Ho avuto modo di conoscere Saverio Maro attraverso il progetto editoriale Racconti dal profondo, rivista di genere horror e pulp, con la quale ho iniziato a collaborare qualche mese fa. Mi ha subito colpito il carisma di Saverio, nonché il suo modo di approcciarsi ad altri autori e lettori che bazzicano il mondo social letterario italiano. Non potevo farmi sfuggire l’occasione di collaborare con lui anche sulle pagine di Calligrafe per parlare della sua nuova fatica letteraria e di tanti altri argomenti interessanti.

- Innanzitutto, Saverio, ti ringrazio per aver accettato questo confronto. Vorrei partire proprio da “Quando la casa sussurra”, il tuo libro in uscita per Winter edizioni proprio questo mese. Cosa puoi dirci sulla trama e quando è arrivata l’idea per il progetto?
Ringrazio voi per lo spazio che state dando a me e alla mia opera. Mi è ancora difficile da credere che sia qui a parlare di questo romanzo e che stia vedendo la luce dopo tantissimi anni.
L’idea di Quando la casa sussurra è nata nel 2017 circa, quasi agli albori della mia produzione horror letteraria. Non so bene come e quando sia nata esattamente l’idea, so solo che, come tutte le storie che scrivo, è stata come un lampo, una lampadina che si accende nella mia testa e che nasce e mi resta incollato finché non la scrivo. Sicuramente sarà stato di notte, una delle mie notti in cui, invece di dormire, restavo sveglio ad ascoltare musica e a sognare un giorno di poter scrivere storie che arrivassero alle persone, per intrattenerle, per uno scambio, e in questo caso anche un po’ per terrorizzarle!
La trama in realtà è molto più banale di quello che in realtà contiene il mio romanzo: messa giù come una lunga lettera, il protagonista e narratore è Giacomo Ranieri che decide, dopo la morte della moglie, di svelare al mondo intero la verità su uno degli incidenti che più assegnato la sua esistenza: nelle prime pagine ammette di aver causato lui l’incidente della Whispering House, la casa degli orrori che hanno vissuto e dove sono morti i suoi due figli. Successivamente, ripercorrerà passo passo tutte le fasi che hanno portato alla morte dei suoi figli, svelando che la Whispering House è stata la casa del male.
- Parlando di genere letterario, come definiresti la tua opera? Quali sono le tue più grandi ispirazioni e gli autori che ti hanno influenzato?
Il genere è horror, sotto tutti i punti di vista e senza alcun dubbio. La mia scrittura è sempre stata molto cinematografica, infatti cerco di ispirarmi sempre a immagini e situazioni dei film horror che ho amato di più, come ad esempio Babadook oppure Hereditary.
Come stile letterario, invece, mi sono ispirato in tutto e per tutto al mio amatissimo Edgar Allan Poe, si potrà sicuramente evincere già dalle prime battute del libro.
Poe è, senza ombra di dubbio, il mio autore preferito; il modo in cui è riuscito a mescolare orrore e psiche umana mi ha sempre trascinato.
L’orrore di questo libro non è solo psicologico, ma spero vivamente di aver dato ai personaggi che vivono questa travolgente e terrificante vicenda uno spessore e una profondità psicologica all’altezza della storia.
- Una cosa di cui mi sono reso conto recentemente, è che in Italia c’è un grande interesse attorno al romanzo di genere, soprattutto fantasy e horror. Tu cosa ne pensi? Per un autore è più facile sfondare con un romanzo di genere o pensi che non conti il genere, ma solo il talento?
Domanda difficile, e ammetto di non essere forse la persona più adatta a rispondere a questa domanda, e credo anche che una risposta giusta non ci sia.
Mi sento di dire però che avverto che non sia più così importante saper scrivere o scrivere una bella storia. Viviamo in un mondo in cui basta entrare in trend per vendere copie su copie, non importa se poi il libro è scritto bene, l’importante è che se ne sia parlato il più possibile. Infatti al giorno d’oggi credo che sia lampante quello che sto dicendo, basti aprire un qualsiasi social o qualsiasi community e improvvisamente tutti a parlare e a condividere gli stessi libri e le stesse letture. Sembra quasi che non ci sia più vero gusto di leggere, ma di avere anche solo una piccola fetta di notorietà parlando dell’opera del momento.
Per quanto riguarda il genere horror e Fantasy in generale, credo proprio che il mondo e l’arte abbiano una specie di ciclo vitale che si ripete. Il boom degli horror c’è già stato in più occasioni, in più riprese, lo si può notare dalle librerie stesse, dove sempre più sembrano cominciare a lasciare spazio a gialli, thriller, fantasy e horror. Se si pensi solo a cinque anni fa, ricordo ancora uno scaffale minuscolo impolverato con solo 10/15 titoli di King, stop.
Sono contento che ci si stia riavvicinando all’horror, il problema però è la qualità di quello che viene proposto. Più ci sarà richiesta di questo genere e più verranno prodotte cose, ma ne varrà davvero la pena?
- Ti faccio una domanda scomoda. Cosa pensi dell’esterofilia del lettore medio italiano? Pensi che anche nella tua nicchia editoriale i lettori siano sempre più affascinati da un autore dal nome anglosassone o, in generale, esotico? Qual è il compito di un autore, magari meno conosciuto, per riuscire a farsi leggere dal pubblico nostrano?
Posso rispondere in maniera scomoda, quasi quanto alla domanda? Credo che sia una delle cose più stupide che una persona possa fare, quella di giudicare un libro solo perché è stato scritto da un autore/autrice italiano/a. Quindi mi verrebbe quasi da dirti che l’autore italiano non avrebbe nessun compito, sono i lettori che dovrebbero cercare di capire che la produzione artistica non è solo quella lontana da qui. Nel corso del mio percorso qui sui social ho conosciuto tantissimi artisti e autori italiani, e credo proprio che questo continuare a snobbare le menti creative italiane faccia solo capire ancora di più quanta ignoranza ci sia rispetto all’argomento.
Ogni volta che si parla di questo argomento, a me vengono sempre in mente tutti gli autori italiani che sono studiati tutt’oggi in tutto il mondo, per non parlare poi del nostro genere di nicchia, ovvero l’horror: parlando di cinema, abbiamo maestri come Lamberto Bava o Dario Argento, che hanno fatto scuola di cinema di genere e non solo, venendo ancora oggi citati nei libri di scuola di cinema.
Quindi, noi italiani siamo riconosciuti all’estero per questo e tante altre cose, ma noi? Perché non riusciamo a goderci e a dare spazio a noi stessi?
- C’è un messaggio particolare o qualcosa che vuoi che arrivi ai lettori attraverso il tuo nuovo romanzo?
Sinceramente? Non voglio filosofeggiare dove non c’è da farlo: il mio romanzo nasce con lo scopo di raccontare una storia dell’orrore, non vi è alcun messaggio politico, socio-culturale, c’è solo horror per il gusto di scriverlo e horror per il gusto di leggerlo. Immaginatelo come un Blockbuster letterario. Non per sminuire la mia opera sia chiaro, ritengo che comunque non tutte le opere debbano essere impegnate, e il mio romanzo sicuramente non lo è, però confido comunque che la lettura sia una bellissima e spaventosa esperienza per chi mi farà il regalo di leggerla.
- Qual è il tuo processo di scrittura e quali pensi siano i tuoi punti di forza come narratore?
Il mio processo di scrittura è cambiato molto nel corso degli anni, anche se ammetto che mi manca la spontaneità che avevo agli inizi: io non creo tabelle, tantomeno canovacci o bozze, mi lascio trasportare dalla storia come se fosse la prima volta che la vivo anch’io. Nella mia testa nascono delle scene, proprio come un film, e io le metto giù senza un preciso ordine. L’ordine arriva poi da solo e io non faccio altro che unire i puntini.
Mi è capitato spesso di cominciare addirittura dal finale di un’opera, o da una singola frase.
Negli ultimi anni ho cominciato a essere un po’ schematico, come se quello che facevo prima come autore fosse sbagliato, però ammetto che questo ha bruciato tantissimo la mia creatività e mi ha provocato molti blocchi dello scrittore. Per terminare Quando la casa sussurra, infatti, ho avuto grosse difficoltà a un certo punto, perché mi ero bloccato su una scena che avevo troppa paura di scrivere: nella mia testa era bellissima, e più si avvicinava il momento di doverla buttare giù, più mi sentivo di non essere pronto. Sono stato un mese fermo davanti la pagina bianca, finché poi mi sono detto che dovevo reagire: così sono tornato alla mia scrittura sconnessa, fatta di piccole scene sparse qua e là. Ho scritto il finale e poi sono tornato, solo quando il resto del romanzo era concluso, alla fatidica scena che mi aveva bloccato. Confido di averla scritta bene, ma questo starà a chi mi leggerà decretarlo.
- Sei anche un grande appassionato di cinema. Su Calligrafe cerchiamo di parlare di storytelling anche in medium diversi dal libro tradizionale. Quanto il cinema offre spunti per le tue storie, quanto influenza la tua narrazione? Pensi che la letteratura possa rubare qualcosa alla cinematografia, quanto a strumenti di storytelling ed espedienti narrativi?
Mi sono reso conto solo adesso di aver già risposto in parte a questa domanda: io sono soprattutto cinematografico quando scrivo, e questo in realtà mi aiuta tantissimo nella stesura delle mie opere. Mi rendo conto però molto spesso che è davvero complicato trasportare una scena cinematografica su carta. Il cinema stuzzica tre sensi, mentre la letteratura solo uno. Qui sta all’autore stuzzicare la fantasia del lettore fornendo il modo giusto per vivere e vedere la scena come l’autore se la immagina. Io non so se lo faccio bene, anche se comunque mi è sempre stato riconosciuto questo mio lato. Noterete che faccio fatica a lusingarmi e a parlare di assolutismi quando si tratta di me e di quello che scrivo, ma credo che faccia parte un po’ della mia forza.
- Infine, ti chiedo cosa consiglieresti a qualcuno che vuole cimentarsi con la scrittura. Qual è il consiglio che avresti dato a un giovane Saverio, prima ancora di cominciare? Cosa hai imparato di prezioso con l’esperienza?
Quello che consiglio?
Non lasciarsi dire da nessuno come bisogna fare le cose.
Io creo storie da quando ho cominciato ad avere coscienza di me, e scrivo da quando mi hanno insegnato a farlo. Mi sono dovuto impegnare tanto per migliorare lo stile, padroneggiare l’italiano… ma quello che mi ha limitato negli anni, è stato ascoltare gli altri. Chi mi diceva che per scrivere dovevo farmi tabelle, che mi diceva che non dovevo scrivere solo di mostri, chi mi diceva che scrivere non è un un lavoro.
La verità è: sentiti libero di osare e di uscire dagli schemi, le cose migliori sono nate sempre quando qualcuno ha deciso di abbattere gli schemi.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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