E voi come lo raccontate?

Ciao a tutti, amici lettori di Calligrafe.

Questa volta voglio proporvi una considerazione che, in realtà, mi sono soffermato a fare diverse volte nel corso degli anni, ma che non ho mai avuto l’occasione di sviluppare ed elaborare a pieno.

E dal momento che lo Storytelling è uno dei nuclei fondamentali su cui Calligrafe costruisce le sue riflessioni, penso che non ci sia occasione migliore per condividere con voi questo mio pensiero.

E in particolar modo rivolgo questo invito alla riflessione a coloro i quali – e ce ne saranno tanti fra i nostri lettori – hanno acquisito una buona dimestichezza con la narrativa orientale, soprattutto giapponese, poiché grandi fruitori o appassionati di manga e di anime.

Avete mai fatto caso che il modo in cui gli autori della narrativa giapponese vi propongono le loro storie è un tantino differente rispetto agli impianti narrativi tradizionali ai quali noi occidentali siamo abituati?

Io ho realizzato che ciò che fa la vera differenza non è tanto cosa si racconti, quanto piuttosto come venga raccontato. Ma permettetemi di spiegare meglio.

Tra linearità e flusso: due modi di intendere il racconto

Quando si parla di narrativa occidentale, soprattutto nella sua declinazione moderna e cinematografica, si finisce quasi inevitabilmente per evocare l’idea del percorso.

La storia è concepita come un movimento orientato, una traiettoria che conduce da un punto iniziale a un punto finale, e il protagonista è il vettore di questo spostamento.

Egli parte da una condizione di incompletezza, attraversa una crisi o una serie di prove, incontra un antagonista che incarna l’ostacolo principale e infine, superandolo, approda a una nuova forma di sé, più consapevole, più matura.

Il tempo scorre in avanti. Il cambiamento è irreversibile e, soprattutto, è desiderabile.

Il cambiamento è, pertanto, il nucleo stesso della narrazione: raccontare significa mostrare una trasformazione.

Questo modello, spesso ricondotto al cosiddetto percorso dell’eroe, non è soltanto una convenzione narrativa: riflette una visione del mondo.

L’individuo è al centro del processo narrativo, il conflitto è il motore del senso, la crisi è un passaggio necessario.

Anche quando la storia si conclude in modo tragico o ambiguo, esso tende comunque a “chiudere” il cerchio, a dare l’impressione che qualcosa sia stato compreso, risolto o definitivamente perduto.  

La storia, in altre parole, ha uno scopo, e questo scopo coincide con una forma di crescita.

Il modello disneyano come esempio di teleologia narrativa

È all’interno di questa cornice che si collocano con chiarezza molte delle narrazioni occidentali mainstream, come ad esempio le grandi animazioni dei Classici Disney, in cui il desiderio del protagonista è esplicito, l’antagonista ben definito e la risoluzione finale assume il valore simbolico di una ricomposizione morale del mondo.

Il male viene sconfitto, l’ordine viene ristabilito, e il personaggio – trasformato dall’esperienza – trova finalmente il proprio posto.  

Si tratta di una narrativa fortemente teleologica, in cui ogni evento è funzionale al raggiungimento di un fine e in cui la crescita personale coincide con l’affermazione individuale.

Una logica diversa: la narrativa giapponese e il primato dell’esperienza

Tuttavia quando ci si avvicina ad una narrativa come quella orientale (e in particolar modo a quella giapponese) questo impianto sembra perdere la sua apparente universalità.

Non perché manchino storie, personaggi o conflitti, ma perché cambia la logica profonda che sorregge il racconto.

Il tempo, innanzitutto, smette di essere una freccia puntata verso un obiettivo. Diventa un flusso, talvolta circolare, talvolta sospeso, in cui non è detto che il punto di arrivo sia qualitativamente “migliore” di quello di partenza.

A volte, semplicemente, è lo stesso punto, osservato da una prospettiva diversa.

E il racconto non è più necessariamente un percorso di miglioramento, bensì uno spazio di esperienza.

Il protagonista non è chiamato a superare il mondo, ma ad abitarlo. Non deve per forza trasformarsi in senso progressivo, può limitarsi ad attraversare una situazione, a sostare in essa, a uscirne senza una vera e propria “evoluzione” nel senso occidentale del termine.

Il più delle volte deve imparare a stare, a resistere, ad accettare.

Il conflitto non scompare, ma perde la sua centralità simbolica. Può restare irrisolto senza che questo venga percepito come una sconfitta narrativa. Anzi, l’irrisolto diventa talvolta il luogo stesso del senso.

Ciò che conta non è tanto il risultato, quanto il vissuto, il modo in cui l’esperienza viene interiorizzata, anche quando non produce soluzioni definitive.

Ambiguità, accettazione e assenza di morale esplicita

Un altro elemento distintivo della narrativa giapponese è il rapporto con la morale. Spesso non esiste una netta opposizione tra bene e male, né una necessità di risolvere tutte le tensioni narrative.

L’antagonista, quando c’è, non è sempre qualcosa da sconfiggere: può essere una forza naturale, una condizione dell’esistenza, o persino una parte del protagonista stesso.

Il racconto non guida lo spettatore o il lettore verso una conclusione univoca, ma lascia spazio all’interpretazione, alla risonanza emotiva. In questo senso, comprendere non significa decifrare un messaggio, ma lasciarsi attraversare da un’esperienza.

Miyazaki e la crescita come presenza

Questa differenza emerge con particolare chiarezza, per esempio, se proviamo ad effettuare un confronto tra le già citate animazioni Disney e i film di Hayao Miyazaki.

Le opere di Miyazaki rappresentano un esempio emblematico di questa sensibilità narrativa.

Esse appaiono spesso oniriche, ambigue, meno “accessibili” a una prima visione proprio perché non seguono una progressione lineare né offrono chiavi di lettura immediate.

In La città incantata, ad esempio, la protagonista non compie un’impresa eroica nel senso tradizionale.

Chihiro non distrugge il sistema che la opprime, non smaschera un male assoluto, non ristabilisce un ordine definitivo.

La sua crescita consiste piuttosto nell’imparare a stare nel mondo: a lavorare, a rispettare, a non perdersi.

In questo tipo di narrazione la crescita non coincide con l’affermazione, ma con l’adattamento. Quando torna nel mondo di partenza, il mondo resta complesso e in parte indecifrabile, e la protagonista non appare “potenziata”, ma semplicemente più stabile, più consapevole della propria presenza.

E quando la storia si conclude, il finale non chiude, ma lascia una coda emotiva, un senso di continuità che si estende oltre il racconto.

Due visioni del racconto, una stessa domanda

Per uno sguardo occidentale, abituato a cercare il messaggio, la morale o la funzione di ogni evento, questa logica può apparire disorientante, se non addirittura “insensata”.

Ma si tratta di un’insensatezza solo apparente. Più che spiegare, queste storie suggeriscono. Più che risolvere, mostrano.

Al centro non c’è la necessità di dare un significato definitivo all’esperienza, ma la consapevolezza della sua transitorietà. È ciò che la cultura giapponese esprime con il concetto di mono no aware: la percezione, dolceamara, dell’impermanenza di tutte le cose.

In questo senso, la distanza tra narrativa occidentale e narrativa giapponese potrebbe essere descritta come la differenza tra due modi di intendere il senso del raccontare.

Da un lato, il desiderio di dare forma all’esperienza attraverso il cambiamento, la progressione e la risoluzione, dall’altro l’accettazione del fatto che non tutto debba essere chiuso, spiegato o superato.

La prima costruisce storie come strade che conducono a una meta, la seconda traccia sentieri che attraversano un paesaggio e, talvolta, ritornano su se stessi.

Nessuna delle due prospettive esclude l’altra, e nessuna è intrinsecamente superiore. Entrambe rispondono, da angolazioni diverse, alla stessa esigenza fondamentale: comprendere e rappresentare l’esperienza umana.

Voi cosa ne pensate? Vi siete mai trovati a fare questa riflessione?

Articolo di Giordano Gambuzza

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