Dalla parola al feed: dove abita oggi la poesia

Ero piccola quando le poesie erano spazi prettamente scolastici. Sembravano vivere tra le pagine dei libri di italiano, nei quaderni pieni di annotazioni e nei pomeriggi trascorsi a memorizzare versi che spesso non imparavo con tanta semplicità.

La poesia mi sembrava appartenere a un luogo preciso: la scuola, la pagina stampata, la voce dell’insegnante che la spiegava.

Andando molte volte a Milano negli anni successivi, la poesia è entrata nella mia vita con un altro odore: quello del fumo di sigaretta e della notte, quello di Alda Merini. Le sue poesie non sembravano nate per restare immobili sulla carta, ma per essere dette, ascoltate, vissute. Era una poesia che respirava nel mondo, che attraversava le persone, che usciva dalla pagina.

Eppure oggi abbiamo spesso l’impressione che la poesia sia sparita, che non abbia più il posto centrale che un tempo occupava nella cultura. Sembra diventata una forma letteraria marginale, confinata a piccole cerchie di lettori o a collane editoriali sempre più rare.

Ma forse è perché la poesia non è morta: ha solo cambiato luogo.

Negli ultimi decenni il rapporto tra poesia e spazio culturale è cambiato profondamente. Per secoli la poesia ha avuto una casa relativamente stabile: il libro, la rivista letteraria, la pagina stampata. Era un genere che viveva dentro l’editoria e che trovava nel testo scritto la sua forma privilegiata.

Ma la poesia non è nata con il libro. Prima di essere pagina, è stata voce.

Negli anni Sessanta il poeta americano John Giorno aveva lanciato un progetto che oggi suona quasi profetico: Dial-A-Poem. Bastava comporre un numero di telefono per ascoltare una poesia registrata da artisti, scrittori e performer. Ogni chiamata restituiva un testo diverso, come se la poesia potesse nascondersi dietro un gesto quotidiano: alzare la cornetta e semplicemente ascoltare.

L’idea era semplice ma radicale: la poesia non doveva necessariamente essere letta in silenzio.

Oggi quel principio sembra essersi espanso ovunque.

Negli ultimi anni la poesia è tornata a vivere anche attraverso la dimensione performativa. I poetry slam, nati negli Stati Uniti negli anni Ottanta, hanno trovato spazio anche in Italia, dove la Lega Italiana Poetry Slam organizza eventi in molte città. Anche la scena italiana ha iniziato a ottenere riconoscimenti internazionali: nel 2021 il poeta Simone Savogin ha vinto il World Poetry Slam Championship, uno dei principali tornei mondiali di poesia performativa. In questi contesti la poesia non è più soltanto un testo, ma un atto pubblico: una voce, un corpo, un ritmo che si confronta direttamente con il pubblico.

Allo stesso tempo sono nati nuovi spazi per la poesia nei festival, nei reading e nelle performance dal vivo. Eventi come Parole Spalancate a Genova (in attivo dal 1995) o numerosi incontri letterari sparsi nel paese mostrano come la poesia continui a esistere, spesso lontana dall’immagine solitaria della lettura individuale.

In un’epoca dominata dagli schermi, questi incontri ricordano che la poesia resta prima di tutto un’esperienza condivisa.

La trasformazione più radicale, però, riguarda il modo in cui la poesia incontra il pubblico. Se per secoli l’incontro avveniva attraverso il libro o la voce dal vivo, oggi può accadere in uno spazio molto più frammentato: uno schermo, un feed, un video che circola online.

Negli ultimi anni social come Instagram hanno dato origine a una nuova forma di diffusione poetica e autori come Rupi Kaur o Atticus hanno raggiunto milioni di lettori pubblicando versi brevi, visivi e immediati.

Anche in Italia diversi autori hanno trovato nei social un nuovo modo di diffondere la poesia, portandola fuori dai circuiti editoriali tradizionali.

Poeti come Franco Arminio, Gio Evan o Guido Catalano hanno costruito una parte significativa del loro pubblico anche attraverso la circolazione digitale dei testi, mentre versi di autrici come Mariangela Gualtieri sono diventati virali online, dimostrando come la poesia possa ancora attraversare comunità molto ampie.

Questo fenomeno ha generato molte discussioni. Alcuni critici vedono nella cosiddetta Instagram poetry una semplificazione eccessiva del linguaggio poetico; altri, invece, la considerano un modo per avvicinare nuovi lettori a un genere che spesso viene percepito come distante o elitario.

Parallelamente, la poesia continua a vivere anche attraverso la voce. In Italia la radio ha mantenuto uno spazio importante per la lettura poetica: programmi come La lingua batte su Rai Radio 3 o Tre Soldi, sempre su Radio3, ospitano spesso scrittori e poeti che leggono i propri testi o raccontano il processo creativo dietro i versi. In queste trasmissioni la poesia torna alla sua dimensione più antica: quella orale.

Accanto ai nuovi spazi digitali, la poesia continua a trovare casa anche nei luoghi fisici della cultura. Negli ultimi anni molte librerie indipendenti hanno trasformato i loro spazi in luoghi di incontro dove reading poetici, presentazioni e piccoli festival permettono ai versi di tornare alla loro dimensione comunitaria. In città grandi e piccole, questi appuntamenti dimostrano che la poesia non vive soltanto nelle collane editoriali, ma anche nella relazione diretta tra chi scrive e chi ascolta.

Anche podcast e registrazioni digitali hanno contribuito a questa trasformazione. Reading poetici, performance e incontri letterari vengono sempre più spesso registrati e diffusi online, permettendo a un testo di circolare ben oltre il luogo in cui è stato pronunciato.

In Italia molte performance della Lega Italiana Poetry Slam vengono condivise su YouTube, mentre piattaforme audio e podcast culturali – come quelli prodotti da Storielibere.fm o Chora Media – continuano a dare spazio alla lettura dei versi.

A livello internazionale, progetti come Button Poetry hanno dimostrato quanto la poesia performativa possa trovare nuova vita proprio nei video online.

Questo non significa necessariamente che la poesia abbia perso valore. Significa piuttosto che il suo habitat si è trasformato.

Come scriveva Salvatore Quasimodo:

La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia personale e interiore, che il lettore riconosce come proprio.

Se per molto tempo la poesia è stata associata alla dimensione della pagina, oggi sembra abitare una geografia molto più ampia: un palco, un microfono, un telefono, uno schermo.

Forse la poesia non ha mai avuto una sola casa. Ha abitato le piazze, le voci, i libri, i palchi, le radio e ora anche i feed digitali.

Cambiano i luoghi, non cambia il bisogno che la genera. Finché esisterà qualcuno disposto ad ascoltare una voce che prova a dire il mondo in modo diverso, la poesia continuerà a trovare un posto dove abitare.

E forse, a questo punto, la domanda è semplice: dove incontriamo oggi la poesia?

Articolo di Margherita Cucinotta

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