Quando, nel 1973, “L’Esorcista” venne proiettato nelle sale statunitensi, alcuni tra gli spettatori vennero colpiti da svenimenti, convulsioni e vomito. Abituati ad un cinema dell’orrore che, fino a quel momento, aveva portato sullo schermo mostri della letteratura classica o gialli d’autore, una pellicola così esplicita e con una tematica così macabra (che anticipava, a suo modo, il satanic panicc he si sarebbe diffuso negli anni ‘80) causò turbamenti e polemiche, assicurandosi divieti e censure in tutto il mondo.
E come dimenticare la capillare campagna pubblicitaria di “The Blair Witch Project”? Nel 1999, agli albori della diffusione di Internet, la produzione creò una serie di false informazioni in merito alla sparizione dei tre giovani protagonisti della pellicola, conferendole un alone di mistero e maledizione che ne decretarono il successo planetario. Fu uno dei primi film della storia a diventare “virale”, pur in assenza della maggior parte dei mezzi di comunicazione odierni.
Gli anni ‘90 hanno segnato anche l’evoluzione dello slasher che, dal suo capostipite “Non aprite quella porta”, aveva visto nascere saghe come quella di “Venerdì 13” e di “Halloween”; con il primo “Scream” di Wes Craven l’horror assunse una connotazione metacinematografica e parodistica, sovvertendo e ridicolizzando le regole del genere ormai note ai più.
Il filone del terrore proveniente dall’oriente contribuì, negli anni successivi, ad infestare gli incubi degli spettatori grazie a fortunati remake statunitensi come “The Grudge” e “The Ring”, con la sua iconica VHS maledetta e Samara che fuoriusciva, contorcendosi, dallo schermo delle tv. L’horror assunse una caratterizzazione grafica che metteva il mostro in primo piano.
UN’ESCALATION CHE ANESTETIZZA
Attraverso questa escalation, il cinema ha gradualmente anestetizzato il pubblico, alzando la soglia della sopportazione visiva. Questo clima ha fornito terreno fertile per pellicole come “Saw” e “Hostel”, segnando l’ascesa del cosiddetto “Torture Porn” che non lesina su sangue e budella sparsi sotto l’occhio morboso della camera da presa.
Con la capillarizzazione degli strumenti di comunicazione di massa, però, la realtà ha raggiunto e superato l’immaginazione, riempiendo quotidiani e telegiornali di notizie sempre più tragiche. Sulla scorta di questa ondata diabolica, alcuni registi hanno deciso di utilizzare lo shock e la potenza disturbante delle immagini per mandare dei messaggi sociali e politici (si pensi, a tal proposito, a “Atroz” o “A serbian film”); altri ancora hanno fatto del falso snuff e del disgusto senza limiti il proprio marchio di fabbrica (si veda alla voce Lucifer Valentine, mente dietro la discussa “Vomit Gore Trilogy”) appagando il desiderio voyeuristico degli spettatori più estremi.
L’INVERSIONE DI MARCIA E L’ELEVATED HORROR
Nell’ultimo decennio, in una repentina inversione di marcia, le nuove voci del cinema dell’orrore hanno puntato su contenuti che utilizzino il genere come strumento di divulgazione di messaggi attuali e di sensibilizzazioni su temi come il razzismo, l’emarginazione, la minaccia reale nel quotidiano. Nasce, così, l’“Elevated horror”, che punta tutto sulla tensione psicologica e sul non visto, grazie ad autori quali Jordan Peel, Robert Eggers, Ari Aster che alzano l’asticella della qualità in termini di performance, regia e sceneggiatura, facendo incetta di premi e restituendo al genere una sua dignità artistica.
Ma, in un mondo che ha visto e sentito tutto, cosa può fare ancora paura? La Blumhouse ha cercato di dare una risposta al quesito, reinterpretando i classici Universal Monsters in chiave moderna: l’Uomo Invisibile diventa, pertanto, un ex fidanzato abusante, il Lupo Mannaro un padre di famiglia colpito da un virus inarrestabile e la Mummia una bambina affetta da una maledizione che torna per distruggere i legami affettivi.
E IN LETTERATURA?
In parallelo, anche la letteratura ha rispecchiato il mutamento della paura nell’evoluzione culturale della società: nato con i miti e il folklore, con una finalità prettamente metaforica e in alcuni casi legata alla religione, l’orrore letterario ha raggiunto il suo massimo splendore nell’Ottocento. La letteratura ottocentesca, infatti, ha conferito umanità ai suoi mostri, fornendo alcuni degli archetipi e dei personaggi più celebri e iconici mai esistiti: risalgono a questo periodo “Dracula” di Bram Stoker, “Frankenstein” di Mary Shelley e “Dottor Jekyll e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson.
Nello stesso periodo, Edgar Allan Poe attribuiva alla paura una dimensione psicologica e simbolica sfruttando la paranoia, la colpa, la morte, la malattia come strumenti di diffusione del terrore ed ergendosi a modello per le generazioni a venire.
Gli inizi del secolo successivo fecero crescere il timore per l’ignoto; i lettori guardavano oltre e immaginavano mondi diversi e creature disumane. In questo contesto storico si sviluppò il talento di H.P. Lovecraft con le sue celebri “weird fiction”.
Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 del ‘900, il secondo dopoguerra riportò l’orrore nella quotidianità e nei contesti suburbani, fatti di isolamento e infestazioni. Tra tutti, Shirley Jackson che, oltre ad essere un esponente di spicco della sua epoca, fu una delle principali ispirazioni dello scrittore che, più di chiunque altro, contribuì a dare una svolta decisiva al genere: Stephen King. Attivo dagli anni ‘70 ed estremamente prolifico, King è un autore versatile che ha saputo estrapolare la paura dalle sue esperienze di vita, contaminandole con un tocco soprannaturale. Ha attinto a piene mani dai drammi dell’adolescenza, dal bullismo, dall’ignoranza e dalle credenze di periferia, unendo sotto la sua penna diverse tipologie di lettori e numerose generazioni.
LA COMPLESSIFICAZIONE DEL GENERE
Come per il cinema, anche nella letteratura vi è stata un’escalation di ricerca dell’eccesso che ha portato alla diffusione dei generi body horror e splatterpunk grazie ad autori come Clive Barker e al nostrano Paolo Di Orazio, la cui opera “Primi delitti” fu tanto controversa da meritare un’interrogazione parlamentare e una condanna per istigazione a delinquere.
Negli ultimi decenni il confine tra horror e altri generi come il thriller, il noir e il fantasy si è fatto sempre più labile. E così, all’apice della violenza letteraria, l’horror ha virato nella declinazione più teen del genere, ponendo le basi per quelli che oggi definiamo “Dark Romance” o “Romantasy” e lasciando da parte la paura in favore della fascinazione del male e del pericolo. E, soprattutto, il desiderio dello spavento e della sorpresa lascia spazio a contenuti sempre più estremi ma rigorosamente annunciati da una sequela di trigger warning: perché va bene esplorare gli angoli più oscuri del proprio desiderio ma senza uscirne turbati.
Articolo a cura di Gemma Rubino
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