Il pugno di ferro sotto il guanto da cucina

Cari amici di Calligrafe, il tempo è un cerchio piatto, ma a volte decide di riaprire ferite che credevamo rimarginate. Dopo vent’anni, è tornata sui piccoli schermi una delle figure più temute dalla fascia 0-18, un’ombra che si allunga sui corridoi di una casa qualunque: Lois Wilkerson. Se il nome non vi dice nulla, significa che avete ignorato una delle serie cult degli anni 2000, Malcolm in the Middle. Il mio è un consiglio spassionato: recuperatela. È la sitcom più soavemente politicamente scorretta che conosca e, a distanza di due decenni, pulsa di un’attualità ferocemente onesta.
La cornice è quella di una famiglia che potrebbe abitare nella casa accanto alla nostra, all’apparenza tragicamente normale. Ma noi varchiamo la soglia dei Wilkerson attraverso lo sguardo di Malcolm, il genio incastrato nel mezzo. Attorno a lui, una costellazione di caos: il piccolo Dewey, vittima sacrificale di ogni dinamica; Reese, il braccio armato privo di cervello; e Francis, il primogenito, perennemente in esilio come un dissidente politico.

Al vertice di questa piramide alimentare troviamo loro: i genitori. Hal è un padre amorevole, ma incarna il ritratto sbiadito del “cringe” e dell’imbarazzo genitoriale. Nota a margine per i cinefili: vederlo interpretato da Bryan Cranston – sì, l’uomo che anni dopo sarebbe diventato il temibile Heisenberg di Breaking Bad – è un’esperienza mistica. Per anni ho faticato a prendere sul serio Walter White, aspettandomi che da un momento all’altro iniziasse a pattinare a rotelle in tutina di lycra.
Ma chi è il vero villain in questo scorcio di sobborgo americano? Non c’è dubbio: è Lois.
Per decifrare il codice genetico del suo autoritarismo, basta ascoltare l’iconica sigla: “You’re not the boss of me now”. Quelle parole non sono un inno alla ribellione, sono l’urlo disperato di chi soccombe. Lois è una furia implacabile, una despota da cucina che concede rari guizzi di amore materno, solitamente travestiti da lezioni di vita impartite con la delicatezza di un trapano pneumatico: non ti abbraccia, ti tempra.

La sua non è semplice severità; è una vendicatività metodica, quasi liturgica. È quel tipo di ferocia che ti spinge a dimenticare che tuo marito ti attende in un ristorante stellato per festeggiare l’anniversario, perché sei troppo impegnata a officiare un interrogatorio degno della Santa Inquisizione. Lois non cerca la verità, cerca la resa incondizionata. Tortura i figli psicologicamente finché l’ultimo di loro non crolla, trasformando un banale bisticcio domestico in una guerra di logoramento dove l’unico obiettivo è vedere il nemico – ovvero la sua prole – implorare pietà tra le mura di casa.
Per Lois, l’educazione non è un percorso, è un setacciamento: Malcolm deve faticare per ogni briciolo di dignità, imparando dalla vita senza alcuno sconto. È lei a spingerlo verso l’amicizia con Stevie, ma non per altruismo, bensì con la sentenza: “Lui è solo, ha bisogno di un amico”. Un obbligo morale che lascia lo spettatore nel dubbio: è dedizione all’insegnamento dell’empatia o una sottile forma di punizione psicologica volta a castrare ogni velleità di svago del figlio?
E poi c’è Francis, l’eterno ribelle, spedito alla scuola militare per essere piegato e mai spezzato. Il loro è un valzer di odio-amore in cui lui cerca disperatamente un’attenzione che lei gli nega con metodica indifferenza. Anche nella nuova stagione, Francis tenta la scalata alle priorità materne, scoprendo con orrore che Lois ha stilato una lista in cui la nascita del suo primo nipotino compare solo al settimo posto, superata persino dalle decorazioni per la festa di anniversario.

Ma, in fondo, lo sappiamo: quel nipote non occupa davvero l’ultimo gradino del podio. La verità è che Lois preferirebbe farsi estirpare le unghie piuttosto che ammettere una debolezza o, peggio, concedere a Francis la soddisfazione di averle intenerito il cuore. È il machiavellismo dei sentimenti: negare l’amore per non perdere l’autorità.
Non voglio rovinarvi il piacere (o il trauma) di scoprire come sia evoluto questo regime totalitario casalingo, ma una cosa è certa: in casa Wilkerson non esistono vincitori. Esistono solo sopravvissuti che, a quarant’anni suonati, sobbalzano ancora se sentono il rumore di un paio di zoccoli che si avvicinano troppo velocemente sul linoleum della cucina.
Bentornata, Lois. Ci eri mancata come un’ispezione fiscale il lunedì mattina.
Articolo a cura della Perfettina



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