Zucca di Fennie B. Holmes: Racconto suggerito per Halloween

1 Novembre 2026 ·

Martino aveva dodici anni e una convinzione incrollabile: le zucche di Halloween dovevano fare paura.

«Più spaventosa!»

Gianni appoggiò il coltello sul tavolo della veranda e osservò la faccia che avevano appena intagliato. Occhi stretti, naso storto e una fila di denti triangolari fitti come quelli di uno squalo.

«Se la facciamo ancora più brutta vengono i carabinieri.»

Martino scoppiò a ridere.

«Papà, non fa paura per niente.»

«Fa paura a me!»

«Tu hai paura pure dei ragni.»

«I ragni hanno otto zampe. È un numero chiaramente sospetto.»

Martino gli tirò addosso un pugno di semi, Gianni protestò e il ragazzo rise ancora più forte.
Era sempre stato così.
Ogni ottobre sceglievano insieme le zucche migliori del campo, le portavano sulla veranda e passavano un pomeriggio intero a svuotarle, intagliarle e discutere su chi fosse più bravo.
Quell’anno Martino sarebbe andato a fare dolcetto o scherzetto senza di lui.

«Ho dodici anni, papà. Sono praticamente un adulto!»

«Praticamente un idiota.»

Martino gli fece una linguaccia.
Quando arrivarono gli amici, Gianni gli sistemò il cappuccio del costume nero e gli mise una mano sulla spalla.

«Non fare troppo tardi.»

«Tranquillo.»

«E tieni il telefono acceso.»

«Sì.»

«E non accettare passaggi da nessuno.»

«Papà.»

«E se…»

«Papà!»

Gianni sorrise. «Vai.»

Martino afferrò il secchiello dei dolci e corse verso il cancello. Si voltò soltanto una volta.

«Ciao papà!»

Gianni alzò una mano.
Martino non tornò mai più.

***

Un anno dopo, il campo era pieno di zucche, più di quante Gianni ne avesse mai coltivate. Aveva costruito due serre nuove durante l’inverno, una dietro l’altra, e aveva piantato semi anche quando non era stagione. Non gli importava venderle, né tantomeno mangiarle.
Gli servivano e basta.
La porta d’ingresso cigolò e Gianni lasciò l’ultima zucca sul tavolo della cucina, prima di andare a prendere un bicchiere d’acqua.
La casa era piena di Martino.
Uno sedeva a tavola con la felpa con il logo della scuola, uno era davanti al televisore, con il pigiama blu e le pantofole troppo grandi. Uno stava sulla bicicletta appoggiata al muro del fienile e quello che ora sedeva sullo sgabello accanto a lui, di fronte alla penisola, aveva addosso il grembiule da cucina che Martino usava quando preparavano i biscotti. Corpi riempiti di paglia, vecchi vestiti e zucche al posto della testa.
Gianni ne intagliava una nuova quasi ogni settimana.
Non erano tutti uguali; del resto, Martino non si svegliava mica ogni mattina con lo stesso umore. A volte sorridevano, e a volte avevano gli occhi arrabbiati. Una volta aveva intagliato una smorfia così ridicola che aveva riso per quasi un minuto, un minuto vero!
Poi aveva pianto per mezz’ora.
La gente del paese aveva smesso di passare; meglio così.
Non aveva voglia di spiegare niente a nessuno.

***

Tre giorni prima di Halloween scelse la zucca più bella, la più grande, quella con la sfumatura aranciata più calda e la buccia più soda e perfettamente tonda. La portò sulla veranda e lavorò fino al tramonto.
Occhi stretti, naso storto, denti triangolari.
Gli stessi dell’anno prima.
Quando ebbe finito, vestì il fantoccio con il costume nero di Martino, ritrovato in un fosso mesi dopo la sua scomparsa, e lo sistemò sulla sedia a dondolo accanto alla sua.
Quella sera Gianni rimase in veranda più del solito, con un bicchiere in una mano e una sigaretta nell’altra.

«Questa ti sarebbe piaciuta.»

Il fantoccio non si mosse.

«Forse è venuta pure meglio della tua!» Sorrise. «Farebbe paura anche a chi non teme i ragni.»

Sollevò lo sguardo velato da dolore e alcol proprio quando una stella attraversò il cielo.
Rapida, bianca, bellissima. La seguì con lo sguardo finché scomparve, poi guardò la zucca.

«Se davvero servisse a qualcosa, chiederei solo una cosa.»

Inspirò, il fumo gli uscì lentamente dalle narici.

«Riaverti qui.»

Singhiozzi sommessi accompagnarono il frinire dei grilli per qualche minuto, poi spense la sigaretta e rientrò.

***

Gianni aprì gli occhi nel cuore della notte convinto che qualcosa stesse strisciando sul pavimento. Stropicciò gli occhi e ruminò la lingua impastata dal troppo vino. Era troppo buio per vedere qualcosa, e il fatto che la porta davanti a sé oscillasse, certamente non lo aiutava. Rimase immobile.

Scrrr

Si sollevò sui gomiti. «Martino?»
Il nome gli ruzzolò di bocca come se fosse la cosa più ovvia da dire in quel momento. Il silenzio che rispose gli strappò l’ennesimo brandello di anima.
Accese la luce. Il corridoio era vuoto.
La mattina dopo trovò il fantoccio con il pigiama davanti alla porta della camera.
Lo fissò a lungo. Era sicuro di averlo lasciato in salotto.
Quasi sicuro.

***

La notte successiva sentì dei passetti che picchiettavano leggeri. Due passi e si zittivano, per ricominciare qualche istante dopo. “Un, due, tre, stella!”, ecco cosa gli ricordavano.
Rimase sveglio fino all’alba.
Quando uscì dalla camera, il Martino seduto a tavola aveva la testa girata verso il corridoio.

«Devo proprio smetterla col vino.»

Si avvicinò e posò una mano sulla zucca.

«Buongiorno.»

La buccia era fredda, dura, silenziosa. Si sentì ridicolo. Scosse la testa scacciando le lacrime alle quali ormai non badava quasi più, poi guardò verso la veranda. Anche il fantoccio di Halloween era girato verso la finestra, verso di lui.

***

Il giorno prima di Halloween si accorse di una cosa: la zucca, quella bella, non stava marcendo come avrebbe dovuto. Era stata svuotata da giorni, le altre avevano già cominciato ad afflosciarsi, annerire, perdere acqua. Quella no.
La buccia era ancora soda, la polpa interna liscia e senza quell’odore dolciastro della decomposizione. Gianni la sfiorò con due dita.

«Un segno.» Lo disse piano, poi lo ripeté. «È un segno, senza dubbio!»

Per la prima volta dopo quasi un anno sorrise davvero.
Poco più tardi, un gatto nero attraversò lentamente il cortile. Gli occhi, uno azzurro e uno color miele, guizzavano da una zucca all’altra. Salì sulla veranda, dove la sedia a dondolo si muoveva piano.
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Indietro
Avanti
Indietro
Gianni lo vide, spense la sigaretta e gli avvicinò una mano. Quando incrociò quegli occhi così bizzarri, sorrise. In quel momento gli sembrò un’altra conferma: qualcosa di straordinario stava per accadere.

***

Halloween arrivò.
Gianni cominciò a bere prima di cena e alle nove era ubriaco.
Alle dieci aveva finito una bottiglia e aperto la seconda.
A mezzanotte non ricordava più quante volte fosse andato sulla veranda a controllare il fantoccio. L’ultima cosa che vide prima di addormentarsi sul divano fu il riflesso arancione della zucca oltre il vetro.
Quando si svegliò, la casa era buia. Non sapeva che ora fosse, la testa gli pulsava e la lingua solcata da crepe era tanto secca da far male. Deglutì a fatica e fece per sollevarsi, quando sentì di nuovo quello strano rumore.

Scrrr

Spalancò gli occhi. Qualcosa strisciava nel corridoio, ne era certo. Provò ad alzarsi ma il pavimento sembrò inclinarsi sotto di lui.

«Martino?»

Fece due passi, poi si fermò. Il fantoccio seduto a tavola aveva la testa girata verso il corridoio, quello sulla bicicletta era caduto e il Martino in pigiama non era più davanti alla porta della camera. Gianni guardò verso la veranda, dove la sedia a dondolo era vuota.
Il cuore gli si fermò per un istante.

«M-martino?»

Scrrr

Più vicino.
Gianni sobbalzò e barcollando corse alla penisola della cucina, dove afferrò il primo coltello che trovò sul mobile.

«Chi c’è?»

Dal buio emerse una sagoma indefinita. Prima una scarpa, poi il bordo dei pantaloni neri seguito da un busto imbottito e infine, la zucca. Gli occhi intagliati brillavano di una luce arancione che non veniva da nessuna candela.
Il fantoccio avanzò e Gianni lasciò cadere il coltello.

«Papà.»

La voce era bassa, raschiata, ma era la sua. Era la voce di Martino.
Gianni portò entrambe le mani alla bocca e la creatura inclinò la testa.

«Sono io.»

Gianni scoppiò a piangere e gli andò incontro. Lo abbracciò. Il corpo sotto il costume era caldo; non c’era paglia. Qualcosa pulsava dentro il torace.

«Figlio mio…»

La bocca della zucca si allargò, spaccando la buccia oltre i tagli per fare spazio ai denti triangolari, che crebbero uno dopo l’altro.
Gianni si immobilizzò, e la creatura rise.

«Scherzetto.»

Gianni la guardò.

«C-cosa?»

Una mano gli scivolò dietro la nuca, le dita strinsero e la voce che gli riempì le orecchie era una cacofonia di versi gutturali e note stonate, troppo basse per essere reali.

«Martino è morto.»

Gianni smise di respirare, smise per davvero; il respiro gli si bloccò a metà del petto e non raggiunse mai i polmoni.
La bocca della zucca si aprì ancora.

«Dolcetto o scherzetto, papà?»

Gianni non fece in tempo a rispondere.

Di Fennie B. Holmes

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