C’è una scena, quasi alla fine di questo atteso sequel de Il Diavolo veste Prada, che si svolge nel silenzio sacro del refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, davanti all’Ultima Cena di Leonardo. In quel punto il film smette di essere una commedia sulla moda e si rivela per quello che è veramente: un “quasi” trattato politico sulla fine di un’era. Se il primo capitolo era una lezione di estetica, il secondo è una guerra di successione per il futuro dell’umanità e, al centro di questa guerra, c’è ancora lei, la nostra Andy Sachs. Ma non è più la ragazza che abbiamo lasciato vent’anni fa. Prima di parlare di questo, però, dobbiamo fare un passo indietro…
Nel primo film, la moda costituiva il centro simbolico attorno a cui ruotava tutto: un universo compatto e autorevole, spietato ma perfettamente funzionante, incarnato dalla figura di Miranda Priestly (Meryl Streep), la luciferina direttrice di una grande rivista di moda.
Altro non era che una riscrittura perfetta del mito di Faust. Nel mito, Faust vende la sua anima per poter accedere a qualcosa che gli è precluso, ovvero conoscenza illimitata, poteri soprannaturali e piaceri mondani. Andy fa lo stesso, ma non vuole diventare cattiva e non vuole perdere sé stessa. Vuole due cose molto più contemporanee: una carriera prestigiosa e il riconoscimento. Miranda non era solo il diavolo, era molto peggio: era il sistema che non ti dichiara mai esplicitamente un prezzo, ma poi lo incassa comunque. Perché, diciamocelo, nessuno di noi ha il coraggio o la statura tragica di Faust. Nessuno di noi pensa di poter sfidare Mefistofele su un campo di battaglia metafisico, ma tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti Andy Sachs. Tutti abbiamo accettato un compromesso o rinunciato a un pezzetto di verità per ottenere qualcosa.

Il sequel cambia completamente assetto. ll centro tematico è ora la crisi dell’editoria e, più in generale, del giornalismo. Runway – ormai non più un tempio, ma un relitto – è ridotta a entità digitale svuotata della sua materialità e della sua autorità simbolica.
Il passaggio dal cartaceo al digitale segna non solo un’evoluzione tecnologica, ma una perdita di identità e di influenza. In questo senso, il film si inserisce in una riflessione più ampia sulla trasformazione dell’informazione, schiacciata tra le logiche algoritmiche dei social e quelle, sempre più invasive, del marketing.
Il cambiamento di tono: dall’ironia alla disillusione
Questo slittamento tematico determina anche un cambiamento radicale nel tono del film. Se Il Diavolo veste Prada era caratterizzato da un’ironia brillante e tagliente, il sequel adotta un registro più drammatico e riflessivo. La leggerezza lascia spazio a una narrazione più cupa, attraversata da un senso diffuso di precarietà e smarrimento. Il mondo non è più un palcoscenico su cui competere, ma un terreno instabile su cui cercare di restare in piedi. Ed ecco perché abbiamo voluto introdurre questo articolo con quella specifica scena. Scegliere il dipinto di Leonardo non è stato un caso. L’Ultima Cena rappresenta il momento del tradimento e del passaggio di testimone. In questo sequel il tema diventa: chi prenderà il posto al tavolo del potere? Mettere Andy e Miranda davanti a un’opera che parla di un’era che finisce suggerisce che anche il loro mondo (quello delle riviste cartacee e del lusso vecchio stile) sta morendo. Non si parla più di scegliere la cintura giusta, ma di chi deciderà cosa le persone dovranno pensare e desiderare nei prossimi vent’anni. È una guerra di successione. Miranda è la vecchia regina che non vuole cedere il trono, e Andy è una sorta di erede che però è cambiata. Vent’anni fa era una ragazza che non sapeva niente di “questa roba”, oggi è una donna che ha imparato le regole del gioco. Il primo film era la sua nascita nel mondo del lavoro, questo è il momento in cui deve decidere cosa fare per salvare il futuro di Runway.
In quella precisa scena c’è il primo battito, il primo respiro del film: viene al mondo la sua forza, perché spoglia i personaggi dai loro abiti firmati e li mette a nudo davanti alla storia dell’arte e al tempo che passa. Ci dice che Miranda Priestly non è immortale e che il mondo che ha costruito sta svanendo. È il momento in cui il film ti guarda negli occhi e ti chiede: “Il potere vale il prezzo della tua anima?”.
I quattro protagonisti
Miranda Priestly: il potere al tramonto
Nel sequel, Miranda non è più il vertice incontrastato di un sistema, ma la sopravvissuta di una realtà disgregata. La sua durezza non scompare, ma perde la funzione di strumento di dominio: ciò che emerge è una figura stanca, esistenzialmente spaesata, consapevole di appartenere a un mondo che non esiste più. La sua disillusione non è debolezza né redenzione, ma presa di coscienza: il film suggerisce che la vera perdita non riguarda solo il potere individuale, ma un intero paradigma culturale.
Andy Sachs: dalla formazione alla consapevolezza critica
Nel sequel il conflitto di Andy si sposta su un piano etico e professionale. Non è più in cerca di identità, ma interroga il senso stesso del proprio lavoro in un giornalismo svuotato e piegato alle logiche commerciali. La sua maturità la rende meno vulnerabile al fascino del potere, ma più esposta alla disillusione: da outsider ingenua a testimone critica di un mondo in trasformazione.
Emily Charlton: l’ambizione nell’era dell’instabilità
Emily rappresenta l’adattamento aggressivo alle nuove logiche del sistema. Inserita nel retail di lusso, la sua ambizione appare frenetica e instabile, riflesso di un mondo in cui il successo è volatile e non esistono più posizioni consolidate. È il prodotto di una realtà che premia la visibilità più che la competenza.
Nigel: la possibilità della reinvenzione
Nigel è la figura più sorprendentemente positiva: da mentore sacrificato nell’ombra di Miranda, nel sequel trova uno spazio di affermazione, attraversando il cambiamento con intelligenza e creatività. A differenza di Miranda, dimostra che è possibile adattarsi senza perdere la propria identità, introducendo una nota di speranza in un quadro altrimenti dominato dalla disillusione.
Conclusione: quattro risposte a una stessa crisi e cosa ci portiamo a casa se siamo scrittori
Le traiettorie di Miranda, Andy, Emily e Nigel rappresentano quattro diverse modalità di reagire alla trasformazione del mondo descritto nel sequel.
Declino, consapevolezza, adattamento e reinvenzione sono le quattro risposte a una crisi che non è solo professionale, ma culturale. Attraverso di loro, Il Diavolo veste Prada 2 costruisce un affresco complesso, in cui i personaggi non sono più semplici ingranaggi di un sistema, ma individui costretti a ridefinire se stessi in un mondo che ha perso le sue certezze.
Il primo Il Diavolo veste Prada è costruito come una traiettoria, parte da un desiderio chiaro e si muove in linea retta verso una domanda che non molla mai la presa. Ogni richiesta di Miranda è una micro-scelta che sposta Andy di qualche millimetro più lontano da sé stessa e quei millimetri, accumulandosi, diventano una trasformazione.
Questo tipo di struttura funziona perché crea una continuità emotiva, tutti noi sentivamo che ogni scelta di Andy aveva un costo.Chi stava diventando per ottenere ciò che voleva? Nel secondo film la logica cambia, non ho percepito una traiettoria chiara. Le linee narrative si moltiplicano, il mondo si allarga, i personaggi vengono ripresi, aggiornati, umanizzati. È una scrittura che aggiunge e ci può stare. Vuole raccontare di più, includere di più e sicuramente restituire complessità. Ma proprio in questo allargamento perde quella forza che nasce dalla concentrazione. Non c’è una domanda che organizza tutto, ci sono più direzioni che convivono senza che una prenda davvero il sopravvento. La storia mostra cosa è cambiato sistemando ciò che era rimasto aperto, dando spazio ai personaggi perché vengano compresi ma non basta a creare quella sensazione di urgenza che ti tiene dentro una storia. Per chi scrive, questa è una distinzione decisiva. Una storia può essere ricca, articolata e piena di elementi interessanti e allo stesso tempo non lasciare traccia, se non decide cosa deve ferire. Il primo film sa esattamente dove colpire e insiste lì fino alla fine. Il secondo osserva, accompagna, completa ma non apre nessuna porta da esplorare. È la differenza tra una storia che ti attraversa e una che ti affianca.
Articolo a cura di Alice Corleto e Giordano Gambuzza



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