La romanticizzazione del mestiere di scrittore è colpa di Jessica Fletcher

Oggi una presentazione a Londra. Domani un’intervista per il Times. Diritti ceduti per film e serie tv, un videogioco, audiolibri. Ogni romanzo è un best seller e tutti mi fermano per dirmi: “Cara, ho letto il tuo ultimo libro!”

Poi mi sveglio e mi ricordo che non mi chiamo Jessica Fletcher.

Tutti noi amanti della parola scritta siamo, o siamo stati, dei seguaci della mitica Signora in giallo, non solo per le sue doti da adorabile impicciona risolvi-omicidi, ma per la sua entusiasmante vita da scrittrice sempre in cima alle classifiche, in giro per il mondo, capace di sfornare bestseller con la stessa facilità con cui prepara torte (sicuramente deliziose) per Seth e Amos.

Lei stessa è il ritratto della perfezione. Capelli impeccabili, vestiti impeccabili, risposta pronta e una routine di scrittura che farebbe invidia a Stephen King. Tutti la conoscono, anche chi non apre un libro dalla fine delle scuole dell’obbligo. Viene invitata a balli di gala con ambasciatori, è amica di senatori e ispettori, frequenta agenti segreti, ladri gentiluomini e conoscenti pieni di soldi. Lei stessa deve possedere un patrimonio degno di un piccolo stato, ma non parla mai di vile denaro, troppo materiale.

È l’incarnazione della parola “scrittrice” ma, se scrivere fosse davvero così, perché tutti gli scrittori (reali) sembrano persone che non dormono da tre anni?

La figura dello scrittore è da secoli avvolta da un bagliore quasi mistico. Creature a metà tra genio e tormento, esseri schivi e refrattari alle folle, che si ritirano in cottage tra le brughiere o in appartamenti dal fascino decadente per dare forma al proprio dissidio col mondo. Jessica Fletcher è il passo successivo: prende questa figura e la rende più umana, più rassicurante. Un’anziana vedova che scrive gialli per diletto e viene scoperta da un editor: un sogno più concreto e raggiungibile rispetto ai poeti maledetti di un tempo. E per un momento ci si crede.

Ma non tutto è colpa della signora in giallo, dobbiamo dirlo, perché è con l’avvento dei social che la romanticizzazione del mestiere di scrittore trova il suo apice.

Foto aesthetic di scrivanie perfette con tazze fumanti accanto ai portatili, video a day in the life of a writer edulcorati, citazioni motivazionali, i successi sbandierati ai quattro venti.

Tutto diventa levigato, ogni asperità smussata fino a scomparire. Si consolida quell’idea per cui scrivere non è poi così faticoso, un processo quasi spontaneo, naturale. Le notti insonni, i pianti, la sensazione costante di non essere abbastanza, tutto questo resta dietro le quinte.

Poi ci si avvicina davvero a questo mondo idilliaco. Con la testa piena di estetica e buone intenzioni, si prova a mettere nero su bianco ciò che nella mente era così limpido da sembrare quasi imbarazzante per quanto funzionava, e invece le parole non arrivano, l’ispirazione latita, le frasi non reggono. Si inizia a intuire che forse scrivere non è solo battere tasti e bere tisane allo zenzero e limone. Arrivano i primi vacillamenti.

Si tiene duro, si piange. Si passano notti in bianco e si piange di nuovo, poi, finalmente, qualcosa prende forma: un capitolo, una scena particolarmente riuscita e il romanzo vede la luce.

A questo punto si potrebbe parlare di costi, di investimenti, e del fatto che un autore, soprattutto self, spesso deve sostenere tutto da solo per rendere pubblicabile il proprio lavoro. Ma anche questo, in fondo, è troppo materiale.

Saltiamo direttamente al post pubblicazione. Si sbarca in un mondo social saturo dove a nessuno importa chi sei e cosa hai scritto. Bisogna imparare il marketing, gestire lo stress, stare dietro ai trend, esporsi, emergere, distinguersi. Ignorare le pugnalate ed evitare di diventare una caricatura. Capire che la visibilità non è un premio per chi scrive bene, ma una competenza separata che va costruita da zero.

Una volta dentro, il meccanismo diventa chiaro, la realtà non è instagrammabile.

E allora forse il punto non è smettere del tutto di romanticizzare questo mestiere, ma accettare che, tolta l’aura, resta qualcosa di molto meno elegante e molto più umano: un lavoro imperfetto, intermittente, che procede più per tentativi che per illuminazioni divine. Un lavoro in cui i conti non tornano quasi mai, ma si continua lo stesso, perché smettere sembra, stranamente, più difficile.

La nostra cara Jessica Fletcher, alla fine, una soluzione la trovava sempre. Noi, il più delle volte, siamo ancora fermi alla domanda, ma non molliamo.

Articolo a cura di Evelyn Hawk

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