Molti utenti Amazon Kindle hanno ricevuto in questi giorni una mail dal tono leggermente apocalittico: dal 20 maggio i loro dispositivi non riceveranno più supporto. Basta leggere oltre il primo paragrafo per scoprire che i modelli coinvolti sono quelli del 2012 e precedenti. In apparenza nulla di insolito, la tecnologia invecchia. Ma il problema, in questo caso, non è ciò che smette di funzionare, ma ciò che smette di appartenerti.
Chi ha uno dei Kindle incriminati potrà continuare a leggere gli ebook già presenti sul dispositivo, ma non potrà acquistarne di nuovi né accedere ai servizi Amazon. Ed emerge già la prima contraddizione: se compro un Kindle, lo scelgo per avere accesso al suo ecosistema (Kindle Unlimited, Prime Reading, un catalogo sterminato), non per avere l’equivalente flat del vecchio scatolone pieno di libri in soffitta. Togliere quell’accesso mentre il dispositivo funziona ancora è una brutta forzatura.
La motivazione ufficiale riguarda la sicurezza dei protocolli di connessione ormai obsoleti. È plausibile, ma la contromisura proposta non è “usatelo offline via cavetto USB”, ma un lapidario “buttatelo e ricomprate (da noi)” dato anche lo sconto consolazione.
Qui il discorso sicurezza si intreccia con la strategia di mercato, e i fini diventano meno trasparenti di quanto Amazon voglia far credere. I vecchi Kindle, infatti, non supportano le restrizioni dei DRM più recenti: ricevono file con protezioni alleggerite, più facili da spostare. A detta di alcuni utenti questo al gigante degli ebook non piaceva.
Cos’è il DRM? Acronimo per Digital Rights Management, è il lucchetto invisibile che protegge gli ebook, Amazon ne ha costruito uno su misura per la propria piattaforma, diverso dagli standard di settore e progettato per tenere ogni libro legato all’ecosistema interno. Quando acquisti un ebook su Amazon, non stai comprando un oggetto, stai comprando un accesso, la chiave per quel lucchetto, collegata al tuo account. È una distinzione che non sembrava così importante, finché non è arrivata una mail a renderla tale.
L’obiezione è legittima: senza protezioni, la pirateria renderebbe il sistema insostenibile perché un ebook può essere distribuito ovunque nel giro di pochi minuti. È vero, e limitazioni ragionevoli esistono e hanno senso, il problema, però, è che come spesso accade le restrizioni non colpiscono chi pirata, ma fermano chi paga, impedendogli di disporre liberamente di ciò che ha acquistato. I nuovi DRM e il conseguente cambio obbligato sembrano più una salvaguardia per la piattaforma, piuttosto che per gli autori.
Questi vecchi modelli, inoltre, sono meno efficienti nella raccolta dati sul comportamento del lettore, dati che Amazon utilizza con partner pubblicitari esterni. Più precisi sono i dati, più fruttano. Amazon attira clienti con prezzi concorrenziali e un catalogo infinito, ma quando qualcosa sembra quasi gratuita, è perché la merce di scambio siamo noi.
Esiste un rischio più sottile. Affidarsi interamente a una piattaforma significa lasciarle decidere cosa leggeremo. Il catalogo è infinito, ma ciò che viene mostrato non lo è. L’algoritmo spinge i titoli che rendono di più, quelli alla moda o quelli sponsorizzati. Rischiamo di diventare lettori omologati, indicizzabili, a cui vendere senza fatica quello che una macchina ha già deciso sia adatto a noi. Non possediamo ciò che compriamo, e ogni volta che scegliamo la comodità di un ecosistema chiuso, cediamo un pezzo di quel controllo. Non è un segreto, ma vale la pena ripeterlo, affinché ognuno faccia le proprie scelte con cognizione.
La risposta non è rifiutare il digitale, ma è utile sapere a cosa si sta rinunciando, guardarsi intorno per valutare alternative. Oggi è successo con i dispositivi hardware, domani potrebbe toccare agli ebook regolarmente acquistati di sparire dalle nostre librerie digitali.
Amazon non è il male in terra. Ha dato spazio a molti autori indipendenti e ha reso la lettura accessibile a chi non può permettersi grandi spese in cartacei, resta però un sistema costruito per alimentarsi. E il suo nutrimento siamo noi; basta una mail per scoprire quanto poco contiamo in quell’ecosistema.
Buona lettura, possibilmente su un supporto che non vi scrive mail di addio.
Articolo a cura di Evelyn Hawk



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