Ogni anno il Festival di Sanremo riaccende il dibattito pubblico sulla musica italiana: gusti, mode, classifiche, polemiche generazionali. Il palco del Teatro Ariston diventa per una settimana il centro simbolico della canzone leggera nazionale. Eppure, mentre riflettiamo su chi oggi lo abita – spesso trapper e rapper, espressione legittima del presente – vale la pena ricordare che le fondamenta della musica leggera italiana affondano nella tradizione della musica classica e, soprattutto, dell’opera lirica.
La tecnica prima dello stile
La canzone italiana nasce “cantata”. Non semplicemente eseguita, ma cantata secondo un’idea di suono, di proiezione, di fraseggio che deriva direttamente dalla scuola operistica. Il legato, l’appoggio sul fiato, la gestione del vibrato, l’articolazione chiara della parola: tutti elementi che appartengono alla tecnica vocale lirica e che per decenni hanno costituito l’ossatura dell’interpretazione sanremese.
Non è un caso che molti dei grandi protagonisti della prima stagione del Festival provenissero da un’impostazione vocale fortemente debitrice all’opera. Basti pensare a Claudio Villa, più volte vincitore, soprannominato “il Reuccio della canzone italiana”, la cui emissione ampia e sostenuta tradiva un modello di canto impostato, figlio di un’Italia che respirava Verdi e Puccini come patrimonio vivo.

La stessa struttura melodica di moltissimi brani sanremesi storici – ampie arcate, modulazioni drammatiche, climax finali costruiti sulla salita all’acuto – ricalca un modello teatrale. La canzone italiana, prima di essere prodotto discografico, è stata per lungo tempo “aria”: racconto emotivo, conflitto, confessione, proprio come nell’opera.
Quando l’opera incontra l’Ariston
Nel 1994 un giovane Andrea Bocelli vinse tra le Nuove Proposte. Il suo percorso lo avrebbe poi consacrato soprattutto sul mercato internazionale, in particolare negli Stati Uniti, dove è diventato ambasciatore di un canto italiano che richiama l’immaginario operistico. Bocelli non nasce come tenore d’opera nel senso accademico più rigoroso del termine, ma la sua emissione, l’uso del legato e l’idea di linea vocale rimandano chiaramente a quella tradizione.
Nel 1984 fu ospite all’Ariston Luciano Pavarotti. La presenza del tenore modenese – simbolo mondiale dell’opera – non fu percepita come una parentesi colta in un contesto leggero, ma come un dialogo naturale tra due mondi che in Italia non sono mai stati davvero separati.
Più recentemente, il successo de Il Volo – formazione che richiama esplicitamente l’estetica del pop lirico – ha riportato al centro una vocalità costruita su appoggi solidi, suoni coperti e fraseggi ampi. Non si tratta di cantanti lirici in senso stretto, né di un’esperienza pienamente teatrale, ma di un prodotto musicale che si ispira chiaramente alla tecnica operistica, anche grazie alla guida e al sostegno di Plácido Domingo, uno dei più grandi interpreti del Novecento, oggi attivo soprattutto in ambito manageriale e progettuale.
Dalla proiezione al microfono
Oggi il panorama è cambiato. L’uso massiccio del microfono, delle produzioni elettroniche, dell’autotune e di una scrittura più ritmica che melodica ha modificato il concetto stesso di performance vocale. Trapper e rapper dominano classifiche e streaming; la parola spesso prevale sulla linea melodica; l’espressività si concentra sul testo, sull’attitudine, sul flow.

Non è una colpa né una decadenza automatica: è un cambio di linguaggio. Ma resta una questione tecnica e culturale. Cosa accade quando l’estensione non è più coltivata? Quando il fiato non è più educato alla durata della frase? Quando l’acuto non è conquista ma effetto?
La tradizione operistica insegna che la tecnica non è ornamento, ma fondamento. Senza sostegno non c’è pianissimo che emozioni davvero; senza controllo non c’è crescendo che costruisca tensione. La canzone italiana ha saputo attraversare i decenni perché era costruita su questa consapevolezza fisiologica e musicale.
Sanremo come specchio (e memoria)
Il Festival non è mai stato statico: è uno specchio dell’Italia che cambia. Ma uno specchio può riflettere anche ciò che sta dietro, non solo ciò che passa davanti.
Ricordare il legame con l’opera non significa invocare nostalgicamente un ritorno al passato, né negare dignità ai linguaggi contemporanei. Significa riconoscere che la musica leggera italiana possiede una radice colta, teatrale, tecnica, che l’ha resa unica nel panorama internazionale.
Sanremo esiste. Fa discutere, divide, unisce, genera classifiche e tendenze. Ma sotto il palco dell’Ariston, sotto i beat e le produzioni digitali, continua a scorrere una tradizione che nasce dal respiro e dalla vibrazione naturale del corpo.
La vera domanda non è se oggi ci siano troppi trapper o troppo pochi tenori. La domanda è se la voce – qualunque genere canti – sia ancora pensata come strumento da coltivare.
Perché in Italia, prima di essere pop, la musica è stata teatro. E il teatro comincia sempre dal fiato.
Articolo a cura di Lucrezia Porta



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