Nella settimana di Sanremo, le luci nelle case degli italiani si spengono un po’ più tardi.
C’è un’attesa antica, quasi liturgica, che sopravvive a se stessa anche quando non sa più bene cosa sta aspettando.
Si spera che la prossima canzone lasci un segno, che parli, che arrivi da qualche parte oltre il ritornello.

E quindi aspetti… aspetti finché l’ennesima delusione arriva e ti arrendi. Quando le parole avevano il peso delle cose. C’è stato un tempo in cui la canzone italiana era un fatto letterario oltre che musicale.
Non nel senso accademico del termine — nessuno pretendeva che De Gregori scrivesse per l’Einaudi — ma nel senso che le parole portavano una densità semantica, un’ambiguità fertile, un’immagine capace di continuare a lavorare nella mente anche dopo che la musica era finita. La donna cannone era una metafora dell’inadeguatezza, del desiderio di volare via da una vita troppo pesante da portare.
Futura di Lucio Dalla è un monologo che parla a una figlia non ancora nata attraverso la paura della guerra e lo fa con una grazia linguistica che non ha niente da invidiare alla prosa di quegli anni.

Battisti e Mogol costruivano immagini che sembravano semplici, quasi quotidiane, eppure contenevano un’energia emotiva difficile da razionalizzare: «il vento del nord portava lontano le voci».
Pochi strumenti, un’inquietudine intera. Erano canzoni scritte da qualcuno che aveva qualcosa da dire.
Il testo non era un contenitore neutro riempito di sillabe che si incastrassero nel metro: era il punto di partenza. Era la ragione per cui la canzone esisteva. Il passaggio di testimone che non c’è stato.
Negli anni Novanta e poi nei Duemila, qualcosa ha continuato.
Carmen Consoli ha portato in musica una scrittura che mescolava il dialetto siciliano con l’italiano letterario, la violenza con la tenerezza, senza mai scadere nell’ovvio. Elisa ha dimostrato, soprattutto in certi lavori meno commerciali, che la voce può essere strumento e la parola può essere architettura. Fossati, Gaber nelle sue forme teatrali, Vecchioni con la sua ostinazione professorale e bellissima: ci sono stati passaggi di testimone, momenti in cui sembrava che la tradizione si stesse rinnovando senza tradire se stessa.
Ma il testimone, a un certo punto, non si sa come, è caduto a terra. La forma senza il contenuto.
Ciò che si ascolta oggi a Sanremo — e attenzione, non si tratta di un giudizio generazionale —non è una questione di giovani contro vecchi. È spesso una scrittura che assomiglia alla canzone d’autore senza esserlo.
C’è la metafora, ma è decorativa.
C’è il verso spezzato, ma è un vezzo stilistico.
C’è l’emozione dichiarata — sento, brucia, volo —ma non è evocata, è semplicemente nominata, come se citare un sentimento equivalesse a trasmetterlo. È il trionfo della forma svuotata di contenuto.
La canzone come oggetto di consumo che indossa i vestiti della profondità senza averne la struttura ossea. Non è colpa degli autori, o almeno non soltanto.
È il risultato di un sistema che ha smesso di chiedere alle canzoni di durare.
Nell’economia dello streaming, una canzone deve funzionare nei primi quindici secondi, deve essere riconoscibile, condivisibile, trasformarsi in frammento da estrarre dal contesto e incollare su uno schermo.
L’ambiguità — quella ricchezza che fa sì che una canzone significhi cose diverse a persone diverse, e cose diverse alla stessa persona in momenti diversi della vita — è diventata un difetto di progettazione. Quello che manca non è il talento. Sarebbe comodo concludere che mancano i talenti. Non è così.
Ci sono autori e autrici di questa generazione che scrivono con intelligenza e sensibilità.
Il problema è strutturale: manca lo spazio per la complessità.
Manca la pressione culturale che in altri decenni spingeva un cantautore a misurarsi con la lingua, con la letteratura e con la storia. Manca, forse, l’idea stessa che una canzone possa essere, debba essere, anche un testo. De Gregori leggeva Pavese. Dalla aveva attraversato il jazz e la poesia americana. Battisti e Mogol litigavano su ogni singola parola come se ne andasse qualcosa di importante.
E ne andava qualcosa di importante. Il rito e il vuoto. Eppure le luci restano accese. La gente guarda. Aspetta.
C’è ancora quell’antica speranza che qualcosa arrivi — una frase, un’immagine, un accordo — e faccia quello che la grande canzone ha sempre fatto: restituire alle persone qualcosa di loro che non sapevano di avere. Ogni tanto accade.
Raramente, e spesso nei margini, nelle canzoni che non vincono, negli artisti che il grande pubblico fatica a ricordare il giorno dopo. Ma accade. Forse è questo il modo più onesto di guardare Sanremo oggi: non come la fine di qualcosa, ma come una sala d’attesa.
Un posto in cui continuare ad aspettare, con la pazienza un po’ malinconica di chi sa che le cose belle tornano — cambiate, travestite, imprevedibili, ma tornano. Le luci si spengono più tardi.
L’attesa, per ora, tiene.
Articolo a cura di Alice Corleto



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