Sanremo come fenomeno linguistico: l’evento che ci costringe a parlarne

Quando arriva il Festival di Sanremo, il nostro linguaggio si allinea. Le parole si ripetono, i giudizi si assomigliano, le frasi sembrano già sentite. Si introduce un lessico comune, temporaneo e in qualche modo obbligato.

Non sto parlando di Sanremo come evento musicale, né delle canzoni, né delle classifiche, né delle polemiche di stagione. Mi interessa un’altra cosa: cosa succede alle parole quando Sanremo arriva. Non a ciò che diciamo sul Festival in sé, ma a come lo diciamo. Alle espressioni che compaiono all’improvviso, circolano ovunque, si logorano in pochi giorni e poi spariscono, lasciando dietro di sé una strana sensazione di déjà-vu.

Per qualche giorno, sembriamo parlare tutti la stessa lingua. Un vocabolario sincronizzato, fatto di aggettivi ricorrenti e giudizi pronti all’uso, che non descrivono più la realtà ma la anticipano. Sanremo, più che un evento, diventa così un laboratorio linguistico collettivo: non ci chiede attenzione, bensì adesione.

Le polemiche sembrano essere diventate il motore di questo sistema e non nascono mai in silenzio: sono già nominate, incorniciate, spesso prima ancora di essere comprese. Non si discute un fatto, ma l’etichetta che gli viene assegnata.

La sala stampa non è solo il luogo in cui si valuta ciò che accade sul palco. È il punto in cui il linguaggio si compatta: dove un’espressione viene ripetuta abbastanza volte da diventare formula, dove un giudizio smette di essere personale e diventa condiviso. Quelle stesse parole non restano lì. Scendono dai resoconti, passano nei titoli, arrivano nei commenti, nei post, nelle conversazioni quotidiane. Le usiamo perché sono già pronte e ci permettono di partecipare senza dover spiegare troppo.

Le polemiche che accompagnano Sanremo non sono solo reazioni a ciò che accade sul palco. Sono atti linguistici e politici: nascono, si diffondono e si esauriscono attraverso formule riconoscibili, che permettono a chiunque di prendere posizione senza doverla davvero costruire a priori.

Alcune parole tornano puntuali, anno dopo anno, come se fossero parte integrante dell’evento. Iconico, divisivo, storico, trash. Non servono a descrivere ciò che accade, ma a collocarlo immediatamente in un campo semantico condiviso. Dire che qualcosa è divisivo non significa più aprire un conflitto, ma segnalarne l’esistenza e, allo stesso tempo, neutralizzarlo.

A un certo punto, però, il linguaggio non basta più. E allora Sanremo diventa gioco, anzi diventa Fanta.

Il Fantasanremo trasforma il linguaggio in punteggio. Ogni gesto, ogni parola, ogni eccesso viene tradotto in una regola condivisa. Non si commenta più ciò che accade: lo si prevede, lo si aspetta, lo si misura.

In questo sistema, l’imprevisto smette di essere tale. Anche la trasgressione è prevista, incanalata, resa produttiva. Il linguaggio non serve più a interpretare l’evento, ma a giocarlo, renderlo interattivo, a portata di dito sullo schermo.

E la musica, al Festival di Sanremo, che una volta era il centro di tutto, finisce per adattarsi al linguaggio che la circonda. Le canzoni vengono spesso nominate prima ancora di essere ascoltate davvero: diventano brani sanremesi, pezzi radiofonici, canzoni che cresceranno. Il giudizio precede l’esperienza e la orienta, riducendo l’ascolto a una risposta già prevista.

L’emozione musicale viene così tradotta in un lessico standardizzato: canzoni intime, potenti, necessarie, che arrivano subito. Parole che promettono coinvolgimento, ma che funzionano come scorciatoie linguistiche. In questo modo, la musica smette di essere un’esperienza individuale e diventa uno sfondo partecipativo, utile soprattutto a continuare la conversazione.

Anche le esibizioni che accompagnano la musica non sono mai mute. Arrivano già accompagnate dal linguaggio che le renderà dicibili. Ogni performance viene immediatamente raccontata, classificata, tradotta in formule riconoscibili. Le reazioni seguono un copione fisso: si dice che un’esibizione spacca, non convince, regge il palco, trasmette emozione.

In questo modo, l’ascolto passa in secondo piano. L’esibizione diventa pretesto, evento da nominare più che da attraversare. Anche il corpo – uno sguardo, una postura, una lacrima – viene letto come segno, interpretato e messo in circolo. La performance non finisce con l’ultima nota: comincia quando viene raccontata, anche attraverso meme e frammenti condivisibili sui social.

In questo sistema, anche il conduttore e gli ospiti svolgono una funzione ben precisa. Il conduttore agisce anche come regolatore linguistico: traduce l’imprevisto in normalità (ve lo ricordate Morandi che spazzava il palco?), stempera la tensione con formule rassicuranti, riporta ogni deviazione dentro un lessico condiviso e cauto; anche ciò che eccede viene ricondotto all’ordine programmato.

Gli ospiti, al contrario, rappresentano l’eccezione. Ma si tratta di un’eccezione prevista e autorizzata: portano con sé un altro linguaggio – emotivo, simbolico, politico – che viene accolto, isolato e infine riassorbito. Anche quando sembrano rompere il flusso, contribuiscono a confermarlo.

Questo processo trova una sua estensione naturale nel Dopofestival, dove il linguaggio continua a lavorare su di sé. Non si introducono nuovi eventi, ma si rielaborano quelli già accaduti: le parole vengono ironizzate, semplificate, rese digeribili. È il luogo in cui il discorso si distende, si normalizza e si autoassolve.

Anche l’abbigliamento entra in questo sistema di linguaggio: non solo come scelta estetica, ma come segno subito leggibile, pronto a essere tradotto in giudizio, simbolo, frammento condivisibile.

Sanremo non ci chiede di ascoltare tutto né di capire fino in fondo. Ci chiede di partecipare, usando un linguaggio che conosciamo già. Le parole si allineano, i giudizi circolano, l’esperienza prende forma mentre viene raccontata. E forse è proprio lì, in questo parlare sincronizzato, che il Festival continua a esistere.

Qui nasce il quesito che ora vi pongo: stiamo parlando di Sanremo, o stiamo parlando la lingua di Sanremo?

Articolo di Margherita Cucinotta

Lascia un commento