica di collaborazione, oggi analizziamo una delle loro ultime pubblicazioni, La fattoria degli imbecilli di Simone Colangelo, e quella che editorialmente è, a tutti gli effetti, una scelta rischiosa e audace della casa editrice.

Peraltro, vi invitiamo a seguire il loro blog per comprendere come scelgono i titoli della loro collana e leggere le parole degli autori in interviste sicuramente interessanti.

Vi avvertiamo che, come di consueto, Calligrafe non recensisce opere, ma prova ad analizzarne gli aspetti più rilevanti e meritevoli di discussione.

Ci limitiamo a premettere la trama, per fornire un riferimento ai lettori:

Sabino, giornalista naufrago della propria esistenza e ibis per condanna, osserva il mondo deformarsi tra le mura soffocanti di un condominio in via Orwell 22.
Trasfigurata da una pandemia surreale e grottesca, l’umanità regredisce a uno stato bestiale che mette a nudo i vizi più abietti: mastini predatori, condor nostalgici e gorilla palestrati compongono un fitto mosaico che dà vita a una fattoria dove la dignità è un ricordo sbiadito.
Attraverso una narrazione acida e allucinata, la vicenda si snoda tra i corridoi dell’Ospelager, luogo di confine dove la cura diventa prigionia e il controllo sociale si fa ferocia. Nelle fitte ombre di un delirio collettivo emerge la figura enigmatica del gatto nero, una coscienza maligna che guida il protagonista attraverso un processo kafkiano fatto di tradimenti e vendette trasversali.
Colangelo traccia uno sguardo spietato alla realtà contemporanea: sotto le spoglie degli animali pulsano le meschinità di un’Italia divisa tra ignoranza e presunzione, mentre il grido di chi cerca scampo viene soffocato dal latrato del potere. Un viaggio introspettivo e violento che unisce il degrado urbano all’abisso dell’anima, invitando a riflettere sulla responsabilità individuale e sulla fragilità della ragione.
Una celebrazione nera della sconfitta umana che rivela come, spesso, sia proprio l’uomo il direttore del suo girone infernale.

L’estetica al comando

Il primo punto che mi preme analizzare e che rende l’opera sicuramente interessante riguarda la sua estetica. Si tratta di un’opera sperimentale in cui la forma riveste un ruolo preminente rispetto al contenuto.

Lo stile di Colangelo, la struttura che attribuisce al romanzo, il rimando a Orwell e l’utilizzo abbondante di dialetti e smagliature tipiche di questa o quella lingua straniera sono il frutto di una sperimentazione scientifica che rende il romanzo unico.

Come anche evidenziato dalla stessa casa editrice, è un romanzo che rompe con la tradizionale distopia contemporanea. La critica sociale non è lucida, viene dosata, somministrata a sprazzi nel mezzo di una confusione generale di azioni e lingua volta a disorientare il lettore.

L’intento di Colangelo di rappresentare l’antisocialità delle sue bestie-persone si manifesta con un caos primordiale, in cui ognuno regredisce a uno stadio in cui può concedersi alle pulsioni anche più basse. Ciascuna creatura ha un modo colorito di esprimersi, ciascun animale agisce senza riflettere, assecondando soltanto i propri istinti. Quello che è sotteso, desiderato, mistificato ipocritamente nella società civile, viene espresso in maniera libera, ferale, in questo ritorno a uno stato di primordialità.

Nel romanzo rimangono alcune strutture che fanno da contesto — esempio cardine ne è l’Ospelager in cui si svolge la maggior parte della vicenda narrata —, ma questi edifici, le regole e le gerarchie che respirano all’interno perdono di significato. Le strutture non limitano più le creature, diventano sfondo, strumento con cui viene “legalizzata” la pulsione.

La lingua delle bestie è disarticolata, smangiucchiata, complessa. Tutta l’attenzione del lettore viene attirata dai dialoghi, dalla ripetitività ossessionante dei pensieri del personaggio e dalle azioni crudeli che si compiono nell’Ospelager. Il romanzo finisce per fagocitare il lettore, per terremotarlo con la sua voce unica verso un finale che appare inevitabilmente infausto già dalle prime pagine.

Scelta editoriale rischiosa

Con La fattoria degli imbecilli, a mio avviso, Aculei compie una scelta ancora più ardita di quella fatta con il romanzo di Tomaselli (L’anno del Dionisiaco). A fronte di un romanzo antiborghese ma strutturato in maniera tradizionale, il libro a firma Colangelo è sperimentale in ogni aspetto. È un’allegoria che, pur illuminante nello smascheramento delle bassezze umane, si fa, alla lunga, esasperata.

L’impressione avuta al termine della lettura è quella di un’esplosione di surrealismo, che se ne infischia deliberatamente delle strutture e degli schemi del romanzo tradizionale, per offrirsi al lettore senza compromessi, ganci e mitezza.

La fattoria degli imbecilli, ideato nel periodo del lockdown, rappresenta alla perfezione una società attirata in modo ineluttabile dalla regressione antisociale. La civiltà crolla, le barriere non esistono, le regole sfumano e questo vale tanto per la forma che per la sostanza di questo romanzo, che impone al lettore di accettare la follia e di essere, a sua volta, folle per cogliere fino in fondo il simbolismo (particolarmente vincente l’espediente del gatto nero come coscienza maligna).

Per questa ragione, a noi continua a intrigare la linea editoriale seguita da Aculei edizioni che, pur nella varietà, non si preoccupa dei trend e cerca l’eccezione, il difforme, lo “strano”, per stimolare intellettualmente il pubblico.

Non possiamo, dunque, che concludere questo articolo, facendo i migliori auguri a Simone Colangelo e ad Aculei edizioni, sperando che sia l’autore che l’editore continuino a metterci alla prova e a sfidarci come lettori in tempi come questi, in cui necessitiamo come non mai di un’editoria che sia anche rottura e avanguardia.

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

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