Assistiamo oggi, con una sorta di rassegnata malinconia, a un fenomeno che non è più soltanto sociologico, ma squisitamente ontologico: la progressiva ritirata del pensiero critico dinanzi
all’avanzata, apparentemente inarrestabile, del divertissement più vacuo. Si osserva, nelle librerie divenute ormai templi del consumo rapido, il trionfo della cosiddetta chick-lit e delle sue più recenti filiazioni come il romance contemporaneo, a discapito di quell’erudizione che, per secoli, è stata il
faro della civiltà occidentale. È il crepuscolo dell’analisi in favore di un’emotività prefabbricata. Perché la cultura spaventa? La risposta risiede, forse, nella natura stessa dell’atto del conoscere. Cultura deriva etimologicamente da colere, coltivare: un’attività che richiede sudore, pazienza, attesa e, non di rado, il coraggio di affrontare il maggese della propria ignoranza. Il libro, nella sua accezione più nobile, non è mai stato un semplice compagno di svago, bensì un magister severo.
La lettura autentica è un’operazione di scavo interiore, un labor che mette in discussione le certezze del lettore, scuotendone l’animo e costringendolo a guardare nell’abisso della complessità.
Al contrario, la letteratura di largo consumo agisce come un narcotico. Essa non interroga, ma rassicura; non eleva, ma livella. In un’epoca dominata dall’horror vacui e dalla velocità digitale,
l’uomo contemporaneo sembra aver smarrito la capacità di reggere il peso della bellezza complessa. Si preferisce la narrazione piana, il lessico raggelato in formule fisse, l’intreccio prevedibile che non richiede alcuno sforzo esegetico. È la vittoria del videtur sull’esse: l’apparenza di leggere che sostituisce l’essenza dell’imparare.
Per comprendere la portata di questa mutazione, occorre volgere lo sguardo verso i prodotti che oggi saturano gli scaffali. I chick-lit, nati sotto i migliori auspici di un’ironia leggera ma acuta — si pensi alla capostipite Helen Fielding con il suo Il diario di Bridget Jones — è degenerata in un filone dove la funzione estetica è sacrificata all’altare della serialità.
Esempi paradigmatici si ritrovano nella produzione di autrici come Sophie Kinsella, i cui cicli (si veda la saga della I Love Shopping) hanno cristallizzato l’immagine di un individuo la cui unica trascendenza è l’acquisto compulsivo. Più recentemente, il fenomeno si è inasprito con la voga del BookTok, dove opere come quelle di Colleen Hoover o le innumerevoli declinazioni del genere enemies-to-lovers, riducono la complessità dei rapporti umani a una lista di cliché (più comunemente noti come tropes tra le lettrici e i lettori più giovani). In queste pagine, il linguaggio non è più strumento di indagine metafisica, ma un mero veicolo per stimolare una catarsi facile, una sorta di “fast-food” letterario che sazia senza nutrire.
S’innesta qui una dicotomia insanabile tra il tempus della riflessione e la festinatio della modernità. La cultura autentica richiede l’ozio creativo, quell’aeternitatis che permette alla parola di sedimentare nell’anima; tuttavia, l’attuale ecosistema digitale impone una bulimia del segno.
Questa voracità produce una lettura orizzontale, epidermica, che rifugge la verticalità del pensiero. Si legge molto, ma si comprende poco; si accumulano titoli come scalpi, mentre la capacità di sostenere un periodo complesso o una metafora ardita atrofizza. Il formato digitale e la frammentazione dell’attenzione hanno creato un lettore che teme la pausa, che rifugge il silenzio necessario tra le righe. Il risultato è una società che preferisce il conforto dell’ovvio alla folgorazione dell’ignoto.
Non si può non ravvisare in questa deriva un ritorno a un moderno panem et circenses. Se un tempo il libro era lo strumento della paideía, ovvero della formazione integrale dell’individuo, oggi esso viene ridotto a un mero accessorio di lifestyle. C’è un timore reverenziale, quasi una forma di neofobia, verso tutto ciò che appare “difficile”. Il termine “educativo” viene oggi percepito con un’accezione punitiva, come se l’apprendimento fosse un fardello insopportabile anziché il più alto dei privilegi.
Si fugge dai classici, da quei monumentum aere perennius, perché essi sono specchi implacabili; si rifugge dal latinismo, dalla metafora colta, dal periodare complesso, poiché richiedono un’attenzione che il cervello post-moderno non è più in grado di concedere.
“Video meliora proboque, deteriora sequor” (Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori), diceva Ovidio: mai come oggi questa sentenza risuona vera nelle scelte editoriali della massa, che predilige la rassicurante mediocrità di un romanzo rosa alla folgorazione di un saggio filosofico.
La letteratura dovrebbe essere phármakon, medicina per l’anima. Tuttavia, la medicina, per curare, deve talvolta essere amara. Se il libro perde la sua funzione di stimolo intellettuale per ridursi a semplice rassicurazione emotiva, la società intera regredisce verso uno stadio di infanzia perenne, un’età dell’oro fittizia dove ogni conflitto si risolve in un lieto fine prestabilito.
Le narrazioni di consumo, pur nelle loro varianti contemporanee (si pensi alle opere di Felicia Kingsley in Italia, che pur godendo di un grande successo commerciale, rappresentano l’antitesi della letteratura di ricerca), offrono un conforto che non richiede mai il confronto con il non-detto. Esse sono l’opposto del sublime kantiano: non ci spaventano per ricordarci la nostra piccolezza, ma ci lusingano per confermarci nella nostra stasi.
È necessario, dunque, rivendicare il diritto alla difficoltà. Bisogna avere l’ardire di riaffermare che non tutti i libri sono uguali, che esiste una gerarchia dello spirito che non può essere sacrificata sull’altare del mercato. La lettura deve tornare a essere un atto di resistenza: sapere aude, osa sapere!
Dobbiamo smettere di temere la cultura e ricominciare a temerla nel senso più alto del termine: come si teme una divinità potente e magnifica, capace di distruggere le nostre meschine visioni del mondo per ricostruirne di più ampie. Se non torneremo a prediligere la funzione educativa dell’opera letteraria, condanneremo noi stessi a un’esistenza di svaghi scintillanti ma privi di luce, dimenticando che, come scriveva l’Alighieri, non fummo fatti “a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
La cultura è l’unica vera libertas: rinunciarvi per un intrattenimento effimero è la forma più subdola di schiavitù.
Editoriale a cura di Federica Nardo



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