“Mentre scherzavamo, ingannando il tempo nell’attesa della valigia, intorno a me cominciai a captare i comportamenti di chi mi circondava e percepii un clima familiare, un ritorno alle origini, alle mie radici isolane. Eppure qualcosa sembrava essere cambiato. Mi sentivo a casa, ma un po’ meno coinvolto.”
Antonino Mangano, Chiacchiere di Sicilia (2026)
Andarsene non è sempre una scelta. A volte è una condizione.
È da questa frizione che prende forma Chiacchiere di Sicilia, romanzo d’esordio di Antonino Mangano, con cui abbiamo parlato di partenze, appartenenza e parole che restano.
Abbiamo conversato con Antonino Mangano per parlare di cosa significa partire oggi, di cosa resta del ritorno, e di come certe storie continuano anche fuori dalla pagina.

- In Chiacchiere di Sicilia il ritorno da soglia si tramuta in una promessa di un inizio. Scrivendo, ti interessava di più raccontare la Sicilia o il senso di spaesamento di chi torna?
L’interesse era duplice: volevo raccontare la Sicilia, ma anche le sensazioni di chi torna, che non dovevano tradursi per forza in spaesamento. Ma procediamo per gradi.
Il romanzo parla di un expat che ritorna a casa per le vacanze è un modo per fotografare la realtà attuale.
Cosa è la Sicilia oggi? È un luogo che ha potenzialità, in cui la vita vibra, pulsa, ribolle, è una terra “vergine” in cui ci sarebbero molte opportunità di costruire qualcosa di nuovo e utile.
Eppure la Sicilia è anche un luogo di contraddizioni, perché è sommersa dai problemi di natura economica, politica, civile, in certi casi anche di stagnazione culturale, per motivi di arretratezza economica, mancanza di opportunità di lavoro e, di conseguenza, è attanagliata dallo spopolamento, da un’emigrazione che, nella maggior parte dei casi, è forzata.
Da questi presupposti deriva l’interesse per la condizione degli expat, degli attuali emigrati.
Se da un lato stanno costruendo il loro futuro, soddisfano le loro necessità o ambizioni di carriera, dall’altro quale diventa la loro identità? I siciliani emigrati non sono intimamente cittadini della nuova realtà che li accoglie, ma non sono più nemmeno del tutto siciliani perché non vivono la quotidianità dell’isola.
Chiacchiere di Sicilia investiga la sensazione che potrebbe nascere tra expat e lettura del territorio, il rapporto con la gente che rimane e con cui gli elementi di condivisione e di mutuo riconoscimento possono diluirsi, sia a causa della distanza che si è creata, geograficamente ma anche – a volte – a causa della diversa percezione del mondo, delle differenti considerazioni sulla vita.
- Il titolo richiama la leggerezza del parlare, ma il romanzo tocca temi densi: identità, migrazione, disincanto. Quanto ha inciso la tua scelta di dare voce alla provincia messinese con il paese fittizio di Bellarocca?
L’idea dietro il titolo, per quanto connoti un atto frivolo come una “chiacchiera”, sottende a delle riflessioni più articolate.
L’interesse principale era quello di sottolineare l’inconsistenza delle troppe chiacchiere che spesso scambiamo con le persone che conosciamo, o anche l’eccessivo rimuginio che intratteniamo con noi stessi, cercando risposte, ingigantendo i problemi. A volte le risposte sono molto più semplici di quello che sembrano e i problemi possono essere risolti con conversazioni solide, concrete, propositive.
Ho voluto dare voce alla provincia messinese perché è quella che conosco meglio, essendovi originario. Volevo fare un tributo alle mie origini, ma allo stesso tempo credo che Messina con la sua provincia sia un territorio in cui la chiacchiera, il gossip, il parlare inconcludente, abbia una patria naturale!
Non sempre è così, ma penso ci sia una consolidata tradizione del parlare troppo, senza soluzione, menzionando problemi e pensieri, ma senza mai venirne davvero a capo.
Bellarocca voleva essere una rappresentazione della provincia messinese, permettendo a tutti gli abitanti della provincia di identificarsi in un luogo, senza dare delle indicazioni geografiche univoche: lasciamo spazio alla fantasia e all’immedesimazione del lettore!
- In Chiacchiere di Sicilia il provincialismo non viene mai trattato come un bersaglio, ma come una condizione. Quale tipo di sguardo hai scelto per raccontarlo senza ridurlo a caricatura?
Prima dicevo che volevo rendere omaggio alla provincia di Messina. Tuttavia, il desiderio di assumere il punto di vista di un expat che torna a casa, con dubbi sulla sua identità e il suo riconoscersi nel territorio da cui proviene, mi ha fatto pensare che fosse coerente con la trama, ma anche intellettualmente corretto come autore, imprimere su carta una osservazione quanto mai obbiettiva della realtà della provincia messinese, che con tutte le sue contraddizioni diveniva luogo perfetto per ambientare un romanzo.
Non volevo essere stucchevole o nostalgico in modo melenso nella descrizione delle bellezze e delle potenzialità del territorio messinese. Allo stesso tempo non volevo nemmeno essere una voce lamentosa nel descrivere i problemi e il provincialismo che affliggono il messinese.
Ero convinto che bisognasse trovare una posizione mediana per fare comprendere le ragioni di una nostalgia genuina per le proprie radici, ma anche spiegare il senso di appartenenza sempre più diluito, a causa della distanza che il protagonista stava mettendo tra sé, il provincialismo e tutti i difetti atavici della sua terra natale. Spero di essere riuscito a bilanciare queste due anime, temperando critica aspra a dispiacere per le condizioni tragiche, nostalgia a sollievo della partenza.

- Il libro parla anche a una generazione che è stata costretta ad andare via. Secondo te oggi partire è ancora una scelta, o è diventata una condizione implicita?
Ritengo che un viaggio di lungo periodo che porti una persona lontana dalla terra d’origine non possa fare che bene: in questo modo si scopre il mondo, si vive la quotidianità di altri territori e altre società, si acquisiscono informazioni e percezioni di prima mano, senza la mediazione del sentito dire o degli stereotipi.
Dallo scambio tra culture e stili di vita diversi possono nascere opportunità per tutti i territori e anche per le comunità più piccole.
Quando parliamo dell’allontanamento dalla propria terra di origine, se motivata da ambizioni di carriera o da desiderio di cambiare stile di vita, ritengo che sia comprensibile e legittimo.
Tutt’altro discorso vale per la necessità, quasi l’obbligo, di andare via.
Quando mancano le opportunità di lavoro, di crescita professionale e personale, e persino le condizioni per condurre una vita dignitosa, costringendo le persone a fuggire controvoglia dalla propria terra, quello diventa un problema sociale e politico che bisognerebbe risolvere con ogni mezzo.
In poche parole, credo che non ci sia una condizione unica sul “partire”: le scelte di andare via dalla propria terra d’origine sono soggettive, ma ciò a cui bisognerebbe prestare attenzione è il dare a tutti l’opportunità di andare via per inseguire i propri sogni, ma senza costringere nessuno a partire per motivi di sopravvivenza.
- Il linguaggio del romanzo non è mai ingenuo: convivono dialetti diversi, molti rimandi letterari e un forte riferimento alla società liquida di Zygmunt Bauman. Quale idea di identità linguistica volevi restituire attraverso questa stratificazione di solidità e liquidità sociale?
Ho impiegato il dialetto messinese per caratterizzare meglio le scene tra i personaggi, restituire su carta episodi che fossero più verosimili possibile. Allo stesso modo, ho scritto delle imitazioni del dialetto bergamasco – non padroneggiandolo affatto – per introdurre una carica umoristica nel rapporto tra il protagonista e la donna che ama, Elena, una bergamasca, appunto.
Questo deriva comunque da una mia curiosità per le sonorità dei dialetti italiani e, per estensione, per le lingue in genere.
Il riferimento a Bauman si limita al solo concetto di società liquida. Nella molteplicità di cause e conseguenze che generano questa “liquidità” può rientrare anche il concetto di un senso di identità, di appartenenza a una comunità che si stinge con il passare del tempo, sfaldando l’idea di un mutuo riconoscimento in radici comuni, in modi di pensare che creano connessioni genuine tra persone.
Ritengo che una assenza di identità possa condurre un individuo a una sensazione di confusione, di smarrimento, a cui fanno seguito paura e solitudine.
Individui soli, confusi e smarriti sono le “prede perfette” per movimenti contemporanei che si muovono nella “liquidità” odierna, che ne fanno un valore, ma che allo stesso tempo divengono categorie solide.
Tuttavia, in quanto gruppi che si limitano a essere la somma delle paure e dello smarrimento individuale, non hanno una identità basata su valori o visioni della vita capaci di offrire uno sguardo sul proprio passato e stimolare riflessioni sul futuro: basandosi sulla solitudine e la confusione individuale, creano tendenze che possono sfociare nella violenza (verbale, concettuale, fisica) contro altri gruppi e categorie, in una lotta per affermare una identità “artificiale”.
Questo, secondo me, conferma l’importanza di avere una identità e un senso di appartenenza chiari su cui contare, e che non annulli le differenze, ma le riconosca, le rispetti e le valorizzi.
- Nelle ultime pagine il romanzo sembra chiedere meno rumore e più ascolto. Quanto ti stava a cuore che quel passaggio dalla chiacchiera alla conversazione fosse percepito come un atto necessario?
Piuttosto che “starmi a cuore” soltanto, ritengo che sia necessità di ognuno, a un certo punto della propria vita, mettere a tacere le “chiacchiere” e dare maggiore valore alla “conversazione”, a uno scambio che poggi su basi solide, su concetti, idee, consigli, ambizioni, sogni, opinioni che ispirino, guidino le persone a prendere decisioni concrete, a compiere gesti evidenti, a dare un significato vero a ciò che si dice, si fa o si prova nella propria quotidianità.
Nella mia riflessione, anziché accontentarsi dell’inconsistenza-chiacchiera, per vivere una vita piena bisognerebbe invertire la rotta verso la concretezza-conversazione.
Penso che sia un atto necessario a ognuno per non vivere nell’indeterminatezza, nella vacuità. È una cura contro apatia e nichilismo.
- Il tema dei giovani che partono attraversa tutto il romanzo, senza dare soluzioni facili né romanticizzare mai. Oggi ti occupi anche di politiche giovanili: Antonino, quanto è cambiato il tuo sguardo passando dalla narrazione all’azione concreta?
Questo romanzo non è un saggio né un manifesto politico, quindi non sentivo l’obbligo o la responsabilità di dare delle soluzioni, anche perché non esiste una panacea all’emigrazione in generale, anche perché l’emigrazione è un fenomeno, non un problema, è sempre esistito nella storia dell’umanità.
Penso che il valore della letteratura, specialmente di quella che racconta una situazione verosimile o fortemente ispirata alla realtà, sia quello di stimolare riflessioni su fenomeni come – in questo specifico caso – l’esodo giovanile. Così come per l’analisi sul provincialismo – con accezione neutra –, anche l’osservazione del fenomeno dell’emigrazione è trattata come una condizione della contemporaneità.
Ovviamente ci sono varie cause che generano questo fenomeno, come abbiamo visto prima, tra ambizioni personali o necessità, quindi non si può dare una definizione univoca, universale, per ogni situazione di emigrazione.
Lavoro nel settore delle politiche giovanili, per lo European Youth Forum, a Bruxelles, ma il mio impegno civile e culturale nasce molto prima, fin da quando vivevo in Sicilia.
Ritengo che l’allontanamento dalla Sicilia mi abbia aiutato ad allargare la mia prospettiva sui metodi e le soluzioni che si potrebbero adottare per contribuire ancora meglio al miglioramento del territorio in Sicilia, anche se dall’estero.
Una certa distanza ha anche aiutato a dare il giusto peso alle dinamiche che si possono ritrovare nel contesto dell’attivismo sociale e culturale, che spesso, specialmente nei territori periferici, viene ostacolato dalle “piccole” faide, inimicizie e dissapori dovuti a personalismi e invidie.
Ma bisogna comunque tenere in conto queste situazioni, quando si vuole iniziare a fare qualcosa di positivo per il territorio e la società: non è tutto rose e fiori, ma dando il giusto peso anche a questi screzi e a queste dinamiche distorte, se ne può ridere, non le si tiene in grande considerazione e si continua a lavorare sodo per progetti concreti, che parlino di realtà, di comunità e di pensieri positivi per il futuro.
Non a caso ho fondato Oltrestretto, un gruppo che vuole rappresentare expat e fuorisede di Messina e provincia, per ricreare un senso di comunità tra persone che condividono radici comuni e che vogliono impegnarsi, da ogni parte d’Italia, d’Europa e del mondo, per restituire qualcosa delle proprie esperienze alla Città dello Stretto e alla sua provincia.
Stiamo creando una piccola comunità coesa e sana, con la passione per l’impegno, per il mutuo supporto, per il divertirsi insieme nel portare avanti questo progetto. E tutto ciò, nella mia opinione, è già un grande risultato!
Ringraziamo Antonino Mangano per la disponibilità e per aver accettato di conversare con noi – anziché chiacchierare – a partire da “Chiacchiere di Sicilia”. Il romanzo è disponibile nelle principali librerie fisiche e negli store online, anche Amazon.

Titolo: Chiacchiere di Sicilia
Editore: Scatole Parlanti
Collana: Voci
Data di pubblicazione: 14 gennaio 2026
ISBN: 978-88-3281-922-9
Pagine: 110
Trama:
Qual è il posto che può definirsi “casa”? Quello d’origine o quello in cui ci si sta cercando di costruire una nuova quotidianità? Cosa resta di amicizie e relazioni che tempo e distanza contribuiscono a diluire? Come cambia il rapporto con i luoghi dell’infanzia?
Questi sono solo alcuni dei quesiti che accompagnano il protagonista, tornato dal Belgio nella sua terra natia, la Sicilia, per le vacanze natalizie. Un racconto dettagliato della storia di un giovane ragazzo, tra crisi identitarie e un amore tormentato, tra nostalgia e ricerca di un equilibrio.
Chiacchiere di Sicilia racchiude critiche, ironia, riflessioni e apprensione e, al contempo, speranza per il futuro. Una storia che parla di una generazione spesso costretta a emigrare, alla ricerca costante di un proprio posto nel mondo.
Il libro è disponibile qui: https://www.scatoleparlanti.it/prodotto/chiacchiere-di-sicilia/

Antonino Mangano è nato a Messina nel 1993. Laureato in Relazioni internazionali, è giornalista pubblicista dal 2022. Ha maturato esperienze professionali in Italia, Francia e Belgio, in ambito privato, pubblico, europeo e nel settore delle ONG.
Attualmente vive a Bruxelles, dove lavora nel settore delle politiche e dei diritti giovanili in Europa. Chiacchiere di Sicilia è il suo romanzo d’esordio.
Da sempre è stato attivo nel contesto associativo e culturale del messinese tanto che, anche a distanza, è membro del collettivo di autori Messina Scrive, è Presidente di Oltrestretto – gruppo di expat e fuorisede di Messina e provincia –, e collabora con Fumettomania Factory APS.
Intervista a cura di Margherita Cucinotta



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