In occasione del 2 giugno, Giornata Mondiale dei Disturbi del Comportamento Alimentare
Cosa trasforma una ragazza appassionata, il cui unico desiderio è far luccicare tre tortine al limone appena sfornate, in una sovrana spietata che urla «Tagliategli la testa!»? In Heartless, splendido romanzo autoconclusivo di Marissa Meyer, la risposta non risiede in una generica malvagità, ma in una lenta, dolorosa e silenziosa sottomissione. In occasione del 2 giugno, la storia di Catherine Pinkerton – la futura Regina di Cuori di Wonderland – si rivela una favola nera straordinariamente potente per esplorare un tema tragicamente attuale: il cibo utilizzato come campo di battaglia tra l’espressione di sé e il controllo altrui.
All’inizio della storia, Cath non vuole affatto la corona; il suo unico e autentico sogno è aprire una pasticceria insieme alla sua fidata cameriera Mary Ann. Per lei, impastare, sfornare bignè, preparare crostate di ciliegie o bilanciare la dolcezza di una torta di zucca non è un semplice passatempo, ma l’atto d’amore più puro. Il cibo, nelle mani di Cath, è una celebrazione della vita, della convivialità e della passione. Questa connessione così viscerale, sana e gioiosa con l’arte culinaria si scontra però con un muro invalicabile: sua madre, la Marchesa. La figura materna incarna una dinamica che la psicologia dei disturbi alimentari conosce fin troppo bene, ovvero la proiezione dei propri desideri frustrati sui figli. Per la Marchesa, Cath non è un individuo con i propri sogni e la propria unicità, ma uno strumento di riscatto sociale, una futura regina da plasmare a tutti i costi secondo le rigide regole della corte.
Il primo terreno su cui si esercita questo controllo spietato è, inevitabilmente, il corpo di Catherine. La madre le impone restrizioni, la monitora costantemente e la ammonisce perché tende ad ingrassare, privandola della gioia di assaggiare le sue stesse creazioni. In questo modo, la Marchesa trasforma il cibo da fonte di amore e creatività a spettro del dovere, della colpa e della vergogna. È proprio in questa spaccatura che si annida il nucleo profondo del disturbo alimentare, che non nasce mai da un capriccio estetico, ma dal disperato tentativo di gestire un ambiente soffocante. Quando una persona si sente privata del controllo sulla propria vita, sul proprio futuro e persino sull’amore dei propri genitori, l’unica cosa che le resta da controllare in modo ossessivo diventa il proprio corpo e ciò che introduce nella bocca. La cucina di Cath, che doveva essere il suo spazio di massima libertà, si trasforma nel perimetro di un conflitto interiore logorante tra il desiderio di viversi con amore e il peso insostenibile di dover compiacere le aspettative altrui.
“Quando non possiamo controllare la nostra vita o l’ambiente che ci circonda, il corpo diventa l’ultimo perimetro di una sovranità disperata. Ma il controllo rigido non è mai vera libertà, è solo un’altra prigione.”
Meyer semina nel libro dettagli culinari che si prestano a metafore potentissime. Pensiamo alla famosa torta di zucca che Cath prepara: i semi di quella zucca, piantati e cresciuti in modo distorto, diventano gli ingredienti che porteranno la povera Tartaruga alla pazzia, trasformandola in una Falsa Tartaruga, una non-tartaruga che piange sul proprio passato perduto. Questa metamorfosi è lo specchio esatto di ciò che compie un disturbo alimentare. Il DCA deforma la percezione di sé, distorce la realtà e finisce per consumare l’identità di chi ne soffre, strappandogli la propria vera natura e lasciando al suo posto una maschera di sofferenza, proprio come accade alla tartaruga del libro e, infine, alla stessa Catherine, che pur di difendersi dal dolore si anestetizzerà fino a diventare letteralmente senza cuore.
Dal punto di vista letterario, Heartless si è rivelata una lettura estremamente piacevole e di grande impatto emotivo. Tuttavia, la profondità e la delicatezza dei temi trattati avrebbero meritato un respiro diverso. Essendo un volume autoconclusivo, il ritmo della narrazione subisce un’accelerazione talvolta troppo brusca nella seconda metà del libro. Come lettori, avremmo voluto decisamente più pagine a disposizione, più tempo per abitare quel mondo così ricco e, soprattutto, per affezionarci ancora di più a Catherine e ai personaggi che la circondano. Un ritmo meno serrato avrebbe permesso di sviscerare con maggiore gradualità la complessità del suo dramma interiore, rendendo la sua inevitabile discesa verso l’oscurità ancora più devastante e sfaccettata.
Resta però evidente il motivo per cui i retelling di Alice nel Paese delle Meraviglie continuino a esercitare un magnetismo così forte sugli autori e sul pubblico. La tana del coniglio e il Sottomondo rappresentano la metafora universale dell’evasione. Wonderland è il luogo in cui le regole rigide del mondo degli adulti crollano e dove l’assurdo diventa la norma; è una via di fuga da una realtà pressante e schiacciante. Questa ricerca di evasione si accosta in modo impressionante alla psicologia del disturbo alimentare: sia il rifugiarsi in un mondo di fantasia, sia l’ossessione per il controllo del cibo sono, in fondo, tentativi disperati di evadere da un dolore presente che non si riesce a tollerare, creandosi un microcosmo alternativo in cui potersi sentire al sicuro o invisibili.
La storia di Cath, in questa giornata di consapevolezza, ci lascia un insegnamento fondamentale. Ci ricorda che quando smettiamo di ascoltare i nostri desideri profondi per assecondare le imposizioni esterne, rischiamo di perderci lungo la strada. Guarire da un disturbo alimentare, o fare pace con il proprio specchio, non significa raggiungere una perfezione fissa o un traguardo ideale dettato da altri. Significa riscoprirsi, perdonarsi e trovarsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, semplicemente durante il percorso. Significa riprendersi il diritto fondamentale di amare ciò che ci nutre, di rimettere le mani in pasta e di decidere, in totale libertà, quale forma dare alla nostra vita.
Articolo a cura di Lucrezia Porta



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