Passo molto del mio tempo su YouTube, che considero una delle piattaforme più ricche del nostro presente.
Un mese fa, nella mia home, è comparso un video di Julie Demar che usava una terminologia precisa. Non era solo l’argomento in sé a colpirmi, ma anche le parole scelte: così l’ho aperto e ho iniziato ad ascoltare con attenzione.

Il termine di cui stiamo parlando è “Book fast fashion”: non mi era nuovo, ma sentirlo in italiano ha suscitato uno scarto, un dolore intenso. Non perché l’accostamento fosse forzato, ma perché lo rendeva di colpo vicinissimo; fino a questo momento avevo trovato molte bookblogger americane a parlarne, mai italiane.
Nulla di sorprendente, se non fosse che questa logica, nata altrove, sembra adattarsi fin troppo bene anche al nostro mondo editoriale.
Con questo termine si parla di sovrapproduzione: cicli sempre più brevi, titoli che durano lo spazio di una stagione prima di essere sostituiti da altri, simili nella forma ma presentati come nuovi.
In questo scenario, TikTok ha avuto un ruolo decisivo, non come causa unica, ma come acceleratore. La piattaforma ha imposto un ritmo serrato, una forma di visibilità e un linguaggio a cui anche l’editoria ha iniziato ad adattarsi.
Non si tratta di una resa né di una colpa, bensì una risposta a un ecosistema che premia la rapidità, la riconoscibilità immediata, l’emozione sintetica. I libri che funzionano meglio sono quelli che si lasciano raccontare in pochi secondi, producendo una reazione chiara, leggibile, replicabile.
Molti utenti della piattaforma si muovono dentro questa logica: propongono letture legate alle ultime uscite, a un numero ristretto di generi, a libri di intrattenimento che funzionano bene nel formato breve di Tik Tok.
In alcuni casi, la lettura stessa viene raccontata come un’esperienza ridotta all’essenziale: c’è chi dichiara di leggere solo i dialoghi, chi cerca storie emotivamente intense, chi costruisce la recensione attorno a una sola reazione. Le frasi più usate sono “Ho pianto, “Mi ha distrutta” e “Mi ha fatto stare male”.
L’ultima polemica nata sul Book fast fashion è che sempre più spesso, queste recensioni si contraggono fino a diventare solo gesti: un’espressione, una mano sulla bocca, un video muto accompagnato da una didascalia minima. Il libro smette di essere raccontato e diventa un detonatore emotivo.
Non è un problema di superficialità individuale: è il formato che chiede questo tipo di risposta e l’algoritmo premia ciò che passa senza attrito.
Il punto non è stabilire se questo sia giusto o sbagliato. Il punto è chiedersi cosa resta fuori, come la tecnica, la voce, la costruzione, lo stile, il lavoro sulla lingua: tutto ciò che richiede tempo e attenzione diventa arduo da tradurre in un contenuto così rapido. Così, non scompare, ma smette di essere visibile.
Un esempio recente è il ritorno massiccio di Cime tempestose (Wuthering Heights) nelle letture condivise online, dal 12 febbraio in tutti i cinema.

Il romanzo torna a circolare, viene acquistato, mostrato, letto. Ma, insieme all’entusiasmo, emergono anche le difficoltà. Molti lettori dichiarano apertamente di faticare a orientarsi: i legami familiari, le ripetizioni dei nomi, la struttura narrativa non lineare diventano ostacoli. C’è chi crea mappe, schemi, alberi genealogici per riuscire a tenere insieme i rapporti tra i personaggi. O chi si limita a leggere solo i dialoghi, saltando le varie descrizioni che costellano il romanzo.
Non c’è nulla di sbagliato nel cercare strumenti per comprendere meglio un testo. Il punto interessante è ben altro: Cime tempestose non è un libro difficile in senso assoluto, ma lo diventa quando lo si incontra con un’abitudine alla lettura costruita su testi espliciti.
Il romanzo di Emily Brontë richiede memoria, attenzione, ritorno, riflessione e pensiero prepositivo. Non offre scorciatoie emotive rapide né personaggi pensati per essere riconoscibili in pochi secondi.
In questo senso, il disagio che molti lettori stanno sperimentando non è un fallimento individuale, ma l’effetto di un cambio di paradigma. Quando la maggior parte delle storie che incontriamo è pensata per essere consumata in tempi rapidissimi, un libro come Cime Tempestose è percepito come troppo complesso, persino ostile.

Forse la domanda non è se i libri stiano diventando usa e getta, ma se siamo ancora disposti a concedere loro il diritto di non esserlo. Alcuni testi non sono pensati per essere attraversati in fretta. Resistono. E in quella risonanza, oggi, c’è qualcosa che vale la pena di ascoltare.
Quando un libro non si lascia consumare in fretta, è davvero lui a essere “difficile” o è il nostro modo di leggere ad essersi ristretto?
Articolo di Margherita Cucinotta



Scrivi una risposta a annamariaarvia Cancella risposta