La crisi silenziosa del lettore – Stiamo leggendo in un modo che non riconosciamo più?

Per molto tempo abbiamo associato la lettura a un gesto preciso ovvero quello di prendere un libro in mano magari avvolti da una certa solitudine e seguendo ognuno la propria ritualità immergersi in una storia. Oggi quel gesto si è evoluto, si legge non solo sulla carta, ma sugli schermi, in audio, per intero, a metà, per dovere, per fuga, per appartenenza.

Si può ascoltare un romanzo mentre si guida, leggere dieci pagine sul telefono in coda alla posta, comprare un libro e rimandarlo per mesi, cominciare un saggio e lasciarlo aperto in tre punti diversi, comprare un libro per l’estetica. Tutte queste azioni rendono la lettura meno nobile? O sono meno rassicuranti per chi ha bisogno di definizioni pulite?

La narrazione più comoda negli ultimi tempi è stata quella di raccontare che il lettore contemporaneo è distratto, superficiale e meno profondo. Ma c’è un’altra ipotesi da considerare, ed è questa: oggi una persona che legge in forme diverse distribuite e non lineari, che sposta l’esperienza della lettura su più supporti su più soglie di attenzione può essere valutata sulla base di un unico paradigma?

Non sarebbe meglio propendere per una valutazione che si basi sull’intero ecosistema di lettura? Un sistema in cui tutto convive con tutto: notifiche, video brevi, messaggi, finestre sovrapposte, stimoli simultanei, una permanente chiamata altrove.

Quando entriamo all’interno di questi nuovi mondi in cui vive il lettore ci accorgiamo che la lettura profonda così come l’abbiamo sempre conosciuta non è stata abolita è solo diventata più fragile. Perché leggere davvero richiede una risorsa rara cioè un tempo mentale non interrotto. Non tempo libero in senso generico, mi riferisco al tempo psichico, allo spazio interno e alla possibilità di non essere continuamente portati via da qualcos’altro.

Eppure c’è un punto in cui questa analisi rischia di diventare troppo nostalgica. Perché presuppone che esista un’età dell’oro della lettura a cui poter tornare. Ma non ne sono così sicura. In passato si leggeva davvero in massa in modo profondo, costante e trasformativo? O stiamo mitizzando un modello che, forse, è sempre stato minoritario, elitario, intermittente anche lui?

È qui che il dibattito si fa davvero interessante, perché smette di essere moralistico. Non si tratta più di opporre il lettore vero al lettore falso, il cartaceo al digitale, il romanzo all’audiolibro, il silenzio al social. Si tratta di capire se stiamo assistendo alla crisi della lettura o alla crisi di un certo immaginario della lettura.

Prendiamo il BookTok, per esempio. È facile liquidare tutto come estetizzazione del libro e una parte di questa critica non è del tutto infondata, io per prima non lo stimo particolarmente. Principalmente troviamo libri che diventano mere forme estetiche di copertine da mostrare, citazioni da esibire. Ma fermarsi qui sarebbe pigro perché dentro il BookTok c’è anche altro, come la rilettura o il desiderio di comunità, c’è un ritorno pubblico della lettura come gesto condiviso. La parola crisi forse arriva dal fatto che oggi la figura del lettore non assomiglia più all’idea alta e rassicurante che avevamo di lei.

E da qui mi son detta potrebbe nascere il tabù degli audiolibri. C’è ancora chi li considera una scorciatoia o una lettura di serie B. Ma basta grattare un po’ questa posizione per accorgersi che sotto non c’è solo una questione di rigore. C’è da chiedersi che cosa intendiamo davvero quando diciamo leggere. Decodificare con gli occhi? Seguire una sintassi? Restare dentro un testo abbastanza a lungo da esserne modificati? Comprendere? Ricordare? Essere toccati? Sono domande filosofiche prima ancora che tecniche e mettono in crisi una quantità enorme di certezze.

Per questo il punto più controverso è che leggiamo ancora abbastanza per dichiararci lettori, ma non abbastanza per continuare a riconoscere in noi il lettore così come l’avevamo immaginato. Quella figura esiste ancora ma si è evoluta. È diventata più ibrida, più social, meno lineare e questo mette a disagio perché costringe anche la critica e sicuramente l’editoria e chi scrive a ridefinire il proprio metro.

La crisi del lettore è solo il cambio di paradigma della sua forma più facilmente riconoscibile. E allora la domanda vera smette di essere “leggiamo ancora davvero?” e diventa un’altra, molto meno innocente: “stiamo leggendo in un modo che non identifichiamo più con la forma classica del lettore?”

È una domanda scomoda, perché non ci permette né il pessimismo puro né l’ottimismo facile. Non direi che va tutto bene ma  nemmeno direi che il lettore è morto, probabilmente sta solo leggendo altrove, diversamente, in forme che ci sembrano minori perché non coincidono con la nostra nostalgia.

Però attenzione a  smettere di entrare nelle storie e attenzione a smettere di restarci abbastanza a lungo da uscirne cambiati.

Jorge Luis Borges lo aveva capito in una frase che oggi suona quasi come un test di coscienza:

“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.”
 — Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra

Quindi chiediti, prima ancora dei dati, delle statistiche, dei formati e dei supporti: “di quali pagine sarò ancora capace di dirmi orgoglioso?”

Articolo a cura di Alice Corleto

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