Chi di noi, negli ultimi mesi, non si è ritrovato a canticchiare sulle note di “Golden” o a muovere la testa al ritmo di “Soda Pop”? Il fenomeno “KPop Demon Hunters” ha contagiato grandi e piccini, tanto da garantire proprio a “Golden” la vittoria del Premio Oscar come Miglior Canzone e allo stesso film la vittoria come Miglior Film d’animazione.
Targato Sony Pictures Animation e diffuso in Italia da Netflix, “KPop Demon Hunters” è riuscito nell’impresa di dare alle bambine un modello di eroina da imitare come non accadeva dai tempi di “Frozen” e della sua intramontabile Elsa. La pellicola narra le vicende delle Huntrix, tre giovani cacciatrici di demoni che, a colpi di musica, cercano di salvare l’umanità da una mostruosa e distruttiva minaccia.
Motivetti orecchiabili, costumi iconici e affascinanti villain rendono il tutto accattivante e avvincente, sia per chi ha già una conoscenza della cultura coreana sia per chi ne è completamente a digiuno.
La pellicola ha anche il grande merito di riprendere i topoi dei classici: il viaggio dell’eroe, costellato da insicurezze e dubbi, l’importanza dell’amicizia, la linea sottile tra bene e male, l’amore che va oltre le differenze. Porta i più giovani a immedesimarsi e gli adulti a ricordare l’infanzia con i capolavori della Disney.
Ma, al di là della patina superficiale, come si deduce dallo stesso titolo, “KPop Demon Hunters” fa propri gli elementi cardine di un genere musicale che, nato nella Corea del Sud, ha gradualmente conquistato l’Occidente. Il K-Pop (letteralmente Korean popular music) nella sua accezione moderna nacque negli anni ‘90 sulla scia dell’apertura della penisola alla cultura occidentale, unendo diversi generi musicali quali l’hip hop, il rock, il jazz e la musica elettronica. Al termine del decennio, l’intera cultura sudcoreana ebbe grande diffusione all’estero, con un movimento chiamato Hallyu ed è giunta sulle nostre coste col successo planetario di “Gangnam Style”, risalente al 2012.
Il fenomeno del K-pop è talmente vasto e sfaccettato che lo si potrebbe analizzare da un’infinità di prospettive diverse. In linea generale, le boy band o girl band ricalcano le loro controparti occidentali (basti pensare ai Take That, ai Backstreet Boys, agli NSYNC o alle Spice Girls, solo per citarne alcuni), unendo performer che abbiano diverse caratteristiche e, nel caso delle band coreane, anche un ruolo preciso all’interno del gruppo: ci sono i main vocalist, i main dancer, i visual, i rapper e i maknae (i componenti più giovani), in un pattern che si ripete sempre uguale a se stesso. Ogni gruppo ha un suo fandom, come i fan dei celebri BTS denominati Army, e un simbolo che campeggia sul lightstick, un oggetto luminoso che si utilizza ai concerti per creare dei giochi di luce tramite Bluetooth.
Gli idol (così vengono denominati questi artisti) conducono una vita patinata, come mostrano bene le Huntrix nella pellicola d’animazione, ma non priva di criticità: il pubblico non perdona errori. I giovani sono sempre sotto l’occhio delle telecamere, devono seguire dei protocolli rigidissimi, ottenere dei risultati e seguire alla lettera le indicazioni delle case discografiche. A differenza di ciò che accade nel mondo occidentale, dove star di vario genere si concedono vizi e capricci di ogni sorta, un singolo passo falso può costare caro ad un giovane idol. Ne sa qualcosa T.O.P. dei Bigbang, tornato alla ribalta per il ruolo di Thanos nella seconda stagione di “Squid Game”, che ha visto la sua sfolgorante carriera ricevere una brutale battuta d’arresto per uno scandalo legato al consumo di Marijuana e che lo ha quasi portato al suicidio.
Quello che colpisce, in “KPop Demon Hunters” come nella realtà, è l’attaccamento dei fan a questi artisti che sfocia, in alcuni casi, in un fanatismo estremo e violento. Mentre i Saja Boys della pellicola utilizzano la loro influenza in modo strategico, per catturare le anime dei loro ammiratori, gli idol in carne ed ossa devono spesso fronteggiare l’accanimento dei fan che, nei casi più gravi, arrivano anche ad invadere i loro appartamenti per saccheggiare biancheria ed effetti personali (come nel caso delle c.d. sasaeng).
Questa pressione mediatica incide sulla salute mentale degli idol, tema molto delicato che, sebbene abbia richiamato un’attenzione maggiore negli ultimi anni, continua a far discutere. Nelle fasi della formazione, i trainee vengono sottoposti a lezioni di ballo e canto con ritmi massacranti, talvolta ad interventi di chirurgia estetica per rispettare i canoni di una società votata alla perfezione e a rigidi controlli sul peso. E, come in ogni competizione che si rispetti, non tutti arrivano al traguardo.
E poi ci sono i serratissimi comeback, album e minialbum pubblicati in tempi record, concept da rispettare e sponsor da conquistare. Persino la moda, negli ultimi anni, si è avvicinata a questo mondo, come è apparso evidente dalle ultime Fashion Week di Milano e Parigi o dal celeberrimo Coachella, da poco terminato.
Ma, al di là degli aspetti negativi, il K-pop, al cinema come nella vita reale, unisce le generazioni, supera i confini, porta messaggi positivi nei suoi testi e qualità nelle performance che sono sempre di altissimo livello. Non esistono barriere linguistiche, differenze di etnia, di età, di religione, i fan si uniscono tutti sotto un’unica bandiera, si tengono per mano, cantano all’unisono e diffondono solidarietà, amicizia, voglia di farcela.
E, soprattutto, i fandom intessono un rapporto di impagabile reciprocità con i propri idoli: gli idol rappresentano una scialuppa di salvataggio a cui aggrapparsi anche nei momenti peggiori, per piangere, tornare a sorridere o sentirsi parte di qualcosa. Dall’altra parte, gli idol non mancano mai di ringraziare i fan, di manifestare la loro sincera gratitudine e, allo stesso modo, si affidano al loro affetto e alla loro stima per tenere duro anche nei periodi più difficili e stressanti.
Ne sono diretta testimonianza le circa 70.000 persone che, poco meno di un anno fa, facevano commuovere gli Stray Kids fino alle lacrime intonando i loro versi nella splendida cornice dello Stadio Olimpico di Roma. Decine di mamme e papà che cantavano insieme ai loro figli, contenti di quanto la musica, in questo mondo di odio, possa essere ancora veicolo di pace e di unione.
E, anche questa volta, l’Honmoon è stato chiuso.
Articolo a cura di Gemma Rubino



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