Racconti di passaggio: “Il pane a terra” di Andreina Moretti

La fila era sempre la stessa, stesse persone, stessi corpi allineati, stesso silenzio cucito addosso.

 Anche il freddo, a quell’ora, aveva imparato a non disturbare troppo, entrava nelle ossa piano, senza farsi notare, come tutte le cose nel regime.

Io ero lì, al mio posto, non il primo, non l’ultimo: il posto giusto, quello invisibile.

Le mani dietro la schiena, lo sguardo basso, respirare piano per non attirare attenzione. Funzionava così da sempre.

Quando arrivavi davanti al banco non dovevi dire nulla, allungavi le mani, ricevevi il pane, annuivi per ringraziare.

Un gesto minimo, ma necessario, non era un vero grazie, era qualcosa di più sottile: una conferma.

Io esisto perché obbedisco e quel giorno non sembrava diverso da tutti gli altri giorni.

La donna davanti a me era magra più del normale, le spalle strette dentro un cappotto troppo grande. Non l’avevo mai guardata davvero prima, non si guarda nessuno nel regime.

Guardare è già una forma di scelta e noi non scegliamo, noi obbediamo.

Le hanno dato la sua razione di pane, un pezzo preciso, identico a tutti gli altri, perfetto.

Lei lo ha preso, lo ha osservato un attimo di troppo, l’ho notato subito, e quel tempo in più, quella pausa era già una deviazione.

Poi ha fatto qualcosa che non avevo mai visto, ha spezzato il pane, il rumore è stato piccolo, ma netto, un suono asciutto, fuori posto. Nessuno si è mosso, ma qualcosa si è spostato dentro.

Lei ha tenuto una metà e l’altra l’ha lasciata scivolare dalle dita ed è caduta.

Il pane a terra, ho sentito il cuore salire in gola, non per lei ma per tutti, perché quel gesto ci riguardava.

«Raccoglilo.»

La voce dell’addetto è arrivata subito, precisa, senza rabbia. Era una voce abituata a essere seguita.

La donna non si è chinata, non ha detto niente.

«Raccoglilo.»

 La voce ha ripetuto nuovamente l’ordine.

Io fissavo quel pezzo di pane sul pavimento, era sporco adesso, irregolare, sbagliato, come se non appartenesse più al mondo.

Poi lei ha fatto la cosa più pericolosa di tutte, ha alzato la testa, non verso l’addetto ma verso di noi.

I suoi occhi erano chiari, non belli, non dolci, liberi.

«Non ho fame.»

L’ha detto perché noi sentissimo e la sua voce è arrivata ovunque. Una frase impossibile, nel regime la fame non è una sensazione, è una regola, serve a tenerti al tuo posto. Se dici che non hai fame, stai dicendo che non ti serve ciò che ti danno e, se non ti serve, non dipendi e, se non dipendi, sei fuori.

Due uomini dai passi sincronizzati e mani ferme, l’hanno presa subito.

Nessuna scena, non ce n’è mai bisogno. Lei non ha opposto resistenza, non ha urlato e mentre la portavano via, prima ha sorriso e poi ha riso.

Un suono breve, leggero, ma mi è entrato dentro come una lama.

Quando è sparita, la fila è rimasta immobile, il pane era ancora lì, nessuno lo guardava eppure lo vedevamo tutti.

Quando è arrivato il mio turno, ho fatto un passo avanti, le mani già pronte, un gesto automatico, imparato da sempre.

Mi hanno dato il pane, caldo, integro, giusto. L’ho preso, poi, senza sapere davvero perché; ho guardato a terra, quel pezzo sporco era ancora lì. Mi sembrava più vero del mio, ho sentito qualcosa muoversi dentro. Non un pensiero, qualcosa di più antico, un rifiuto.

«Avanti.»

La voce mi ha spinta, mi ordinava di andare, come sempre, invece mi sono fermata per un istante.

Poi ho fatto un gesto che non avevo mai fatto in tutta la mia vita, ho lasciato cadere il pane che avevo in mano.

È caduto accanto all’altro, due pezzi, due errori.

Ho trattenuto il respiro, il mondo non si è fermato, ma qualcosa sì.

«Cosa stai facendo?»

Non ho risposto, mi sono chinata, le ginocchia tremavano, ma non mi sono fermata. Ho raccolto il pane da terra, quello vietato, quello sbagliato, quello suo.

«Quello non è tuo.»

“Lo so.” ripetevo dentro di me.

L’ho stretto tra le dita, era freddo, sporco, vivo.

«Lascialo.»

Ho scosso piano la testa. Non avevo mai detto no, non così apertamente.

«Non è previsto.»

Lo guardavo negli occhi, adesso, e per la prima volta non vedevo un’autorità ma vedevo un uomo che aspettava che io obbedissi. Era tutto lì.

«Non obbedisco più.»

Non è stato un grido è stato un fatto.

Dietro di me qualcuno ha fatto cadere il proprio pane, un altro suono, poi un altro e poi un altro ancora.

Non ho voltato la testa ma li sentivo, uno dopo l’altro, piccoli colpi secchi, il rumore più pericoloso del mondo.

Le regole che smettono di essere seguite, le voci hanno iniziato ad alzarsi, ordini, richiami, minacce.

Ma non arrivavano più, erano solo parole, io stringevo il pane sporco e, senza accorgermene, sorridevo.

Non sapevo cosa sarebbe successo dopo, non sapevo se sarei rimasta, ma per la prima volta non era quello il punto.

Il punto era che avevo scelto, e una scelta, nel regime, è già una rivoluzione.

Qualcuno dietro di me ha sussurrato qualcosa. Forse l’ho immaginato io o forse l’abbiamo detto tutti.

«Non obbedisco più.»

E in quel momento ho capito che non era il pane a terra, era il regime che stava cadendo.

Racconto di Andreina Moretti

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